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Un’indomita lotta lunga 30 anni. VI Congresso del Movimento dei Senza Terra

Tratto da: Adista Documenti n° 9 del 08/03/2014

DOC-2599. BRASILIA-ADISTA. Se, sul ring del Brasile, il Movimento dei Senza Terra è stato momentaneamente spinto all’angolo dall’agrobusiness, le carte in regola per ribaltare l’esito dell’incontro il più importante movimento popolare del Paese (se non dell’intera America Latina) ce le ha tutte: «Il rilancio della lotta – assicura João Pedro Stédile, uno dei suoi principali dirigenti – è solo una questione di tempo». Intanto, una grande dimostrazione di forza è venuta - e proprio in occasione del 30° anniversario della sua nascita - dal VI Congresso del Mst, che dal 10 al 14 febbraio, al palazzo dello sport Nilson Nelson di Brasilia, ha riunito oltre 15mila militanti - dai piccoli sem terrinha, come vengono chiamati i bambini del movimento, fino al militante più anziano, un lucido signore di 105 anni - attorno alla nuova parola d’ordine del movimento - “Lottare, costruire la riforma agraria popolare!” - formulata dopo un lungo processo di consultazione tra i militanti. 


Per una grande alleanza della classe lavoratrice

Che di lottare si tratti, ora e sempre, sta a indicarlo l’intera storia del movimento, con le sue occupazioni di terre e di edifici pubblici, con le sue mobilitazioni e le sue marce, con la sua indomita capacità di resistere alla repressione, ai massacri, alle campagne di diffamazione. «Tutto quello che abbiamo ottenuto è stato frutto della lotta», si legge non a caso nel documento del Congresso che illustra il programma agrario del movimento, risultato di due anni di studi, dibattiti, riunioni, assemblee. Ed è un orgoglio giustificato: ben al di là dei dati concreti (350mila famiglie che hanno conquistato la terra per un totale di 8 milioni di ettari, più di 900 insediamenti, oltre 100 cooperative, circa 1.200 scuole pubbliche costruite in accampamenti e insediamenti, più di 50mila lavoratori e lavoratrici alfabetizzati), il merito del Mst è aver trasformato un esercito di esclusi in un soggetto politico forte, cosciente e combattivo, riscattandone l’autostima e la dignità (non è un caso che – come evidenzia Emir Sader (Página 12, 17/2) – «non appena si ottiene un pezzo di terra su cui costruire un insediamento, la prima cosa che si fa è stabilire dove andrà costruita la scuola»).

Ma è sulla seconda parte dello slogan, quella relativa alla costruzione della riforma agraria popolare, che si è centrata la riflessione del VI Congresso, a partire dalla convinzione che combattere il latifondo non basti più. Il nemico, oggi, è assai più potente e la sua egemonia indiscussa: è il modello dell’agrobusiness, quell’alleanza tra latifondo, capitale finanziario e transnazionali che ha conquistato alla sua causa l’intera struttura dello Stato, appropriandosi violentemente di tutti i beni della natura e lasciando al popolo brasiliano, come ha evidenziato João Pedro Stédile, nient’altro che «lo scempio della biodiversità, gli effetti del cambiamento climatico, la disoccupazione e la povertà nei campi». Un modello che, come ha riconosciuto un altro dirigente, João Paulo Rodrigues (Agência Repórter Brasil, 12/02), ha messo alle corde i movimenti sociali, incapaci per esempio, di fronte allo smantellamento del Codice Forestale, di portare il popolo in piazza in difesa delle foreste. «Abbiamo un problema reale in termini di forza politica», ha sottolineato il dirigente del Mst, riconoscendo l’egemonia di chi sostiene che l’agrobusiness abbia «bisogno di deforestare ancora un pochino per produrre di più» e che questo sia un bene per il Paese. In questo quadro, sostiene il Mst, l’unica lotta possibile diventa allora quella per «una riforma agraria di tipo nuovo che garantisca la democratizzazione non solo della terra ma anche dell’acqua, dei semi, della biodiversità; una riforma agraria che abbia come massima priorità l’utilizzo delle risorse della natura brasiliana per la produzione di alimenti sani per il nostro popolo»: per un mercato, cioè, di 200 milioni di abitanti, in maniera che non si pensi più che i piccoli agricoltori possano produrre alimenti biologici solo per i ricchi. Una riforma agraria, dunque, che non appartiene soltanto ai senza terra o alla popolazione rurale, ma all’intero popolo brasiliano e che, come si legge nel programma agrario del Mst, potrà essere realizzata solo attraverso «una grande alleanza di tutta la classe lavoratrice». 


