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Teocrazie moderne

Teocrazie moderne

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 25 del 04/07/2026

C’eravamo illusi che il medioevo avesse lasciato in eredità solo la teocrazia del Vaticano, che dopo tante vicissitudini, oggi è più o meno simbolica, e alcune più reali legate all’Islam. Si era trovato anche un modo per convivere con la maggior parte di esse. Improvvisamente ci siamo ritrovati in guerre moderne di religione tra diverse concezioni di dio, o meglio, tra diverse teocrazie, nuove o antiche: quella di Putin-Kiril in Russia; quella dell’Iran, dell’Arabia Saudita, dei talebani, dei rimasugli dell’Isis; quella di Netanyahu in Israele; quella incredibile di Trump negli Usa. La teocrazia, come il nazionalismo o il sovranismo, non prevede compromessi con altri: o vince il mio dio o il tuo!

In questo scontro tra integralismi religiosi, anacronistico e moderno allo stesso tempo, il papa appare un gigante: la Chiesa cattolica ha fatto una lunga “purificazione della memoria” riguardo agli errori teocratici del passato.

La maggioranza dei cattolici ricorda che la bibbia racconta la contrarietà di Dio a ogni forma di teocrazia, anche a quella che il re Davide prova a imporre al popolo di Dio. Dopo essersi costruito una ricchissima reggia, il re vuole costruire una casa, una bella casa anche al Signore. Com’è possibile, infatti, che il Signore stia sotto una povera tenda mentre lui, Davide, abita una dimora di cedro? Nobile proposito, sembrerebbe. E invece non coincide con i desideri e le intenzioni di Dio. In realtà al re interessa servirsi di Dio per giustificare se stesso e le sue scelte di potere, lo vuole complice. Nella teocrazia che il re Davide impone al popolo, Dio è la vittima, lo sfruttato. Infatti prova a difendersi: «Ma io non ho abitato in una casa – risponde il Signore per mezzo del profeta Natan – da quando ho fatto uscire gli Israeliti dall’Egitto fino a oggi; sono andato vagando sotto una tenda. Finché ho camminato, ora qua, ora là, in mezzo a tutti gli israeliti, ho forse mai detto ad alcuno dei Giudici, a cui avevo comandato di pascere il mio popolo Israele: perché non mi edificate una casa di cedro?».

Dio non vuole e non ha mai voluto una casa, non ha mai voluto essere imprigionato in uno spazio determinato e definito, incastrato in giochi di potere; addirittura non ha mai voluto essere rinchiuso in un nome: quello di Dio è misterioso, impronunciabile e quasi sconosciuto all’uomo. Dio ha sempre preferito girare di qua e di là con il suo popolo di nomadi, vagabondare con esso, guidarlo, andargli appresso, stargli dietro, comunque condividerne il cammino. Non ha voluto essere chiuso in un santo recinto, isolato dai suoi, incastrato in un pur sacro perimetro di materiale pregiato. E a Davide, che invece vuole “sistemarlo”, sia pure tanto decorosamente, Dio risponde e rilancia, stupefacente giocatore d’azzardo: non solo non vuole essere rinchiuso in una casa, ma non gli basta neanche continuare solo a stare vicino al suo popolo. Vuole fare molto di più: promette una “casata” a Davide, una discendenza. Dio ha deciso di mischiarsi al suo popolo, di intrufolarsi nella discendenza di Davide; ha deciso di diventare uno del popolo, uomo pure lui. E non è una lezione da poco. Bisogna pensare, e non per un momento soltanto, alla voglia attualmente diffusa di non mescolarsi agli altri, bisogna pensare con terrore ai miti risorgenti della razza, ai rigurgiti di fascismo, al modo in cui trattiamo gli stranieri, i “negri”, i “diversi”: gente da cui stare alla larga, meglio mettere il mare o il filo spinato tra noi e loro, e quando questi non bastano, costruire “muri” invisibili, realizzati con i mattoni di una pseudo-cultura becera e falsa, intrisa di razzismo, maschilismo, fascismo, ignoranza. Bisogna pensare agli integralismi raccolti dietro le bandiere o, peggio, dietro i crocifissi e le benedizioni armate di un riesumato dio degli eserciti, assurti a simbolo dell’identità nazionale, che esclude anziché includere. Separare, dividere, alzare steccati al grido, già sentito tante altre volte nella storia, che “dio lo vuole”: alcuni, pochi, egoisticamente in paradiso; gli altri, la maggioranza dell’umanità, inesorabilmente all’inferno!

Storicamente nel cattolicesimo, come anche nell’Islam e nelle altre confessioni cristiane, non esistono solo quelli che vogliono la teocrazia. Vi è sempre stato, da Gesù Cristo in poi, chi ha rifiutato l’alleanza trono-altare. È vero, attualmente il mondo cattolico è attraversato da tendenze integraliste, da tentativi di ricompattare le fila attorno a una cristianità trionfante che dovrebbe costituire la nostra identità opposta e conflittuale rispetto a quella islamica. Per fortuna, l’integralismo cristiano-occidentale non vale assolutamente per tutti i cattolici, e non solo a livello di base, ma anche per quanto riguarda il magistero, la gerarchia, i discorsi del papa; solo una minoranza in crescita rimpiange la Chiesa cattolica trionfante del passato e briga, per ora senza risultati concreti, per realizzarla. Non credo possa essere giudicata teocratica la posizione di netto rifiuto della guerra che papa Leone ha assunto, facendo imbestialire Trump. Non solo movimenti e comunità di base, ma anche la gerarchia cattolica mantiene una sua distanza, una sua riserva critica rispetto a modelli economici, culturali e politici che con i valori cristiani hanno poco a che vedere. Non bisogna dimenticare né sottovalutare il fatto che, per i cristiani, il povero è sempre stato il termine di confronto, il referente fondamentale, visto che nell’impoverito – nonostante pesanti tradimenti e vergognosi voltafaccia di cui portiamo la responsabilità – vedono Gesù. La radice sta nel diverso modo di concepire il mondo, l’umanità, i suoi diritti, le sue aspirazioni. Alla scuola degli impoveriti, degli esclusi, dei calpestati dovrebbero sedersi in silenzio quelli che comandano, quelli che sfruttano Dio per i propri interessi disumani. E a quella scuola imparare che l’unica vera linea di demarcazione che esiste tra gli esseri umani è quella tra oppressi e oppressori, tra coloro che calpestano e quelli che sono calpestati, tra chi lancia bombe vere o finanziarie e chi se le vede esplodere addosso, tra chi può usare impunemente ogni arbitrio e chi si vede negati i più elementari diritti.

A differenza di alcuni gruppi cristiani, un cattolico, oggi, non può accettare l’ideologia della forza, il dispiegamento della propria muscolatura economico-militare come mezzo per risolvere i conflitti, o peggio, perché sia chiaro a tutti chi è che comanda.

Un cattolico, come non può che condannare risolutamente ogni atto di terrorismo, così non può accettare la guerra, soprattutto se religiosa. Un cattolico, oggi, non può che respingere ogni forma di teocrazia. Abbiamo impiegato secoli per capirlo, abbiamo versato sangue per comprendere che se Dio si lasciasse imprigionare in una teocrazia qualsiasi, «che innalza i potenti sui troni e abbassa fino a terra gli umili, che ricolma di beni i ricchi e rimanda a mani vuote gli affamati» sarebbe un falso dio! Invece è intenzione di Dio fare esattamente il contrario. 

Vitaliano Della Sala è parroco a Mercogliano (AV) e responsabile della mensa-dormitorio della Caritas diocesana di Avellino.

 

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