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Teologia della Liberazione in America Latina: le prospettive per il presente

Teologia della Liberazione in America Latina: le prospettive per il presente

Tratto da: Adista Documenti n° 22 del 16/06/2018

Per l'introduzione a questo articolo, clicca qui

Per i i molti cammini dell'America Latina sorgono domande sulla Teologia della Liberazione, in particolare sui nuovi teologi/ghe e sull'attualità di questa teologia. Dove sono gli/le eredi di questa riflessione che tante sfide ha lanciato non solo alla pratica teologica tradizionale, ma anche a tanti gruppi impegnati nella lotta per la giustizia e nella difesa dei diritti nei diversi Paesi?

Perché oggi, quando si parla di Teologia della Liberazione in America Latina, sono sempre i nomi dei vecchi teologi ad apparire? Affiancati talvolta da questo o quest'altro nome di teologo/a più giovane, ma senza grande risonanza popolare, sono ancora quelli a occupare la scena quando l'argomento è la Teologia della Liberazione. Perché continuiamo a ricordare le icone del passato mescolate alle figure dei poveri delle nostre città e dei nostri campi? Cosa vogliamo ricordare con esse? Cosa stiamo cercando?

Il documentario promosso da padre José Oscar Beozzo nel 2015 e prodotto dalla Verbo Filmes, Dal patto delle catacombe a Francesco, ci presenta questo evento svoltosi alla fine del Concilio Vaticano II per ricordarci come la Chiesa, nella persona di alcuni vescovi, avesse stretto un patto con i poveri 50 anni fa... Ma dove sta oggi questa Chiesa? È papa Francesco la figura più importante per rappresentarla? Sarebbe lui il rappresentante della Teologia della Liberazione malgrado non abbia mai rivendicato per sé l'appartenenza a questa corrente? Sarebbe lui, oggi, la presenza ecclesiale ufficiale della “liberazione” espressa in alcune delle sue posizioni politiche?

Coloro che sono sfilati dinanzi ai nostri occhi in questo prezioso video sono quasi tutti morti e i pochi testimoni ancora in vita sono uomini piuttosto anziani... È un video che fa memoria della storia della Chiesa! Ho fatto parte di tutto questo movimento. Ho partecipato a molti incontri nazionali e internazionali. Ho letto, studiato e dato lezioni di teologia nell'ottica della liberazione. Insieme ad altri/e ho redatto la collana “Teologia e Liberazione”, un progetto che si proponeva di riscrivere la teologia a partire dai poveri (...). Oggi, anche io anziana, mi sento allo stesso tempo sfidata e perplessa nel prendere coscienza dell'esistenza di tanti mondi paradossali all'interno di quello che chiamiamo il "nostro mondo" e la nostra teologia.

La violenza di prima sembra assumere oggi altre modalità, con una più diffusa banalizzazione della vita umana e della vita del pianeta (...). Allo stesso modo colgo la quantità crescente di cristianesimi opposti tra loro all'interno di quello che chiamiamo cristianesimo. E la cosa più grave è che la nostra etica, l'etica cristiana, ha perso anch'essa la sua forza e si traduce in comportamenti spesso contraddittori tra loro. (...). Siamo come smarriti in un mondo in cui molte strade si aprono in direzione dell'auspicato "mondo migliore", ma in mezzo a una violenza mondiale mai vista prima. Il mondo intero sembra stare in guerra. Ci troviamo in guerra nelle nostre città e nei nostri quartieri, proteggendoci gli uni dagli altri, costruendo barriere, muri e recinzioni, con telecamere da ogni parte. Controlliamo i passi dei nostri figli contro i figli dei poveri. Guardiamo con paura persino i bambini che ci fermano per la strada dicendo di aver fame.

I poveri temono la polizia, le malattie e la fame, riapparsa in maniera spaventosa quando si immaginava una tregua. E noi molto spesso temiamo i poveri e i miserabili, noi che combattiamo la povertà materiale mantenuta dalle strutture economiche di potere! Noi che combattevamo le dittature della destra ci vediamo travolgere dalla crescita di altre dittature, non una ma molte, che si diffondono per i nostri Paesi (...). E queste dittature arrivano persino ad abitare i nostri cuori facendoci ripetere i comportamenti che abbiamo criticato!

