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Teologia in cerca di casa, di aria …e di caffeina. A Verona, omaggio ad Augusto Barbi

Teologia in cerca di casa, di aria …e di caffeina. A Verona, omaggio ad Augusto Barbi

VERONA-ADISTA. «People have beautiful things to say about you, but you have to die first», recita un celebre detto inglese. Un giorno di questa assolatissima estate mi trovavo al bar con Marco Campedelli. Un paio di volte, come sospendendo la frase, accenna di aver pensato di organizzare un appuntamento di grato ricordo della persona e dell'opera esegetica, teologica, pastorale di un caro amico comune, il noto biblista, Augusto Barbi, da qualche anno in pensione. «Ma poi…», il discorso resta sospeso... Sento che va dato esito a tale intuizione e proferisco: «Se pensi a qualcosa, io ci sono». Da quell'istante l'impiego per la realizzazione di un tale appuntamento è proseguito senza soluzione di continuità, aggregando altri compagni d'impresa, in particolare il prof. e collega Sergio Gaburro. Lì è successo qualcosa: l’incontro tra due persone che intuiscono stima reciproca, che sentono di potersi fidare e riconoscono un'azione giusta da compiere, un'eredità da non disperdere, una gratitudine da manifestare. Credo che già questo evochi qualcosa di rilevante della teologia pubblica per il momento contemporaneo.

La riconoscenza è merce che non abbonda, direi soprattutto nella chiesa. Abbiamo dunque sentito doveroso compiere un atto di giustizia, non solo verso un amico e stimato studioso, ma anche nei riguardi di un lascito di singolare valore, quello dello Studio Teologico di Verona; quello che noi abbiamo vissuto, soprattutto nei 15 anni di direzione di Augusto Barbi; un luogo che tutti e tutte (tutte fin da allora) ricordano ospitale, piacevole, avanguardista, franco; casa per un pensiero libero e arioso.

Qualcuno che leggerà queste righe si chiederà giustamente chi sia questo Barbi; ma ciascuno/a avrà facilmente conosciuto profili di maestri molto simili. Parlo di una persona che ha fatto la storia teologica, e non solo, della nostra diocesi; un ricercatore serio, rigoroso, prolifico; profetico nella libertà della mente e del cuore; da sempre aperto alla cultura, in particolare al dialogo con l'università; un uomo profondamente sensibile alle persone; un generoso in tutte le dimensioni dell'estroversione; una figura di riferimento piuttosto che un leader. Personalità difficili da incontrare, oggi ancor di più. Quei tipi che si guardano ancora con sospetto, pur se ultra ottantenni, in questa strana chiesa.

Entrando nello specifico, perché la memoria grata non si fermi ai ricordi ma sia semina, abbiamo pensato di celebrare con una Giornata Studio (v. locandina sotto). Il titolo adottato per l'evento connette due versi del poeta Mario Luzi: «vola alta parola», ma «non separarti da me», volendo così subito suggerire il legame inscindibile tra un dire nobile e il suo incarnarsi nella storia. Interverranno docenti di prestigio, che si sono spesi con generosità per una Parola aperta, coraggiosa, feconda: Roberto Vignolo («Ironica, ospitale, anzi conviviale: la verità che ci salva secondo le Scritture»), Antonio Autiero («Teologia come compagnia, per una riuscita dell’umano»), Cristina Simonelli («Come un settimo senso: teologia – profezia – condivisione»); seguirà una sezione pomeridiana dal taglio più biografico, introdotta da Marco Campedelli («Un caffè con un amico», narrazione poetica), impreziosita dall’intervento del card. Giuseppe Betori («Al crocevia dell’opera lucana: amicizia, studio, collaborazioni»), amico di lunga data di Augusto, e l’intervento conclusivo del protagonista della giornata («Raccontarsi: la vita, la Parola, la cultura»).

Lo spirito della giornata è quindi quello della gratitudine, ma insieme c’è il desiderio di sentire e possibilmente dire ancora parole sensate. A tal proposito mi permetto una riflessione a voce alta, sulla teologia. Scrivevo appena prima che profili alla Barbi sono oggi rari da individuare. Chi guarda l’elenco dei relatori — detto ovviamente col massimo rispetto — vede una determinata generazione, anche anagrafica, e può avere il sospetto che qualcosa sia andato storto in questi ultimi decenni. Non sorprendo nessuno osservando che c’è una disparità di collocazione ideologica tra teologi/ghe e clero giovane. Anche con il conforto di qualche indagine (ad es. «Polarization, Generational Dynamics, and the Ongoing Impact of the Abuse Crisis» della Catholic University of America, 2023), si può azzardare, pur con criteri spannometrici, che sul tema dei diritti civili e del sentire economico-politico le sensibilità dei due gruppi risultino percentualmente quasi speculari. Non mi interessa qui né lo stato del clero, né le posizioni di bandiera, ma trovo curioso il fenomeno: chi esce da una scuola di teologia, facilmente e sistematicamente non accoglie, se non rigetta, le proposizioni lì offerte, pur argomentate in modo rigoroso, documentato, motivato.

