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Verso una società fuori dalla crescita

Verso una società fuori dalla crescita

Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 23/12/2017

Se gli economisti, di fronte al rischio di catastrofe climatica e ambientale, tendono a girarsi dall’altra parte, non ponendosi in alcun modo il problema della compatibilità dell’economia industrializzata con le disponibilità energetiche e ambientali della Terra, non mancano invece da parte dei popoli di tutto il pianeta visioni e proposte per un’alternativa all’attuale modello di civiltà.

Se un punto centrale di riferimento per ogni riflessione antisistemica è senza dubbio costituito dal concetto di buen vivir – su cui ci siamo soffermati nel terzo numero di questa serie dedicata alla riscoperta della nostra Casa comune – un altro grande motivo ispiratore nella ricerca di nuovi modelli di civiltà è dato dal concetto africano di ubuntu, con il suo richiamo all’esistenza di un legame solidale tra tutti gli esseri umani e non umani. Un concetto anch’esso estraneo alla nostra cultura individualista, esprimendo una visione in cui “una persona è tale attraverso altre persone”, ossia “io sono perché noi siamo e, poiché siamo, io sono”, in un legame permanente di tutti con tutti. Un’interazione tra esseri umani e altri esseri o entità cosmiche che è, a livello primordiale, finalizzata a generare, curare e trasmettere la vita.

Non mancano, tuttavia, neppure tradizioni critiche e alternative all’interno dello stesso pensiero occidentale. In tal senso il concetto di buen vivir, come sottolinea il sociologo uruguayano Eduardo Gudynas, può anche essere definito come una piattaforma utile a raggruppare diverse posizioni, ciascuna con la sua specificità, ma tutte accomunate dal rifiuto dello sviluppo convenzionale; dalla difesa di un’altra relazione con il pianeta, riconcettualizzando l’idea occidentale di una Natura esterna a noi e riposizionando l’essere umano come parte integrante della trama della vita; dalla considerazione della qualità della vita come qualcosa che si lega in maniera profonda anche a un buen vivir spirituale.

A tale piattaforma possono essere senz’altro ricondotte tanto l’ecologia profonda – con la sua visione biocentrica legata al riconoscimento dei diritti della Natura – quanto la bioeconomia dell’economista rumeno Nicholas Georgescu- Roegen, secondo il quale la scienza economica non può prescindere dalle leggi della fisica, a cominciare dal secondo principio della termodinamica, in base a cui alla fine di ogni processo la qualità dell’energia (cioè la possibilità che questa possa essere riutilizzata) è sempre peggiore rispetto all’inizio, con conseguente necessità di incorporare alla scienza economica i “limiti della crescita”.

Su questa linea si pone anche la demistificazione, da parte di Serge Latouche, del concetto di sviluppo sostenibile, essendo, questo, indissolubilmente legato a quello di crescita economica, una crescita che già allo stato attuale supera di gran lunga la capacità di rigenerazione dell’ecosistema. Si tratta, per usare la celebre espressione dell’economista Kenneth Boulding, dell’«economia del cowboy», quella dello sfruttamento totale delle risorse naturali, contrapposta all’«economia del cosmonauta», in base alla quale è necessario riconoscere che la Terra non è diversa da una capsula spaziale, in cui gli astronauti possono contare soltanto sulle risorse che si trovano al suo interno e solo al suo interno possono depositare i loro rifiuti.

Né basta fare affidamento sulle sole innovazioni tecnologiche, di cui si conosce peraltro anche l’effetto boomerang, bensì occorre ripensare le strutture economiche secondo forme e dimensioni tali da garantire una duratura capacità di produrre benessere in condizioni di minima dissipazione entropica: in direzione, cioè, di una nuova localizzazione dell’economia e degli scambi, di una limitazione delle dimensioni delle aziende, dello sviluppo di un’agricoltura locale e biologica. In questo quadro, pianificare la decrescita - che sarebbe più corretto definire come a-crescita, come costruzione di una società fuori dalla crescita - significa, secondo Latouche, rinunciare alla credenza che “di più” significhi “meglio”, mirando – attraverso il «circolo virtuoso» delle otto “R”: «rivalutare, riconcettualizzare, ristrutturare, ridistribuire, rilocalizzare, ridurre, riutilizzare e riciclare» – a «una società nella quale si vivrà meglio lavorando e consumando di meno».

Si tratta allora di impegnarsi in un processo permanente di controinformazione, di formazione e di organizzazione politica, di riflessione sui necessari passi da compiere per la creazione di un nuovo modello di civiltà, centrato sul diritto all’esistenza di tutte le forme di vita, sull’equità inter e intragenerazionale tra gli esseri umani, sulla preservazione dei cicli vitali della natura, sul recupero della visione degli antichi abitanti di Abya Yala, secondo cui non è la Terra che appartiene a noi, ma siamo noi ad appartenere ad essa.

Con questo numero, si chiude la serie dal titolo “Terra. Di ritorno dall’esilio: la riscoperta della nostra Casa comune”, promossa dalla nostra associazione, Officina Adista, e finanziata con il contributo dell’8 per mille della Chiesa valdese. Vi lasciamo alla lettura degli interventi di Francuccio Gesualdi, Maria Rita D’Orsogna, Marinella Correggia, Antonio De Lellis e Alex Zanotelli

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