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Indagine sui 17-19enni. Tra consapevolezza e sfiducia

Indagine sui 17-19enni. Tra consapevolezza e sfiducia

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 20 del 30/05/2026

Tra il 1994 e il 2006 la partecipazione al voto nella fascia 18-30 anni era attorno all'87%, una percentuale che nel 2022 è scesa al 60%, sotto la media nazionale. Alle europee del 2024 l'Italia ha toccato il 50% di astensionismo complessivo, con le fasce più giovani ancora più lontane dalle urne. Eppure il fenomeno non riguarda tutte le forme di partecipazione: ai referendum, dove si esprime un giudizio su una proposta specifica anziché delegare un partito, i/le giovani votano più della media. Il nodo, dunque, non è il disinteresse per la cosa pubblica, ma la sfiducia nel meccanismo della rappresentanza partitica.

Quali sono le ragioni di questa sfiducia, e questa interessa solo i partiti? Cosa sta a cuore alle nuove generazioni e in che modo pensano di contribuire al cambiamento?

Per provare a rispondere a queste domande, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha condotto tra ottobre 2023 e aprile 2026 un'indagine in 21 istituti superiori di ogni tipo e area geografica, incontrando quasi 3.000 studenti e studentesse tra i 17 e i 19 anni. L’indagine si intitola “Preoccupazioni, consapevolezze e impegno delle nuove generazioni. Uno squarcio sulla fascia 17- 19 anni in Italia” ed è stata realizzata con il sostegno di Fondazione Compagnia di San Paolo, nell’ambito del progetto “A prova di futuro! Giovani e protagonismo”. Le scuole sono state coinvolte grazie al Programma di Educazione per le Scienze Economiche e Sociali dell’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Il quadro che emerge conferma e qualifica l’esistenza di un potenziale di sensibilità e consapevolezze profonde che non ha la fiducia di tradursi in impegno collettivo.

Preoccupazioni e consapevolezze acute e divario generazionale

Le giovani e i giovani incontrati nell’ambito della ricerca non sono affatto indifferenti: li preoccupa la mancanza di lavoro dignitoso (prima preoccupazione assoluta, con un punteggio di 3,8 su 5) e la guerra, seguiti da diritti delle persone, crisi climatica e disuguaglianze sociali.

Sanno anche leggere le cause strutturali di questi problemi. Alla domanda su chi sia responsabile del collasso climatico, la risposta è netta: la colpa principale va all'economia estrattiva – alle imprese che prendono dalla terra più di quanto essa possa dare – con un punteggio di 4,1 su 5. Subito dopo vengono i comportamenti individuali (3,9), mentre le politiche pubbliche errate raccolgono un punteggio più contenuto (3,5). Una chiara indicazione verso le responsabilità sistemiche, pur senza assolvere nessuno dal proprio contributo quotidiano.

Su giustizia climatica e giustizia sociale studenti e studentesse percepiscono i propri genitori come sostanzialmente indifferenti. L'unica preoccupazione che ritengono davvero condivisa tra le due generazioni è la guerra, mentre su cambiamento climatico, disuguaglianze sociali e lo scarso peso della voce giovanile nella vita pubblica il divario percepito rimane profondo.

Alla domanda su cosa evochino istintivamente le parole "disuguaglianze" e "ingiustizie", il 69% risponde il colore della pelle, il 53% il genere, il 51% la classe sociale e solo il 37,7% indica il reddito. Quest'ultimo dato è particolarmente significativo: "classe sociale" viene scelta molto più spesso di "reddito", parola di uso ben più comune nel dibattito pubblico, smentendo una presunta disattenzione al concetto di classe e un’attenzione a interpretare le disuguaglianze non solo in termini economici ma anche in relazione alla propria posizione sociale.

Queste evidenze smentiscono sia la tesi di un’insensibilità sociale e ambientale della nuova generazione, sia quella di una loro difficoltà nel concettualizzare i termini della crisi attuale. Troviamo però una sfiducia importante nella possibilità che la propria voce conti e nella capacità delle organizzazioni di contribuire al cambiamento.

