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“Preti contro il genocidio”: un anno di profezia contro il silenzio su Gaza. Intervista a don Rito Maresca

“Preti contro il genocidio”: un anno di profezia contro il silenzio su Gaza. Intervista a don Rito Maresca

Tratto da: Adista Notizie n° 29 del 05/09/2026

42695 ROMA-ADISTA. «Come sacerdoti cattolici, pastori e guide di comunità, siamo indignati e non possiamo tacere di fronte alla tragedia umanitaria della popolazione civile palestinese nella Striscia di Gaza e negli altri Territori palestinesi occupati»: intorno a queste parole di netto posizionamento all’interno del dibattito internazionale sullo sterminio della popolazione civile di Gaza a opera dell’esercito israeliano, contenute in un appello di metà settembre 2025 (v. Adista Notizie n. 32/25), quasi 400 preti italiani e alcuni vescovi (fra i quali gli emeriti Raffale Nogaro di Caserta, Giovanni Ricchiuti di Altamura e Domenico Mogavero di Mazara del Vallo) davano il via all’esperienza dei “Preti contro il genocidio”, risolutamente convinti che «il silenzio di fronte al genocidio» rappresenti «un tradimento» della loro missione pastorale e del messaggio evangelico.

Nei mesi seguenti la rete è cresciuta, fino a raccogliere l’adesione di circa 2.500 preti di 67 Paesi del mondo, 3 cardinali (Stephen Brislin dal Sudafrica, Cristobal Lopez Romero, dal Marocco e Álvaro Leonel Ramazzini Imeri dal Guatemala), 9 arcivescovi e 19 vescovi. Per l’Italia, fanno parte della Rete volti noti al pubblico di Adista, come Albino Bizzotto, Nandino Capovilla, Renato Sacco, Luigi Ciotti, Antonello Solla, Paolo Farinella, Alberto Maggi, Alex Zanotelli, ecc.).

Il primo atto pubblico della Rete, su impulso del parroco di Piano di Sorrento (NA) don Rito Maresca, si è tenuto a Roma il 22 settembre 2025: un incontro di preghiera, nella chiesa di Sant’Andrea al Quirinale, e di denuncia, in marcia dal Quirinale a Montecitorio, che intendeva puntare il dito contro il genocidio del popolo palestinese, contro il sistema di apartheid e contro i silenzi complici dei governi europei; e che chiedeva alla comunità internazionale di fermare i massacri, di disarmare Israele, di consegnare ai tribunali internazionali i responsabili dello «sterminio di massa» e di promuovere «una pace fondata su giustizia e verità».

A distanza di un anno la Rete “Preti contro il genocidio” invita gli aderenti all’evento pubblico che si terrà, ancora una volta, a Roma il 22 settembre, in concomitanza con l'apertura del Dibattito Generale di alto livello dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite (22-26 settembre), durante il quale si parlerà anche delle principali crisi geopolitiche. I portavoce della Rete presentano l’iniziativa romana coma «una giornata di condivisione, preghiera e testimonianza pubblica sulla violenza in crescendo in Palestina e sul genocidio in corso a Gaza».

La Rete continua a chiedere, si legge nell’invito alla stampa diffuso il 24 agosto: «Una pace "disarmata e disarmante" (come afferma Papa Leone XIV) annunciando il Vangelo della riconciliazione e dell'amore anche per i nemici»; «una cultura della riconciliazione fondata sull’uguaglianza e la giustizia, sostenendo indagini indipendenti sui fatti del 7 ottobre 2023 e su tutti i crimini commessi nell'ambito dell'occupazione israeliana, prima e dopo quella data»; di «dare voce a chi non ne ha, denunciare crimini di guerra, pulizia etnica e ogni forma di genocidio in Palestina e ovunque avvenga; di invocare il rispetto del diritto internazionale, delle risoluzioni ONU e dei pronunciamenti della Corte Penale Internazionale»; di tutelare e sostenere le presenza delle comunità cristiane in Palestina.

In chiusura, i “Preti contro il genocidio” chiedono «al Signore il coraggio per i nostri rappresentanti politici di non cedere ai compromessi, la forza di difendere ogni vita umana, la sapienza di costruire una pace fondata sulla giustizia e sulla verità».

Di questo importante anniversario abbiamo parlato con don Rito Maresca nell’intervista che segue. (giampaolo petrucci)

Quando hai diffuso la lettera che ha dato il via alla Rete, credevi possibile questo successo (2.500 aderenti in tutto il mondo) su un tema ritenuto quantomeno spinoso?

Non lo immaginavo, ma in realtà non me l’ero nemmeno chiesto. Ho sentito il dovere di fare qualcosa, di fare la mia parte, dopo l’appello di una suora in Giordania, che si chiedeva perché la Chiesa tacesse, perché preti, religiosi e suore non facessero nemmeno una veglia di preghiera davanti al Quirinale. Quelle parole le ho sentite rivolte a me.

Sapevo bene che la Chiesa istituzionale continuava a tessere un dialogo diplomatico, cercando di non rompere i delicati rapporti con le comunità ebraiche, e per questo non usava la parola “genocidio”. Ma sapevo anche che papa Francesco, fino alla fine, telefonava ogni sera alla parrocchia di Gaza e che, fosse dipeso solo da lui, forse sarebbe andato lì di persona.

Per il resto non mi facevo domande, né avevo progetti. Il mio faro erano, e restano, le parole di Francesco sull’attivare processi piuttosto che occupare spazi. Ed effettivamente, in un anno, si è attivato un processo straordinario: ha coinvolto tanti e, soprattutto, ha superato i confini del nostro Paese, con reti e nodi in tutti i continenti.

