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L’amaro calice

L’amaro calice

Tratto da: Adista Documenti n° 32 del 26/09/2026

Qui l'introduzione a questo testo. 

La necessità storica oggi prende le forme dell’Intelligenza Artificiale, e poiché la necessità storica è sempre meno dissociabile dalla guerra, la tecnologia di automazione è sottomessa alla guerra: le risorse necessarie alla ricerca e alle infrastrutture che rendono possibile lo sviluppo dell’AI provengono infatti quasi esclusivamente dal sistema militare, e le applicazioni essenziali sono militari. Questa è la realtà economica e storica dell’Intelligenza artificiale, che sta sostituendo rapidamente quella naturale e limitando l’attività del pensare. Un articolo su intelligenza artificiale e demenza naturale a partire dall’enciclica Magnifica Humanitas.

L’Umanesimo trova il suo spazio di pensabilità nella sfera culturale cristiana. Il che non significa naturalmente che il Cristianesimo, nella contraddittoria complessità della sua storia, sia un movimento umanistico, ma significa che in quella storia si trova lo spazio per concepire l’autonomia etica e ontologica dell’agire umano.

Getsemani

Non sono credente, eppure c’è un momento in cui mi sento vicino a Gesù fino al punto di ritenere che non posso non dirmi cristiano. Quel momento è quando, nell’orto del Getsemani, a poche ore dal supplizio, Gesù si rivolge al Padre con le parole: «Se possibile allontana da me questo calice». È chiaro che sarebbe possibile, dato che il Padre è Onnipotente. Ma Gesù, come intimorito dalla sua stessa richiesta, aggiunge subito dopo: «Tuttavia non sia fatta la mia, ma la tua volontà». Come un figlio mandato a morire per qualche patria, Cristo piega la testa davanti alla “necessità storica”, ma la sua natura umana (in diserzione dalla storia) chiede che quel calice venga allontanato dalle sue labbra. In quell’orto l’umanità di Cristo prevale, per un attimo, sulla sua divinità. L’umanità di Cristo è autonomia dalla necessità storica o, in quel caso, dalla volontà divina, che della necessità storica è l’archetipo. Poi la necessità storica prende il sopravvento, e il Padre assiste al martirio del figlio, perché su quel martirio nasca la Chiesa dedicata a illustrare la gloria del Padre.

La Chiesa cristiana ha portato dentro di sé questa duplice origine: è dalla parte del Padre, ma è anche dalla parte del Figlio. La Chiesa di Pietro è dedicata alla gloria del Padre, non alla debolezza del figlio, tant’è vero che la Chiesa perseguitò chi rivendicava l’indipendenza della conoscenza umana dalla necessità del sapere divino e della sua realizzazione storica. Ciononostante è nello spazio del Cristianesimo che l’Umanesimo diviene possibile, perché il Cristianesimo è tutte e due queste cose inconciliabili: la necessità del Padre e l’aspirazione all’autonomia del figlio. La novità è che oggi la Chiesa cristiana sta dalla parte di coloro che implorano: allontana da me questo calice.

In questa prospettiva ho letto l’Enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas. Nella disumanizzazione prodotta dall’assolutismo capitalista la Chiesa di Francesco e di Leone appare ora come l’ultimo baluardo dell’Umano. La necessità storica prende le forme dell’Intelligenza Artificiale, e poiché la necessità storica è indissociabile dalla guerra, la tecnologia di automazione è sottomessa alla guerra: le risorse necessarie alla ricerca e alle infrastrutture che rendono possibile lo sviluppo dell’AI provengono quasi esclusivamente dal sistema militare, e le applicazioni essenziali sono militari. Questa è la realtà economica e storica dell’Intelligenza artificiale, che sta sostituendo rapidamente quella naturale. Perciò leggo l’enciclica come la manifestazione più alta dell’Umanesimo contemporaneo, dopo che la storia ha sconfitto l’Umanesimo materialista fondato sull’uguaglianza.

Come le parole sussurrate da Gesù nell’orto del Getsemani, temo però che anche le parole di Leone siano destinate a non essere ascoltate dall’Automa Intelligente, che dipende dal sistema militare delle potenze che si preparano alla guerra terminale. Temo che Prevost sia troppo ottimista quando definisce magnifica l’umanità. L’umanità non esiste in astratto: l’homo sapiens evolve col mutare delle relazioni sociali e delle forme tecniche che il sapiens produce e dalle quali è prodotto. L’homo sapiens che esce da un quarantennio di competizione liberista, e di mutazione tecnologica digitale non ha niente di magnifico. Se l’humanitas contemporanea è il popolo israeliano e la maggioranza dei popoli d’Occidente (per tacer del resto) direi che una buona definizione è Horribilis, non Magnifica.

