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Uno sguardo ortodosso sull’ecumenismo tra Francesco e Leone

Uno sguardo ortodosso sull’ecumenismo tra Francesco e Leone

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 24 del 27/06/2026

Parlare dello stato dell’ecumenismo tra il pontificato di Francesco e l’inizio di quello di Leone XIV, da una prospettiva ortodossa, significa evitare due tentazioni opposte. Quella dell’entusiasmo retorico, che scambia ogni gesto simbolico per un avanzamento reale verso la piena comunione. E quella dello scetticismo sterile, che considera l’ecumenismo una lingua ecclesiale del Novecento incapace di parlare alle Chiese e al mondo di oggi. Entrambe le letture sono parziali. L’ecumenismo dovrebbe essere concepito come una responsabilità della memoria cristiana: la memoria di ciò che le Chiese sono state insieme, di ciò che hanno perduto separandosi, e di ciò che sono ancora chiamate a testimoniare in un mondo segnato da guerre, migrazioni, nuove povertà, crisi della democrazia e strumentalizzazioni delle religioni.

Il pontificato di Francesco ha avuto, in questo senso, un carattere profondamente performativo. Francesco non ha prodotto una nuova teoria dell’ecumenismo, né ha preteso di risolvere per via dottrinale nodi che restano aperti da secoli. Ha però ridato all’ecumenismo un corpo, un tono, una grammatica di prossimità. Nei rapporti con l’Ortodossia, e in particolare con il Patriarcato ecumenico, egli ha proseguito e intensificato un cammino già aperto da Paolo VI, Atenagora, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI. Tuttavia, il suo contributo specifico è stato quello di spostare l’accento dall’ecumenismo come semplice dialogo teologico all’ecumenismo come conversione dello sguardo.

La sua relazione con il patriarca Bartolomeo ne è stata il segno più evidente di una convergenza su temi decisivi come per esempio la custodia del creato, la pace nel mondo, la dignità dei poveri, la denuncia dell’indifferenza globale, la responsabilità delle Chiese davanti alle ferite della storia. In questa prospettiva, l’enciclica Laudato si’ ha avuto anche una risonanza ecumenica: non perché abbia cancellato le differenze ecclesiologiche tra Roma e l’Ortodossia, ma perché ha mostrato come la testimonianza cristiana possa ritrovare una voce comune là dove la creazione è minacciata e l’umanità appare incapace di abitare il mondo come casa comune.

Da parte ortodossa, il pontificato di Francesco è stato percepito in modo non uniforme. Sono rimaste anche cautele profonde. L’Ortodossia non è un blocco compatto, e la sua ricezione del cattolicesimo romano è attraversata da memorie storiche differenti: la ferita del 1204, la questione dell’uniatismo, le tensioni nei territori dell’Europa orientale, la questione ucraina, il rapporto tra primato e sinodalità. Per alcune Chiese ortodosse, il dialogo con Roma resta un compito necessario; per altre, viene percepito come una minaccia all’integrità della tradizione o come una forma in diretta di egemonia occidentale. Eppure, proprio qui Francesco ha lasciato un’eredità importante, mostrando che l’ecumenismo non può essere ridotto alla questione del consenso dottrinale. La dottrina resta decisiva, ma la dottrina cristiana non vive fuori dalla storia, dalla carità, dalla sofferenza dei popoli. In questo senso, la sua insistenza sull’“ecumenismo del sangue” ha toccato un punto sensibile per tutte le Chiese orientali. In Medio Oriente, in Africa, in molte regioni dell’Asia, i cristiani non vengono perseguitati in quanto cattolici, ortodossi, copti, armeni, siriaci o protestanti, ma in quanto cristiani. Il che ci costringe a chiederci se le nostre divisioni non siano, talvolta, più forti nelle istituzioni che nella testimonianza.

Con Leone XIV si apre una fase diversa, non necessariamente alternativa. Il nuovo papa eredita da Francesco una Chiesa cattolica più consapevole della dimensione sinodale, più attenta alle periferie, più disponibile a pensare il primato non come isolamento monarchico ma come servizio alla comunione. Tuttavia, il suo primo anno ha mostrato anche un cambiamento di stile: meno immediatamente carismatico, più misurato, forse più istituzionale. Questo non significa un arretramento dell’ecumenismo. Potrebbe significare, al contrario, il tentativo di dare maggiore stabilità ecclesiale a ciò che in Francesco era spesso apparso come gesto profetico.