I mezzi di comunicazione portano all'interno delle nostre case i molti cristianesimi diventati religione della distrazione, della consolazione e del miracolo individuale. Molti dei nostri figli/e stanno partecipando a questi nuovi culti, figli e figlie di chi un tempo parlava del “Regno di Giustizia e di Pace” proclamato dal Vangelo. Sembriamo spesso vecchi che vagano senza una direzione precisa, ricordandoci dei tempi in cui pensavamo di avere nelle nostre mani, e soprattutto nel cuore e nella mente, il presente e il cammino della futura liberazione dell'America Latina... Ma, in questo vagare, qualcosa sta tentando di vivere, nella convinzione che l'etica dei Vangeli possa essere riattivata nel nostro mondo e presentarsi in modi più adeguati agli appelli del presente.

Credo che la Teologia della Liberazione, con tutti i suoi limiti e la sua grandezza, sia stata di fatto una teologia contestuale, una teologia, cioè, che ha tentato di rispondere alle domande del momento, benché tali domande appartenessero anche all'elenco delle grandi e universali domande umane.

Oggi il contesto del mondo è altro e il contesto dell'America Latina è altro. In questo nuovo contesto, con le sue differenze locali, la questione della dignità umana e in particolare della dignità dei poveri ed emarginati assume ancora più rilevanza, (...) esplicitandosi in molti altri modi e inglobando gruppi precisi colpiti dalla piaga dell'ingiustizia. Ed esigendo ugualmente nuove metodologie di lavoro e nuovi strumenti di comprensione di un mondo allo stesso tempo complesso, plurale e segnato da un grande movimento migratorio. È in questo contesto che intuisco la difficoltà della Teologia della Liberazione, nata a partire dagli anni '70, ad accogliere nelle sue formulazioni le nuove problematiche del nostro secolo.

Proverò a riflettere su alcune di esse per mostrare brevemente le difficoltà teoriche e pratiche che si presentano alla teologia in questione. Ciò non significa in alcun modo che la Teologia della Liberazione non abbia avuto il suo valore e non continui a essere parte di un momento storico importante nel pensiero teologico mondiale. Tuttavia, qualcosa di diverso si intravede all'orizzonte, qualcosa di assai più complicato che non mi sembra possa rientrare nel bagaglio teorico e culturale della Teologia della Liberazione del XX secolo. Di più: che non mi sembra possa rientrare nelle forme tradizionali in cui i cristianesimi si sono formati e si sono diffusi specialmente a partire dai Paesi europei. Forme segnate dal colonialismo, con le note conseguenze sulle culture dei popoli dominati.

Segnalo quattro problematiche a sostegno della mia ipotesi e della mia riflessione sulle attuali difficoltà della Teologia della Liberazione: la sua relazione con la sessualità umana; la sua relazione con l'antropologia femminista; la sua relazione con l'ecologia; la sua relazione con nuove politiche e nuove etiche.

1. Il confronto con la sessualità umana

(...). Voglio presentare la sessualità come una delle sfide più grandi del presente che non ha avuto e non ha spazio nella struttura e nell'epistemologia del pensiero della Teologia della Liberazione egemonica.

Oggi la questione della sessualità irrompe con nuove forme di visibilità e oltrepassa tutte le aree della conoscenza, in quanto oltrepassa tutte le relazioni umane. (...). E l'analisi non è più a partire dalla sessualità binaria – uomo/ donna – ma a partire dalle molteplici varianti che l'esperienza della sessualità contiene. Tali varianti erano oscurate, ridotte al silenzio o semplicemente considerate comportamenti anormali tali da richiedere tolleranza e carità. Oggi queste sessualità si impongono nel loro diritto a esistere, a uscire dall'armadio, a emergere dai confessionali, a venire alla luce e a esigere anche dalla teologia una rivoluzione epistemologica ed etica radicale. (...).