Da qui possiamo partire per ragionare sul futuro dell’Intelligenza artificiale, che altro non è che lo specchio dell’attuale disumana umanità.

Cosa rimane dopo la bolla

Nel libro The reverse centaur’s guide to life after AI, Cory Doctorow sostiene che le grandi promesse di questa tecnologia sono ingannevoli perché lo sviluppo dell’Intelligenza Artificiale è destinato a non reggere sul piano economico e finanziario.

«Tutte le aziende di IA stanno perdendo denaro e, più grande è l’azienda, maggiori sono le perdite. Le più grandi aziende di IA perdono miliardi ogni trimestre. I finanziamenti per i nuovi modelli provengono dagli investitori, i quali scommettono che l’IA che stanno finanziando permetterà ai datori di lavoro di licenziare metà del personale e sostituirlo con l’IA stessa, spartendosi i profitti tra i clienti delle aziende di IA e le aziende stesse» (Doctorow, pag. 201). Questa, secondo Doctorow, è una falsa promessa, e di conseguenza, «…la bolla scoppierà, come accade sempre a tutte le bolle».

Però, aggiunge Doctorow, c’è poco da rallegrarsene:

«A prescindere da quanto si possa detestare l’IA, non sarà una bella giornata. Sette colossi dell’IA rappresentano il 35% del mercato azionario statunitense… Stiamo parlando di un crollo che farà impallidire quello del 2008 e che eguaglierà o supererà il tracollo dei mercati avvenuto durante la pandemia» (pag. 202).

Ai danni economici che lo sgonfiamento della bolla potrebbe provocare occorre aggiungere i danni che le infrastrutture di questa tecnologia provocano all’ambiente fisico già prossimo al collasso. «La catena di approvvigionamento completa dell’IA comprende il capitale, la manodopera e le risorse del pianeta, e di ciascuno richiede una quantità enorme. Il Cloud è la spina dorsale dell’industria dell’IA, ed è fatta di rocce, salamoia di litio e petrolio grezzo» (Kate Crawford: Né intelligente né artificiale, 2021; pag. 40. Titolo originale: Atlas of AI. Power, Politics and the planetary costs of Artificial Intelligence, 2021).

Dunque il disastro economico che si prepara promette di essere gigantesco, dato che gli investimenti in questa tecnologia sono di 600 miliardi di dollari solo nel 2026 (stima di Goldman Sachs).

Poiché non si vede un ritorno economico a fronte di enormi investimenti finanziati dal debito, la previsione di Doctorow è del tutto legittima. Eppure a mio parere gli effetti economici non sono la principale questione: per quanto drammatici possano essere gli effetti del possibile crollo finanziario, Doctorow sembra non considerare gli effetti concreti che la tecnologia di automazione della mente ha sul piano militare e sul piano cognitivo. Doctorow scrive ancora:

«Chiunque cada vittima dell’entusiasmo per l’IA sogna di soddisfare un bisogno umano senza dover riconoscere alcuna considerazione morale. Ciò vale tanto per il tipo che cerca una fidanzata virtuale quanto per i datori di lavoro che sperano di usare l’IA per sostituire metà della forza lavoro e terrorizzare l’altra metà… anche la fidanzata virtuale non ti chiede nulla di te, se non ciò che tu stesso le dici» (74).

Dunque l’IA non possiede alcun valore umano, ma questo non significa che non possieda un valore economico, un valore d’uso, per usare il concetto marxiano che definisce l’utilità concreta dei prodotti del lavoro astratto. Può un prodotto avere valore d’uso pur essendo privo di valore umano? Sì, certamente. Un prodotto può essere redditizio anche se distruttivo, come ben sanno i produttori di armi. Mi spingerei anzi a dire che il valore d’uso disumano è quello più redditizio, poiché ha a che fare con la vita e la morte.

Qual è il valore d’uso delle attuali applicazioni dell’IA? Qual è il ritorno economico degli enormi investimenti che essa richiede? La risposta è semplice: il valore d’uso dell’IA, allo stato attuale, è essenzialmente la guerra. Sono le applicazioni militari dell’IA a ripagare in parte il capitale investito nello sviluppo di questa tecnologia: droni intelligenti, sistemi di difesa intelligenti, guerra intelligente. Distruzione intelligente della civiltà.