Cosa ha spinto tanti preti a questo slancio di profezia? E cosa spinge, al contrario, molti più presbiteri al silenzio e alla prudenza?

È una domanda importantissima. Abbiamo pensato questa rete proprio per incoraggiare tanti bravi sacerdoti che magari, in vario modo, si erano già espressi, a mettersi insieme e a non sentirsi soli. Vengo dall’esperienza di educatore in seminario e dunque la formazione dei preti mi sta a cuore: per me questa rete è prima di tutto un modo per riaccendere la passione di tanti, per spingerli a uscire dalle sagrestie e a fare la differenza nelle comunità, tra la gente delle parrocchie, tra i confratelli. Mi ha commosso vedere quanti abbiano aderito semplicemente col passaparola. Preti impegnati come don Ciotti, padre Zanotelli e alcuni vescovi, hanno raccolto l’appello di un prete di provincia come me, che a sua volta rilanciava quello di una suora che lavora con i beduini in Giordania. Che cosa straordinaria!

Qualcuno ha anche storto il naso per la vostra iniziativa... Come si è posta, in particolare, la gerarchia cattolica nei vostri confronti? Certo, non sono mancate le critiche ma, devo dirlo, nessuna dalla gerarchia. Da parte istituzionale non abbiamo incontrato ostilità. Non abbiamo avuto un vero appoggio, né una benedizione esplicita, ma in fondo non l’abbiamo mai chiesta. Eravamo convinti di poter vivere la tanto decantata sinodalità esprimendo una voce dal basso, non per criticare, ma per provocare l’episcopato e la Santa Sede. Ricordo a memoria le parole del Segretario di Stato, il card. Parolin, che un anno fa, interpellato sulla nostra iniziativa e sull’uso della parola “genocidio”, rispose: “Se loro la usano, si vede che hanno motivi e ragioni per farlo”. Non voglio far dire a Parolin quello che non ha detto, ma ho imparato, come insegna sant’Ignazio, ad avere sempre un presupponendum positivo, e mi piace pensare che fosse almeno una nonopposizione. Credo sia bello e importante che nella Chiesa l’unità non sia uniformità di pensiero o di prassi, ma unità nella missione.

Quale è stato, secondo te, l’aspetto più incoraggiante di questo anno di attività? Il successo assoluto è aver attivato altri nodi in altre nazioni. Parlo di nodi, perché la nostra non è, e non vuole essere, una struttura centralizzata: vogliamo attivare processi, non costruire un centro di comando. In questo momento i preti contro il genocidio irlandesi stanno facendo cose importanti, anche in concomitanza con il semestre di presidenza irlandese dell’UE. I preti negli Stati Uniti stanno ricamando un sudario con i nomi dei bambini uccisi a Gaza, e hanno organizzato un webinar internazionale per lunedì 31 agosto con tre ospiti d’eccezione: il card. Ramazzini dal Guatemala, il prof. Omer Bartov e il gesuita David Neuhaus. Certo, si può sempre fare meglio, ma davanti a noi si sono aperte porte che non osavamo immaginare, tutto è andato ben oltre le nostre attese. E quello meno incoraggiante?

Un insuccesso c’è, ma è di tutti: essere ancora qui, dopo un anno, a parlarne. È che il governo di Israele non prova più nemmeno vergogna per le proprie dichiarazioni. È che in Europa c’è ancora chi difende l’indifendibile (penso al recente assalto alla sede dell’UNRWA capeggiato dal ministro Ben Gvir).

E poi c’è una tristezza che porto con me. L’unico vescovo che era presente alla nostra prima manifestazione, il 22 settembre, mi ha confidato di aver perso delle amicizie per essersi esposto. Ecco forse l’insuccesso più doloroso: che dire una parola di verità, ancora oggi, dentro e fuori la Chiesa, costi degli amici. Che il coraggio si paghi ancora così caro.

Genocidio e occupazione proseguono, e la politica italiana continua a tacere. Cosa può fare la Rete per cambiare le cose? I nostri tre obiettivi erano: sensibilizzare i preti, aprire questo discorso dentro le comunità ecclesiali e, così, provocare tanto l’episcopato quanto la politica a prendere una posizione più netta, almeno pari a quella presa nei confronti della Russia. Devo dire che davvero non riesco a capire, se non immaginando scenari drammatici, la politica estera del nostro governo. E sono ancora più preoccupato per la ripresa, in Parlamento, della discussione sulla legge sull’antisemitismo, che rischia di equiparare ogni critica allo Stato di Israele all’antisemitismo... una ferita gravissima alla nostra libertà di espressione. Spero che non venga approvata; ma già il fatto che sia calendarizzata mi fa chiedere: a chi giova?

Come rete condanniamo senza ambiguità l’antisemitismo e ogni pregiudizio razziale. Proprio per questo ci preoccupa questa legge, che confonde la critica a uno Stato con l’odio verso un popolo. È una confusione pericolosa: la producono la crudeltà, nei fatti e nelle parole, dell’attuale governo israeliano, e il silenzio prono dei nostri governi, che arrivano a proteggere con la polizia i soldati israeliani in vacanza da noi. Chi non sa distinguere finisce per riversare sul popolo ebraico un rancore che nasce dalle scelte di una leadership politica. Difendere quella distinzione non è un cavillo: è il modo più concreto per proteggere davvero gli ebrei da un antisemitismo vero.

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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