In questa linea, la Bibbia diventa un riferimento da interpretare e reinterpretare alla luce delle molteplici sfide del nostro tempo. (...). Di modo che l'espressione “Bibbia, Parola di Dio” incontra oggi una resistenza piuttosto grande, soprattutto in ambienti femministi, omosessuali, transessuali ed ecologici, senza parlare di tutta la linea postcoloniale di pensiero. E qui non vale l'argomento secondo cui tali soggetti non sono poveri. C'è oggi un'enorme mescolanza di classe tra i differenti soggetti sociali che abbracciano le stesse cause e vivono sessualità plurali. In tal modo, la questione dell'analisi di classe si vede oggi sfidata a rivedere le proprie forme di comprensione delle relazioni sociali, considerando che la sessualità attraversa le classi sociali e le riproblematizza. Allo stesso modo, le questioni sociali relative ai razzismi sono oggi riproblematizzate a partire dalle classi sociali e dalla loro relazione con la sessualità. (...). Questi sviluppi destabilizzano i fondamenti sessuali patriarcali della teologia e anche della Teologia della Liberazione (...). Rompono la simmetria binaria eterossesuale e consentono ai corpi che vivono sessualità differenti di parlare del loro dolore e della loro esclusione. (...).

2. Il confronto con l'antropologia femminista

(...). Non c'è stato un cambiamento antropologico sostanziale in grado di proporre un'altra dogmatica teologica, una dogmatica simbolicamente più inclusiva. (...). Non ci sono rotture significative in relazione ai contenuti e al modello di cristianesimo che il IV secolo ci ha lasciato in eredità malgrado i tanti sconvolgimenti storici, le proteste e le rotture che si sono registrate. Andiamo avanti con la stessa metafisica cristiana, da cui deriviamo le posizioni etiche giustificate sulla base di un'idea del bene secondo la volontà divina. (...). Espressioni come quella del "Dio Queer", o del Dio senza definizioni e pre-definizioni, o modelli come quello di Dio come Mistero Infinito o quelli del Reale come Dio o del Dio come il Reale o del silenzio su Dio non hanno mai attratto molto la Teologia della Liberazione. E questo perché un Dio più vago e impreciso non favoriva molto la visione di sinistra della società dominante nella Teologia della Liberazione. Il Dio "di sinistra" aveva progetti per il suo popolo, aveva un catechismo e aveva strumenti di analisi della realtà più o meno ortodossi. (...).

Tali preoccupazioni e tali critiche erano presenti nel femminismo e nelle teologie femministe nordamericane e latinoamericane già a partire dagli anni '80. Ma non sono state prese sul serio dai teologi della Liberazione, i quali hanno portato avanti la loro missione anche di custodi della tradizione patriarcale (...).

Senza dubbio, più recentemente, alcuni preti e religiosi si sono preoccupati del femminismo e delle persone omosessuali e si sono preparati a dialogare e ad accogliere. Tuttavia, l'aspetto problematico in questo comportamento è stato ed è l'ambiguità che comporta l'atteggiamento di apertura e accoglienza ai sessualmente "differenti" da parte di alcune autorità illuminate delle Chiesa. In parole semplici, queste autorità sono state capaci, per esempio, di accogliere la predicazione delle donne nelle loro parrocchie o la presenza di un transessuale che distribuisce la comunione o la lettura di un testo femminista nella liturgia. Ma non si accorgono che il loro atto di "integrazione fraterna" nasconde anche la fiducia nella capacità del mondo patriarcale di accogliere le differenze senza modificare sostanzialmente le strutture di potere e di pensiero e i loro tradizionali fondamenti simbolici. (...). A partire da qui, gli esclusi e le escluse vengono apparentemente integrati/e in alcuni spazi pur nella consapevolezza di essere appena tollerati/e dallo spazio istituzionale. (...). Non ci sono garanzie di reale cambiamento se i fondamenti della teologia e delle istituzioni religiose non vengono modificati. E questo perché nulla garantisce che con il cambiamento del prete o del pastore di una parrocchia l'atteggiamento di accoglienza venga mantenuto.