Perché avviene ciò? Avanzo una ipotesi, certamente da perfezionare. Credo che un giovane prete, più o meno involontariamente, capisca che nella chiesa non si stia granché investendo sulla teologia. Quando l’episcopato invoca l’incontro tra questa e la cultura, spesso si scorge fra le righe un retrogusto insensato di sperata o disperata reconquista. Non mi sembra d’altronde che si siano accolti seriamente gli inviti di Veritatis Gaudium (2017). La Costituzione Apostolica, nel Proemio, chiedeva di impegnarsi a costituire reti e centri di ricerca interdisciplinari: dove sono? A suo tempo feci una proposta articolata, in merito, ad autorità competenti, ma mi venne risposto che non è certo il tempo di metter su organismi di questo tipo. Non sono d’altronde il primo a segnalare la marginalizzazione della teologia. Ricordo ad esempio il vivace dibattito che era seguito all’intervento «Il tradimento dei teologi» di Severino Dianich, nel 2024; Giorgio Bozza, di recente, ha parlato della mancanza endemica di riflessione teologica come piaga delle chiese locali; e Giuseppe Lorizio («La teologia irrilevante o latitante?», 2024) ha osservato che la debolezza dei processi partecipativi invocati, e in qualche modo avviati, sta nel non essere sufficientemente accompagnati «da una riflessione critica e teologicamente rigorosa».

A tal proposito ho da tempo un fosco sentore, ovvero che il refrain sinodale, esattamente perché privo di sufficiente spessore di pensiero, abbia semplicemente dislocato uno squilibrio, rimodellando una chiesa a trazione clericale verso una a trazione curiale, con un esito perfino più smaccatamente verticalista. Dal clericalismo al curialismo — stavolta con rigorosa quota rosa — tramite una partecipazione di facciata. Le assemblee sinodali, caricate di una responsabilità improbabile, sono finite per ridursi a cassa di risonanza della classe dirigente. La prospettiva di fondo è data a monte: farsi largo nella modernità puntando sul residuo peso sociale di cui la chiesa ancora dispone, spingendo su un presenzialismo istituzionale sopravvalutato, sia da parte ecclesiale che laica, non disdegnando ampio ricorso a strategie di marketing, che imbellettano proposte quantomeno esili. Il tutto assorbendo ingente tempo ed energie a persone generose e fidenti; e immettendo considerevole capitale economico, finché ce n’è.

Sarebbe troppo facile cavarsela così ed è invece giusto chiedersi altresì cos’è successo nel frattempo alla teologia. Il dato di un certo accomodamento è da tenere in conto, come suggerito dal già citato articolo di Dianich; ma in linea generale, al di là dell’esporsi più o meno su qualche determinato tema, non so se complessivamente si sia ancora andati fino in fondo nell’indagare fenomeni come la secolarizzazione e il pluralismo, e contemporaneamente se ci sia abbastanza audacia nell’avventurarsi stabilmente nei territori dell'interdisciplinarietà. Il pensiero credente — soprattutto nelle sedi ufficiali e salvo rari casi — è complessivamente timido rispetto al proprio compito e troppo compiacente rispetto agli apparati di governo. Talvolta ho l’impressione che le strutture ecclesiali, compresi beninteso gli istituti teologici, si siano talmente infragilite e anchilosate da rendere difficilmente preventivabile la nascita di qualcosa di originale e fresco al loro interno e che sguardi, parole, gesti nuovi possano eventualmente provenire da gruppi di volenterose e volenterosi, che agiscono, in interazione e al costo di una certa rischiosa indipendenza.

Chiudo con due motivi di conforto e un’ipotetica fenditura da esplorare. Da una parte c’è già chi, quanto appena evocato, è riuscito a farlo; penso ad esempio a qualche aggregazione di teologhe, le quali hanno saputo spesso creare un ambiente ecclesiale altro, partendo da condizioni sfavorevoli. In secondo luogo, mi rincuora pensare che Dio Padre/Madre, in fondo, se ne frega dei nostri limiti mentali, abita beatamente al di fuori dei nostri recinti ed è accessibile e testimoniabile da tutte le persone di buona volontà. Sono in questo senso personalmente grato che Michela Murgia abbia fatto teologia, volendo tra l’altro farla in quanto cattolica; e altresì contento che Vito Mancuso svolga teologia gesuana, rendendola materia per tutti/e, per fare solo due citazioni. E poi, ha certamente ragione Olivier Roy ad indicare che nella separazione tra religione e cultura, tipica delle società laicizzate, i credenti sono stati spinti ad innamorarsi della loro rassicurante e tepida holy ignorance (2010), ma temo che tale scissione abbia arrecato non pochi danni anche all’accademismo pubblico, lasciando aperto uno spazio di confronto che può essere sorprendente.

* Alessandro Scardoni è docente di Antropologia Teologica e Storia della teologia presso la Facoltà Teologica del Triveneto. Ha pubblicato come testi monografici: Louis Bouyer, itinerario di una teologia mistica (2015) e Dostoevskij o di un’idea cristiana russa (2020). Tra i suoi articoli: "Identità filiale: spunti per una ontologia relazionale" (2019), "Cibernetica e uomo credente" (2021), "Fare teologia pubblica: dialogo e interdisciplinarietà" (2023), L’esistenza umana e credente nel globalismo  informazionale" (2024)

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