Maglia nera alla presidente

Molte le critiche rivolte al governo di Dilma Rousseff, che, con una media annuale di appena 13mila famiglie insediate (7.724 in tutto il 2013), si è conquistato la maglia nera tra i governi che sono seguiti alla dittatura militare (e questo malgrado vi siano ancora 150 milioni di ettari di terre oziose). Ed è proprio per denunciare la paralisi della riforma agraria che gli oltre 15mila partecipanti al Congresso hanno marciato il 12 febbraio in direzione della Piazza dei Tre Poteri (il Planalto, il Supremo Tribunale Federale e il Congresso), inondandola delle bandiere rosse del movimento. Ma mentre si apprestavano a realizzare uno di quei momenti di celebrazione di ideali e valori comuni che prendono il nome di “mistica”, la polizia militare, scambiando (o volendo scambiare) per delle armi le croci utilizzate come simbolo dei compagni caduti nella lotta, ha pensato bene di riversare sui senza terra gas lacrimogeni e proiettili di gomma (con un bilancio di 12 manifestanti feriti e uno arrestato).

Solo dopo la marcia, in ogni caso, la presidente Dilma, che in tre anni non aveva mai concesso udienza al movimento, si è decisa a riceverne una delegazione, ascoltandone le numerose richieste e promettendo di valutarle con attenzione. Alla presidente il Mst ha chiesto, tra l’altro, di provvedere all’immediato insediamento delle 100mila famiglie accampate, anche da più di 8 anni, sotto i ben noti teloni di plastica nera; di revocare la Misura Provvisoria 636 che consente la vendita di lotti negli insediamenti, in contraddizione con il dettato costituzionale in base a cui la terra distribuita attraverso la riforma agraria non può essere venduta; di aumentare i finanziamenti all’agricoltura familiare e contadina; di avviare la costruzione di oltre 120mila case negli insediamenti della riforma agraria; di espropriare le fazendas che fanno ricorso a forme di lavoro schiavo; di procedere alla legalizzazione di tutte le terre indigene e quilombolas; di impedire l’utilizzo della tecnologia terminator (la modificazione genetica effettuata per rendere sterili i semi delle piante); di adottare misure per il rimboschimento, per la lotta all’analfabetismo, per l’accesso all’università dei giovani delle campagne. Se il modello dell’agrobusiness, basato sulle monocolture per l’esportazione, «concentra la proprietà rurale e la ricchezza, devasta l’ambiente, aumenta la quantità di veleni ed espelle manodopera dai campi», rivelandosi funzionale solo agli interessi di una piccola minoranza di grandi proprietari rurali, banche e imprese transnazionali (le 50 maggiori imprese agroindustriali controllano tutta la catena produttiva, dalla produzione delle sementi alla commercializzazione), l’unica alternativa – concludono i senza terra nella lettera consegnata alla presidente – «è data dal rafforzamento di un’agricoltura rivolta al mercato interno, dall’applicazione delle tecniche di agroecologia e dalla realizzazione di una profonda riforma agraria che democratizzi la proprietà della terra». Un’alternativa, tuttavia, che difficilmente Dilma Rousseff prenderà in esame, convinta com’è - secondo quanto ha ribadito proprio l’11 febbraio a Lucas do Rio Verde, una città in cui «persino il latte materno reca tracce di veleni agricoli» (Outras Palavras, 14/2) - che l’agrobusiness sia «un esempio di produttività per il Paese».

Di seguito, in una nostra traduzione dal portoghese, il comunicato del Mst “È il momento della riforma agraria popolare”; l’intervento pronunciato il 13 febbraio da João Pedro Stédile durante l’incontro con intellettuali e rappresentanti di organizzazioni sociali, Chiese e forze politiche; il commento del teologo Marcelo Barros e il messaggio di dom Guilherme Antônio Werlang, vescovo di Ipameri e presidente della Commissione episcopale pastorale per il Servizio, la Carità e la Pace. (claudia fanti)

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