La questione è che nel mondo gerarchico patriarcale la comunità gira intorno al pastore o al prete: è lui che comanda, accoglie o respinge le novità introdotte. In realtà, salvo rarissime eccezioni, non è la comunità che esercita le sue scelte in maniera democratica e seguendo l'etica delle necessità del momento. È l'autorità sulla comunità che decide e sanziona i comportamenti e li propone. Di fronte a ciò, non sarebbe necessario (...) un altro cammino in grado di rivedere strutture di pensiero e di comportamento? Dire ciò non significa non lodare iniziative come quelle citate, ma solo affermare che non bastano se girano solo attorno all'accoglienza nello stesso “seno del Padre”.

Riorganizzare la Chiesa, assumere collettivamente nuovi significati e non mettere toppe su abiti vecchi appare come un cammino evangelico malgrado tante e riconosciute difficoltà. (...).

Il mondo dei giovani e dei movimenti senza condizionamenti storici che si moltiplicano intorno a noi può essere una fonte di ispirazione per un inizio di dialogo. E, soprattutto, per pensare le nostre organizzazioni a partire da strutture di funzionamento più democratiche e plurali. (...).

3. Il confronto con l'ecologia e con la nuova storia dell'universo

Penso che l'ingresso della scienza ecologica nella Teologia della Liberazione non abbia significato un cambiamento radicale di domande, paradigmi e strutture di pensiero. Se di fatto si è avuta un'accoglienza da parte di alcuni teologi della scienza ecologica, della nuova storia dell'universo e di elementi evolutivi provenienti dall'astrofisica, ciò si è configurato più come una mera aggiunta alle loro teologie. Tale adesione non è stata accompagnata dalla critica a una visione colonialista e patriarcale della Bibbia e della Tradizione delle Chiese cristiane e tanto meno ai dogmi cristiani. La questione ecologica è stata per molti un'appendice, un'inclusione, una incorporazione al discorso sulla liberazione e forse anche uno stimolo in direzione di alcune pratiche sociali.

Credo che questi processi siano molto lenti, soprattutto per la generazione che ha vissuto un approccio limitato alla centralità delle relazioni tra gli umani sulla base delle proprie categorie analitiche di sinistra. (...). Parlare degli esseri non umani, del comune destino delle altre forme di vita, dell'interdipendenza tra tutte le forme di vita era negare il privilegio antropologico della teologia. Per questo, l'ecologia ha significato per molti una deviazione dalle grandi questioni della liberazione. (...).

Non si tratta qui di un problema religioso specifico, per quanto il cristianesimo, nella sua struttura antropocentrica e androcentrica, abbia contribuito ad accentuare comportamenti parziali e limitati. Entra qui in gioco la nuova storia dell'universo, una storia comune a tutta l'umanità o un nuovo mito comune, che in certo senso include tutte le tradizioni in un processo evolutivo interdipendente. In altri termini, considerare le diverse tradizioni religiose come contestuali e provenienti dalle necessità proprie dell'evoluzione dei popoli e della Terra nei diversi momenti del loro processo storico sembra essere un passo importante per il presente. La nuova storia dell'universo (...) è capace di mostrare come l'evoluzione della materialità della vita accompagni ciò che possiamo definire come evoluzione della spiritualità umana. La nostra evoluzione è pertanto fisica e spirituale ed è in un continuo processo di trasformazione. (...). La mia impressione è che non abbiamo ancora acquisito nella teologia la capacità di connettere intimamente l'evoluzione della Terra con la nostra stessa evoluzione. (...). È la Terra/terra nella prospettiva teologica ecologica la prima mediazione, la mediazione nutritiva e vitale per le nostre vite e non il Dio Padre Onnipotente, immagine e somiglianza dei poteri patriarcali e gerarchici di questo mondo. È a partire da questa stessa Terra/terra che non ci limitiamo solo a vivere, ma produciamo anche culture, conoscenze, credenze e religioni di generazione in generazione. (...).