Per le Chiese ortodosse, ogni riflessione sul ministero del vescovo di Roma resta inseparabile da una domanda essenziale: quale forma di primato può essere riconosciuta senza compromettere la sinodalità della Chiesa? Il nodo non è semplicemente psicologico o diplomatico. È ecclesiologico. L’Ortodossia può riconoscere un primato d’onore, di testimonianza, di coordinamento nella carità; fatica invece ad accettare un primato formulato in termini di giurisdizione universale immediata. La Chiesa cattolica, da parte sua, è chiamata a mostrare come il ministero petrino possa essere esercitato in una forma più chiaramente sinodale, più vicina alla prassi del primo millennio, senza perdere la propria identità. In questo quadro, il 1700º anniversario del Concilio di Nicea ha offerto a Leone XIV una possibilità teologica di grande rilievo. Nicea rapresenta la memoria comune di una fede indivisa, il luogo in cui le Chiese possono ritrovare non una nostalgia archeologica, ma una sorgente. Il Credo nicenocostantinopolitano rimane, ancora oggi, una delle più alte espressioni della fede condivisa: il Figlio consustanziale al Padre, l’incarnazione «per noi uomini e per la nostra salvezza», lo Spirito Santo, la Chiesa una, santa, cattolica e apostolica. Tornare a Nicea significa ricordare che l’unità cristiana non nasce da compromessi diplomatici, ma dalla confessione comune del mistero di Cristo.

Naturalmente, non bisogna essere ingenui. L’ecumenismo cattolico-ortodosso si trova oggi davanti a difficoltà serie. La guerra in Ucraina ha mostrato quanto le Chiese possano essere coinvolte in narrazioni nazionali e geopolitiche. La posizione della Chiesa russa costituisce uno dei nodi più problematici. La rottura con il Patriarcato ecumenico, la contestazione sistematica del suo ruolo di coordinamento e la ricerca di rapporti bilaterali con Roma e con altre Chiese cristiane indeboliscono la testimonianza comune dell’Ortodossia. Il rischio è che il dialogo ecumenico diventi non un cammino verso l’unità, ma uno spazio di competizione ecclesiastica e geopolitica. Ciò appare tanto più ambiguo quando una retorica antioccidentale e anti-ecumenica convive con la ricerca di relazioni selettive, utili alla propria proiezione internazionale. Il problema non è il dialogo bilaterale in sé, ma il suo uso per aggirare la responsabilità panortodossa e presentare Mosca come centro alternativo dell’Ortodossia mondiale. Da parte cattolica, ciò richiede prudenza. Il dialogo con l’Ortodossia non può essere ridotto a una somma di relazioni bilaterali, soprattutto quando esse rischiano di aggravare le fratture interne al mondo ortodosso. Roma dovrebbe evitare di considerare più “realistica” una relazione privilegiata con Mosca, come se il peso numerico o geopolitico potesse sostituire il principio ecclesiologico della comunione.

La prospettiva ortodossa, dunque, non può essere ridotta a un semplice “sì” o “no” all’ecumenismo. Proprio la crisi interna all’Ortodossia mostra che il problema non è soltanto il rapporto con Roma, ma anche la capacità delle Chiese ortodosse di vivere realmente la propria sinodalità. L’Ortodossia autentica non teme il dialogo, perché sa che la verità non è fragile. Ma non può accettare né un ecumenismo senza ecclesiologia, senza memoria e senza conversione, né una chiusura identitaria che trasformi la tradizione in ideologia. L’unità non è uniformità, e la comunione non è assorbimento. Ogni passo verso Roma deve essere un passo verso la verità della Chiesa indivisa. L’Ortodossia è chiamata a una duplice vigilanza: verso ogni forma di egemonia romana, ma anche verso le proprie tentazioni di autosufficienza, frammentazione e imperialismo religioso.

Tra Francesco e Leone XIV, dunque, l’ecumenismo appare meno come una parentesi e più come una prova di maturità. Francesco ha ricordato che l’unità passa attraverso la fraternità concreta, la cura della creazione, la vicinanza ai poveri e ai perseguitati. Leone XIV sembra voler collocare questa eredità dentro una cornice più esplicitamente ecclesiale e dogmatica, nella quale Nicea diventa criterio. Se questa intuizione sarà sviluppata, il dialogo cattolico-ortodosso potrebbe entrare in una fase nuova, in una responsabilità condivisa delle Chiese. Forse il compito dell’ecumenismo oggi è proprio questo: non promettere facili riconciliazioni, ma impedire che le Chiese si abituino alla divisione. La divisione non è normale. Può essere spiegata storicamente e compresa nelle sue cause, ma non può essere accettata come destino teologico. Tra Francesco e Leone XIV, l’ecumenismo resta una ferita aperta e una promessa. Per l’Ortodossia, come per il cattolicesimo, esso sarà credibile solo se saprà unire la fedeltà alla tradizione con il coraggio della conversione. Nicea ci ricorda che la fede comune precede le nostre separazioni. La storia ci ricorda quanto sia facile tradire questa fede. Il Vangelo ci chiede di non smettere di cercare l’unità, non come strategia ecclesiastica, ma come obbedienza a Cristo. 

 Nikos Kouremenos è ricercatore presso l’Accademia di Studi Teologici di Volos, in Grecia.

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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