"La nostra voce non conta"

Alla domanda se la propria voce conti in Italia, solo il 18% risponde positivamente, contro l'81% che si dice in disaccordo, dato omogeneo tra Nord e Sud, tra licei e istituti tecnici e professionali. Per confronto, tra i giovani europei della stessa fascia d'età, il 57% ritiene che la propria voce conti nel proprio Paese.

Non si tratta però solo di sfiducia nei partiti. Nel dialogo in classe e dai punteggi assegnati nei questionari, emerge qualcosa di più profondo: una diffidenza generalizzata verso qualsiasi forma organizzata di azione collettiva. Se iscriversi a un partito è l'opzione meno gettonata in assoluto (punteggio medio di 1,8 su 5), anche partecipare ad associazioni, a movimenti politici o manifestazioni di piazza raccoglie scarso consenso (con punteggi medi tra il 2,1 e il 2,4 su 5).

Le ragioni, espresse direttamente da studenti e studentesse durante gli incontri, sono molteplici: le organizzazioni non ascoltano chi entra da fuori, hanno le loro agende o addirittura sono percepite come inefficaci nel raggiungere risultati concreti. Oppure, con molta franchezza, non ci si sente pronti/e a un impegno continuativo o si teme la critica e lo scherno da parte dei propri pari.

Azione individuale come rifugio

Di fronte a questa situazione, i giovani e le giovani ripiegano sull'azione individuale: usare correttamente le risorse domestiche in primis (unica a toccare la soglia del 4 su 5), seguita dal voto alle elezioni (3,7), dal compiere scelte di consumo consapevole (3,4) e dal denunciare atti ingiusti (3,1). Sono gesti che si compiono da soli, senza dover aderire a nessuna bandiera, senza esporsi al giudizio dei coetanei, senza vincoli di tempo.

Il volontariato occupa una posizione intermedia: lo pratica circa un/una giovane su tre, spesso attraverso parrocchie, Caritas, associazioni ambientaliste o di protezione civile. Ma anche chi lo fa tiene a sottolineare di voler restare indipendente dall'organizzazione che lo ospita. È una partecipazione senza appartenenza, un impegno senza la ricerca di una identità collettiva.

Un potenziale inespresso

Eppure la reazione è forte quando la proposta è concreta e li riguarda direttamente. A conclusione degli incontri, il Forum Disuguaglianze e Diversità ha sottoposto a studenti e studentesse la propria proposta di "eredità universale": un trasferimento di 15.000 euro a tutti i diciottenni, indipendentemente dalla condizione economica familiare, preceduto da un percorso quadriennale di accompagnamento e finanziato da un'imposta progressiva sulle grandi eredità. Il 74% si è detto favorevole. E soprattutto, il dibattito che ne è seguito in classe ha mostrato una capacità di ragionamento articolato, attento ai pro e ai contro, tutt'altro che superficiale.

È un segnale importante: quando vengono coinvolti/e su questioni reali che li riguardano, i/le giovani non si tirano indietro. Il problema non è l’assenza di bisogni o di consapevolezze profonde, ma il disorientamento rispetto a come incanalare questo potenziale in azione senza l’impressione di perdere tempo o di ritrovarsi sotto bandiere che non si percepiscono come proprie.

Un appello alle organizzazioni

La conclusione della ricerca è un invito esplicito – rivolto non solo ai partiti, ma a tutte le organizzazioni di cittadinanza, i sindacati, i movimenti – a compiere un salto di qualità nel rapporto con le nuove generazioni. Ciò implica, da un lato, rimuovere gli ostacoli che ne limitano la partecipazione, dimostrando ascolto e disponibilità al cambiamento; dall'altro, aprire spazi di confronto su proposte concrete e ambiziose, attivando un dialogo intergenerazionale capace di far sentire le giovani e i giovani protagonisti e realmente in grado di incidere sul presente. 

Caterina Manicardi è ricercatrice del Forum Disuguaglianze e Diversità, autrice dell'indagine insieme a Fabrizio Barca e Marta Perrini e dottoranda in economia alla Scuola Superiore Sant'Anna. Per il testo integrale dell’indagine, https://shorturl.at/u4fql

*Foto presa da Unsplash, immagine roiginale e licenza 

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