Oggi, malgrado la nostra maggiore coscienza su tali processi, non credo che si sia avanzati molto. L'ecologia è diventata quasi una scienza a parte e benché ci siano molti movimenti a favore della vita del pianeta nelle sue diverse espressioni, compresi testi importanti come quello di papa Francesco e del Consiglio Ecumenico delle Chiese, il problema persiste.

4. Il confronto con nuove politiche e nuove etiche

Qui il problema delle Chiese e specialmente della Chiesa cattolica è dato dalla grande complessità delle esigenze di accoglienza da parte di gruppi sempre più plurali. (...). Vedo, intuisco, tento di comprendere ciò che mi sembra importante, ma è indubbiamente difficile avere a che fare con tanti argomenti, opinioni, posizioni, soggetti diversificati in lotta per i propri diritti e con tante teorie in conflitto. (...).

Mi richiama l'attenzione il fatto che anche i nuclei "della liberazione" conservino un sistema di governo caratterizzato da una scarsissima rappresentatività popolare, o più precisamente da uno scarsissimo ascolto della diversità dei loro membri in vista di una reale partecipazione. (...).

Anche i comportamenti dei frequentatori delle chiese mi spaventano. La concentrazione sulla voce dei preti/pastori (...), la ripetizione degli stessi gesti rivelano il peso di una tradizione che è diventata per la maggioranza il suo corpo religioso naturalizzato. (...). "Sedetevi, alzatevi, ascoltate, fate, cantate, lodate, applaudite"... Rituali forse anche belli, ma distanti dal quotidiano che abita i presenti... (...).

Nella maggior parte dei casi, la comunità è un agglomerato di individui senza alcun potere decisionale rispetto alle strutture di governo delle Chiese e ancor meno dei centri internazionali del potere religioso. La maggioranza non riflette su ciò che sente o ripete... Si limita a ripetere e acconsentire. (...). Come hanno detto molti filosofi, la “paura” è il sentimento più importante della vita sociale e credo sia anche il sentimento più importante della religione. Basta ricordare di come greci, romani e altri popoli abbiano creato i loro dei a partire da differenti paure, al punto da dar vita al dio Fobos, la divinità della paura!

Il cristianesimo non porta altri sentimenti alternativi. Si è costruito anch'esso come religione a partire dalla ricerca e dalla paura di Dio, pur affermando la necessità e l'amore assoluti di Dio. Paura del peccato, paura della morte e anche paura di ciò che viene dopo la morte. Tutti conosciamo qualcosa di queste paure fin dalla nostra infanzia! (...).

Oggi che l'insicurezza sociale è cresciuta i discorsi di liberazione di un tempo sembrano sempre più inefficaci. (...). Potrebbero le teologie e i fedeli proporre qualcosa di nuovo? Oso dire di sì, nella misura in cui accolgano la dimensione positiva delle molte cose che li scuotono (...). In altre parole, accogliere il mondo diverso che si intravede davanti a noi e si disegna nei nostri corpi. Percepire quanto di fatto siamo dipendenti gli uni dagli altri e vulnerabili. (...).

Forse non dovremmo dare troppa importanza alla nostra identità, al "nucleo duro" della dogmatica tradizionale e metterci in condizione di imparare a pensare e a regolarci da noi. L'istituzione religiosa non può più essere la nostra coscienza, non può più orientarci fino al punto da liberarci della responsabilità delle nostre vite e della vita di chi ci è vicino. La sua funzione primordiale è quella di aprire uno spazio (...) di costruzione di brevi risposte, di provvisorie risposte, di rinnovabili risposte. (...).

Lo spazio delle Chiese e delle teologie dovrebbe superare i concetti teologici statici. (...). Aprirsi alle cronache della vita quotidiana ricordando solo che, quando la fame è grande, all'improvviso a qualcuno sovviene di avere alcuni pani e alcuni pesci... O che a una certa distanza esiste una piccola fonte d'acqua pura a cui è possibile accedere... E più avanti c'è qualcuno innamorato di qualcun altro che è stato in grado di comporre una poesia d'amore... (...). Uscire da una ragione rigida, patriarcale e ripetitiva che non serve più a ricostruire il tessuto umano attuale così lacerato e sfilacciato. Ascoltare e sentire le emozioni che ci invadono, mescolate ad alcune speranze e a molti timori. Reinventare il cristianesimo per l'oggi, ripensare le teologie per l'oggi... (...).

