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Abusi: il peccato collettivo dei vescovi italiani che irfiutano una Commissione d'indagine

Abusi: il peccato collettivo dei vescovi italiani che irfiutano una Commissione d'indagine

I vescovi italiani continuano a non considerare il loro vero e proprio peccato collettivo nel rifiutare una Commissione di indagine sui preti pedofili nel nostro Paese. In Spagna è la stampa che mette a nudo una situazione che i vescovi non vogliono indagare

I servizi per la tutela dei minori

La linea dei vescovi sulla questione della pedofilia del clero nel nostro paese sembra ormai essere definita in modo permanente. Tutto ciò viene di fatto confermato dalla loro recente assemblea generale di fine novembre e dalla cosi detta Giornata di preghiera del 18 novembre. Nelle ultime settimane è stato diffuso l’esplosivo rapporto CIASE sugli abusi in Francia, in questi giorni i vescovi del Portogallo e della Svizzera hanno scelto la strada della Commissione indipendente di indagine. In Spagna nel silenzio dei vescovi, che hanno rifiutato di sapere e di indagare, ora è una indagine giornalistica di El País, durata tre anni, che ha scritto un rapporto sulla situazione molto pesante con una iniziativa simile a quella del Boston Globe che nel 2002 sollevò il problema negli USA.

Di fronte a fatti recenti di questo tipo i nostri vescovi decidono di andare per loro strada che consiste nel ritenere affrontato adeguatamente il problema con l’istituzione nelle diocesi e a livello nazionale di “Servizi per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili”. Queste strutture sono finalizzate ad un’opera di prevenzione e di formazione nei seminari ed in ogni luogo di aggregazione giovanile. Esse si avvarranno dell’ausilio di esperti che, a quanto si capisce, saranno espressione delle ricerche e della pratica che avviene nell’ambito delle discipline della psicologia e delle patologie connesse. L’impegno delle strutture ecclesiastiche sembra rilevante anche nel produrre testi specifici che vengono suggeriti dal livello nazionale della nuova struttura che è diretta dal vescovo di Ravenna mons. Ghizzoni; quest’ultimo nell’ultima assemblea generale dei vescovi ha confermato la positività di questo percorso che incontrerebbe tante buone volontà.

Questo tipo di interventi, sicuramente faticosi per le piccole diocesi, ci sembrano enfatizzati col continuo richiamo alle lunghe e farraginose Linee Guida della CEI del 2019 sulla pedofilia, considerate strumento efficace nell’indicare i percorsi giusti per ogni vescovo. Le Linee guida precedenti (2012 e 2014) erano state criticate dal Vaticano perché troppo lassiste; noi abbiamo criticato anche queste ultime (si legga qui). Si strutturano complessi organismi tutti di curia, non vi è prevista ed obbligatoria alcuna presenza femminile ed ugualmente nessun ruolo è previsto per le vittime, per le quali poi non si parla di risarcimenti materiali (come avviene invece negli altri Paesi, Francia, Germania, ecc.). Ci sono molte parole che vorrebbero essere rassicuranti, ma che, alla meglio, serviranno per il futuro.

La Giornata sottotono del 18 novembre

La CEI ha indetto per il 18 novembre una Giornata nazionale di preghiera sul tema degli abusi. Essa è stata ben poco divulgata a livello nazionale sui media, è difficile capire dove è stato fatto qualcosa essendo affidata a iniziative locali. Sicuramente essa è stata di basso profilo in assenza di un fatto dalla risonanza generale (assemblea di tutti i vescovi o altro di impatto importante come è avvenuto in altri paesi). Poi essa è stata proclamata in voluta coincidenza con la Giornata per i minori indetta per lo stesso giorno dal Consiglio d’Europa sulla base della Convenzione di Lanzarote per la protezione dei minori contro lo sfruttamento e gli abusi sessuali (2007) a cui il Vaticano dovrebbe aderire. Questa iniziativa europea però ha un ambito di intervento molto largo e si rivolge a ogni opinione pubblica, a ogni soggetto sociale e a ogni Stato ed è programmaticamente laica. Perché i nostri vescovi non si sono “aggregati” a iniziative specifiche di Conferenze episcopali europee sulla pedofilia nella Chiesa Cattolica? Oppure promosse (cosa auspicabile) dalla CCEE o dalla COMECE, le due sedi di coordinamento dei vescovi a livello europeo? Abbiamo il sospetto che si voglia in qualche modo inserire gli abusi nella Chiesa nel più generale fenomeno delle violenze sui minori provenienti da tanti soggetti diversi (famiglie, organizzazioni per giovani,...) per considerarlo in questo modo da collocare tra i tanti possibili di diversa provenienza e quindi non più gravi di tanti altri senza una vera “gravità cristiana”. Questa posizione fu sostenuta a suo tempo in ambiti ecclesiastici (insieme alla tesi che in Italia gli abusi erano ben pochi!) e tendeva a minimizzare fatti che, invece, hanno una gravità ben maggiore se l’abuso è opera di un esponente del clero per il tipo particolare di rapporti di tipo psicologico e spirituale di dipendenza che si determinano nei confronti del minore.

Il “peccato collettivo” dei vescovi continua

Nel nostro ultimo testo abbiamo parlato con schiettezza di “peccato collettivo” dei vescovi per il loro rifiuto di affrontare veramente il passato con una Commissione indipendente di indagine (sul modello di quella Sauvé). Dovrebbero convincersi che una vera purificazione deve passare dall’accertamento di quanto è successo, da momenti di pentimento collettivo, anche da rinunce in qualche caso al ministero episcopale, dall’intervento per risarcimenti concreti, dalla denuncia dei fatti alla magistratura immediata e sempre, dall’insufficienza delle cosi dette “indagini previe” a cui i vescovi sono obbligati dal diritto canonico, dall’ascolto non pro forma delle vittime. Continueremo a ripeterlo, si tratta di un “peccato collettivo”. L’orientamento dei vescovi è tanto più censurabile in quanto sta decollando il percorso sinodale della nostra Chiesa italiana che deve parlare con parresia “dal basso”. Iniziamo così non facendo i conti fino in fondo col passato? Probabilmente dobbiamo aspettare anche noi dei giornalisti d’inchiesta che costringano il sistema ecclesiastico a uscire dalle attuali belle parole e dai buoni propositi inconcludenti.

Responsabilità civica e testimonianza per la giustizia

Ci pare opportuno anche sottolineare che i nostri vescovi, cittadini italiani, disattendono peraltro una doverosa e necessaria testimonianza di fronte all’opinione pubblica. Non basta condannare con le parole (peraltro spesso ambigue), servono gesti laici di disvelamento, di denuncia di fronte a reati che sono contro la persona ben prima e non solo contro la morale, come equivocato in molti testi prodotti nel tempo (Catechismo compreso). Nel nostro ordinamento penale i reati contro la persona sono giustamente posti in primo piano e pesantemente sanzionati perché, se del caso vengano compiuti dal clero, devono essere contemplati e gestiti su binari normali per tutti, sia prima che dopo l’eventuale condanna. In questo senso andrebbe davvero abrogato il quarto comma dell’art. 4 del Concordato che esenta l’autorità ecclesiastica dalla denuncia del prete pedofilo. Fare i conti con il passato significa anche consegnare alla giustizia penale dello Stato italiano abusatori, complici e insabbiatori. Non ultimo il doveroso risarcimento pecuniario e in termini di cura. Se non ora quando?

*Foto tratta da pinterest.com, immagine originale e licenza

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