Ma se questo è vero (e non si può negare che l’uso dell’Intelligenza artificiale è oggi soprattutto militare), allora ci troviamo di fronte a un’alternativa inquietante: o la guerra dilaga dovunque così da rendere possibile un rientro economico di quegli investimenti giganteschi, oppure la bolla si sgonfierà con conseguenze inimmaginabili sull’equilibrio economico e sociale del mondo intero.

Disattivazione della mente umana

Quale che sia il destino degli investimenti economici della tecnologia di automazione dell’intelligenza, essa non è destinata a non lasciare traccia: la distruzione è il principale ambito di realizzazione dell’AI. Distruzione dell’ambiente per alimentare le infrastrutture tecniche, e distruzione militare di interi territori, di intere popolazioni: queste sono le tracce che l’Intelligenza Artificiale lascia nella storia umana attuale. Ma vi è un altro effetto che Doctorow trascura: quello cognitivo.

Il sistema militare non è il solo utente dell’AI. L’altro utente è la mente dell’homo sapiens, che viene parzialmente disattivata: da molto tempo la tecnologia digitale e le sue applicazioni reticolari hanno provveduto a devastare l’attenzione, e disattivare facoltà come la capacità di orientamento nello spazio o la capacità di socializzazione in presenza del corpo dell’altro.

Ma la nuova branca tecnologica sostituisce e disattiva la scrittura che – almeno per quanto ne sappiamo – è indissociabile dal pensiero. Il pensiero è la vittima più illustre dell’incipiente mutazione cognitiva che segue all’applicazione dei dispositivi di AI nei processi di apprendimento e di comunicazione. La capacità logico-critica viene delegata all’automa cognitivo, e l’homo sapiens viene progressivamente ridotto a una sua appendice: incapace di concentrare l’attenzione su un oggetto per più di pochi secondi, incapace di scrittura, incapace di orientamento spaziale, incapace di pensiero.

La storia della tecnologia ha sempre indotto mutazioni più o meno profonde nelle forme di vita e anche nelle forme cognitive dell’utente umano. Ma ora la mutazione cancella l’autonomia cognitiva dell’umano che nel Discorso sulla dignità dell’uomo, Pico della Mirandola considera il tratto distintivo della dignità umana.

Al momento della creazione di Adamo, Dio gli concede una libertà che comporta la rinuncia alla perfezione: Adamo rinuncia alla perfezione dell’identità tra il nome e la cosa, in cambio della libertà di dare nomi alle cose. Ora Dio si riprende quel che ci aveva concesso: la libertà del linguaggio umano. In cambio ci offre la (dubbia) perfezione dell’Intelligenza artificiale.

L’organizzazione simbolica è ora una possibilità che emerge dalla materia del litio e del silicio; per la prima volta nella storia stiamo costruendo un’infrastruttura nella quale emerge la capacità di enunciazione simbolica e di interpretazione di simboli. Emerge la capacità di costruire e proiettare mondi simbolici, e questa capacità non è più dipendente dalla materia biologica. La computazione e la materia fisica in cui la computazione è incorporata diviene agente di simbolizzazione e proiezione di mondo. L’organismo sensibile non è più il solo emanatore di mondi. L’androide (il Costrutto, l’artificiale) e l’umano (il Nato, l’organico) concorrono ormai nel processo di emanazione di mondi. Ma l’organismo ha un duplice svantaggio nei confronti dell’androide: è sensibile, dunque soffre. È cosciente, dunque dubita. L’androide non soffre, non dubita, non si stanca e non perde tempo a riflettere. È facile immaginare chi vince.

La profezia di Marx, al rovescio

È noto che Marx formulò, in uno dei suoi scritti più visionari, una profezia che in maniera perversa si sta realizzando attraverso l’automazione dell’attività cognitiva.

Nel Frammento sulle macchine Marx osserva che la conoscenza è un fattore di incremento della produttività, e al tempo stesso un fattore di automazione e sostituzione del lavoro umano.

“Il Capitale, diceva Marx, lavora alla sua propria dissoluzione come forma dominante della produzione… Attraverso questo processo (di automazione del lavoro da parte della conoscenza scientifica), la quantità di lavoro necessario per la produzione sarà ridotto a un minimo… il capitale, in modo non intenzionale, riduce a un minimo il lavoro, il dispendio di energia. Questo avrà come conseguenza un beneficio per il lavoro emancipato, e al tempo stesso è la condizione della sua emancipazione”. (Liberamente tradotto dalla versione del Frammento sulle macchine (pdf).