Non avremo mai la società perfetta, il cristianesimo perfetto, la Chiesa perfetta, l'umanità perfetta. La vita è così... Una strada, un cammino con e tra gli altri... Una tragica bellezza, una paura sposata con una speranza, un amore fragile, una rabbia che monta, un suicidio, un assassinio, l'incendio di una foresta, la semina di un albero, un fiume tornato a vivere, un bambino che nasce... La vita è questa mescolanza in cui dobbiamo vivere e sopravvivere nella condizione di "umani mescolati". Per questo dobbiamo costruire insieme nuove politiche e organizzazioni, perché questo destino è lo stesso per tutti. (...).

Una nuova politica da parte delle Chiese richiede un pensiero politico e religioso differente... È necessario pensarlo, sperimentarlo, provarlo su piccola scala a partire dalle diverse culture e situazioni umane.

È sempre in questa linea che esistono molti tentativi di ripensare l'etica cristiana alla luce delle situazioni e delle persone plurali che in essa cercano un qualche orientamento di vita e di comportamento. Ci troviamo sempre più di fronte alla sfida di pensare l'etica come forma di inclusione delle persone e della diversità della vita nelle nostre vite. (...). Si tratta per me della fede nella dignità comune ed è questa che deve guidarci come se fosse una brezza soave che all'improvviso si perde e all'improvviso si incontra di nuovo.

5. Dove stiamo andando?

(...). Si potrà cercare un significato teologico per questo momento vissuto oggi nel mondo e specialmente in America Latina? (...).

Una quantità immensa di cristiani nei nostri Paesi sceglie per sé la definizione di "cristiani senza Chiesa" (...) e altri mettono in relazione differenti credo senza legarsi a nessuno di essi. Questa enorme liquidità delle comunità cosiddette cristiane è un fenomeno del nostro tempo. (...). Tale constatazione esige ugualmente il ridimensionamento delle religioni accogliendo la dimensione di precarietà e di crisi della teologia. Questa disciplina umana dovrebbe uscire dalla sua funzione di supporto al magistero della Chiesa cattolica e dei ministeri delle diverse Chiese. Smettere di essere la scienza che spiega le "verità rivelate" da Dio dalla creazione del mondo per cercare di rilanciare un'eredità etica a partire dai sempre nuovi contesti. Smettere di essere una parola maschile sul mondo per diventare una parola plurale capace di unire anziché dividere. (...). Smettere di essere una parola di un solo libro, la Bibbia, per entrare in dialogo con le grandi tradizioni dei popoli latinoamericani, i popoli dell'Amerindia, dell'Afroindia e di altri popoli appena arrivati in relazione ai loro reali problemi, alle loro oppressioni, al loro impoverimento e alle loro aspirazioni di cittadinanza.

Tutto questo non è nuovo e si trova sulle pagine e tra le righe degli autori della Teologia della Liberazione degli anni Settanta. Tuttavia, deve essere assunto e pensato in maniera diversa nei tempi presenti.

Ci sono convergenze in relazione a tale posizione in diversi piccoli gruppi. Sono la luce che ha illuminato le nostre tenebre e messo ordine nella nostra confusione, come pure la forza che ci nutre nelle tante difficoltà di convivenza che abbiamo e avremo tra noi.

Termino questa breve riflessione con le parole di Gustavo Gutierrez al termine del suo libro Teologia della Liberazione: «Non avremo un'autentica Teologia della Liberazione fin quando gli oppressi/e stessi/e non possano alzare liberamente la voce ed esprimersi in maniera diretta e creativa nella società».  

La Cattedrale Metropolitana di San Paolo del Brasile in una foto [ritagliata] di Morio del 2006, tratta da Wikimedia Commons, GNU Free Documentation License  

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