Grazie all’applicazione dell’intelligenza come fattore di automazione, gli umani non dovranno più sottomettere il loro tempo alla necessità di produrre il fabbisogno sociale, perché le macchine intelligenti lo faranno, mentre gli umani e le umane se ne andranno finalmente libere a coltivare i loro piaceri. Purtroppo le cose non sono andate così. La vicenda storica ha rovesciato la prospettiva immaginata da Marx: il lavoro cognitivo (il general intellect) non ha saputo costituirsi come potenza autonoma, così che la storia degli ultimi cinquanta anni (a partire dalla sconfitta dei movimenti egualitari) ha finito per essere storia della sottomissione del lavoro cognitivo alla logica automatica del Capitale.

Assoggettata a una logica distruttiva, la potenza dell’intelligenza ha prodotto un mondo spettrale: gli umani non si sono emancipati dal lavoro salariato per coltivare i loro piaceri, ma il lavoro salariato ha sussunto l’attività cognitiva, mentre di lavoro salariato ce n’è sempre meno bisogno, perché in alcuni casi lo sostituisce la macchina intelligente, e nella maggioranza dei casi lo sostituisce il lavoro schiavizzato.

Quello che Marx immaginava (e ci permetteva di immaginare) è il comunismo: governo collettivo sulle potenze del sapere e della tecnica, autogoverno dei lavoratori della conoscenza, finalizzato al loro proprio bene e al bene di tutti. Utopia? No. Un progetto del tutto ragionevole, che però è fallito. «Quando il lavoro nella sua forma diretta ha cessato di essere la fonte della ricchezza, il tempo di lavoro finisce… grazie ai poteri generali della mente umana…. Il processo della vita sociale viene a trovarsi sotto il controllo dell’intelletto generale e si trasforma in concordanza con quello».

Questo è accaduto, ma a rovescio: l’intelletto generale è sottomesso alla valorizzazione del capitale e permeato dal principio di competizione e di guerra. Ciò non vuol dire comunque che siamo finalmente entrati nel regno dell’armonia computazionale gestita da un disegno malefico coerente, perché non c’è un disegno malefico coerente, ma ce ne sono molti, e sono in conflitto tra loro. L’automa computazionale molteplice è funzione di guerra.

Il progetto comunista – ridistribuzione della ricchezza, riduzione dell’orario di lavoro e primato dell’interesse sociale su quello dell’impresa – rappresentava l’unica possibilità di scongiurare lo scatenarsi delle tendenze distruttive del capitalismo. Il primato del profitto ha accelerato la devastazione dell’ambiente e della mente. Ormai nessuno può evitare l’eliminazione della razza umana. Ma dobbiamo davvero rammaricarcene?

L’amaro calice, allontanato

«Il pensiero classico teneva distinte l’anima dalla materia, e l’essenza del soggetto dagli ingranaggi della corporeità. Per parte loro i marxisti opponevano le sovrastrutture soggettive ai rapporti di produzione infrastrutturali. Come possiamo oggi parlare di soggettività se non riconoscendo che i contenuti della soggettività dipendono sempre più da una moltitudine di sistemi macchinari?» (Felix Guattari: Cartographies schizoanalytiques, Galilée, 1989, pag. 9).

Una soggettività ibrida va emergendo all’orizzonte del secolo ventuno: a metà del secolo ventuno gli umani saranno in via di sparizione, falcidiati dalle guerre, dai cataclismi climatici e soprattutto dalla denatalità. Il pianeta sarà abitato da una popolazione ibrida, composta di Androidi e di Modificati: gli androidi connessi all’automa, saranno capaci di riprodursi, di perfezionare il cervello sintetico, e di aumentare la loro efficienza finalizzata a compiti specifici.

I Modificati, già oggi maggioranza tra i nati nel nuovo secolo, sono organismi carnali di origine umana formattati sul piano cognitivo secondo le regole di funzionamento dell’automa: a metà secolo, dato il progressivo azzeramento della natalità, saranno prevalentemente vecchi sopravvissuti grazie a protesi destinate a sostituire quasi tutto quel che un tempo fu carne, e una minoranza sempre più esigua di giovani che dialogano silenziosi grazie a protesi cerebrali. Saranno progressivamente liberati dall’imperfezione della sensibilità, che afflisse gli umani per centomila anni. Avranno sbarrato la strada alla sofferenza fisica e soprattutto al dolore psichico generato dall’empatia.

Sostituendo il corpo sensibile con la funzione matematica, finalmente avremo allontanato l’amaro calice che dovevamo bere quando eravamo umani. 

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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