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La legge di bilancio che la società civile vorrebbe

La legge di bilancio che la società civile vorrebbe

Tratto da: Adista Documenti n° 44 del 22/12/2018

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La Legge di Bilancio per il 2019-2021 è un’occasione mancata, un testo che non rappresenta certamente la “manovra del cambiamento”. Tra luci e ombre e molte contraddizioni (frutto anche dell’eterogenea compagine di governo) si è persa un’occasione per cambiare pagina rispetto all’obiettivo di mettere i primi mattoni di un nuovo modello di sviluppo fondato sull’ambiente, la pace e i diritti: anche i diritti umani e costituzionali delle persone in fuga da guerre e povertà, che questo governo sta violando. (...).

I conti non tornano

La manovra di bilancio di poco più di 41 miliardi è decisamente inadeguata. Non tornano i conti della crescita per il 2018 e il 2019. Per il 2018 non sarà dell’1,2%, ma quasi sicuramente sotto l’1,0% (Istat). Per il 2019, la crescita sarà inferiore di un terzo di quella prevista: non dell’1,5%, ma dell’1,0% (Fondo Monetario Internazionale, ma anche Ufficio Parlamentare di Bilancio e Istat).

Per il rapporto deficit-Pil le previsioni del governo di un rapporto al 2,4% per il 2019 sono contraddette da altre istituzioni. (...). E i conti non tornano anche su tante altre partite importanti, tra cui la cosiddetta “Quota 100”. Se tutti aderissero alla proposta (platea di 437mila beneficiari), la spesa per il 2019 sarebbe di 13 miliardi di euro e non di 6,7 miliardi (Upb). Si sovrastima la crescita e si sottostima l’indebitamento: in questo modo si ha a che fare con una Legge di Bilancio sostanzialmente inattendibile, non corroborata da numeri reali, non fondata su previsioni elaborate su un principio di prudenza.

La finanza pubblica in bilico

Aumentare il rapporto deficit-Pil al 2,4% nel 2019 (e al 2,1% al 2020 e 1,8% al 2021) è sacrosanto se si fanno investimenti pubblici, se si sostiene la domanda interna, se si crea lavoro e si rafforza il welfare. Ma tutto questo nella Legge di Bilancio 2019-2021 non c’è. Gli investimenti pubblici nella manovra del governo sono ridotti al minimo, presenti in misura molto limitata (risorse aggiuntive per lo 0,2% del Pil): tra l’altro si tratta di risorse neutralizzate da identici tagli (sempre lo 0,2%) alla spesa pubblica dei ministeri, alla spesa sociale e alle agevolazioni fiscali (tax expenditure) che spesso costituiscono un importante sostegno al reddito dei cittadini. E di interventi per il lavoro non c’è traccia. (...).

Affermare dunque che l’aumento del deficit sarà compensato poi dalla crescita del Pil è, oggi, pura petizione di principio, frutto di stime generiche e propagandistiche già rivelatesi fallaci negli anni precedenti. La previsione di riduzione di cinque punti di Pil del debito pubblico (da 131,7% del 2017 al 126,7% del 2021) è (...) infondata e sostenuta tra l’altro dagli introiti irrealistici delle privatizzazioni.

Prevedere 18 miliardi di entrate dalle privatizzazioni, quando i precedenti governi non hanno realizzato che una parte infinitesimale di quell’obiettivo è un inganno. È inoltre dubbio che la domanda interna possa essere rilanciata con le misure fiscali contenute nella Legge di Bilancio e con questo basso livello di investimenti (1,9% del Pil nel 2018 e 2019).

(In)giustizia fiscale è fatta

Nonostante le promesse di riduzione fiscale, il governo prevede nella Nota di aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (Nadef) un aumento della pressione fiscale che passerà dal 41,9% del 2018 al 42,2% del 2019 e al 42,3% del 2020. Con il Decreto Fiscale legato alla Legge di Bilancio viene introdotta la flat tax (15% sotto i 65mila euro dal 2019 e 20% sotto i 100mila dal 2020), che rappresenta una grave distorsione della giustizia e della progressività fiscale, così come voluta dall’art. 53 della Costituzione. Questa non è una norma a favore dei tanti precari che sono costretti ad aprirsi una partita Iva per lavorare, spesso con redditi bassi, oppure di piccoli artigiani, ma un vantaggio ai settori medio-alti delle libere professioni. Tutto ciò alimenta diseguaglianze economiche e sociali. (...).

Sul fronte della “pace fiscale”, fortemente voluta dalla Lega in manovra di bilancio, è stato scongiurato in extremis un nuovo maxi-condono agli evasori fiscali, che avrebbe rappresentato una gravissima ferita alla legalità e al corretto rapporto tra contribuenti e sistema fiscale. Ma restano comunque in piedi i provvedimenti sulle liti pendenti o potenziali con il fisco e sulla cosiddetta “rottamazione-ter”, che sembrano confermare una resa del governo di fronte alla necessità di un serio e rigoroso contrasto all’evasione e all’elusione fiscale nel nostro Paese.

Il lavoro grande assente

Nella Legge di Bilancio non ci sono misure per il lavoro, se non relativamente all’impegno della riforma (rinviata a un’altra misura) dei Centri per l’impiego e la proroga di qualche ricetta, come il bonus per l’occupazione al Sud e poco altro. La Legge di Bilancio – dando per acquisito il “Decreto Dignità” come misura principale sul lavoro – non dà linee di indirizzo innovative e misure concrete per creare e incentivare l’occupazione.

C’è l’auspicio – che ha accompagnato il dibattito sulla Legge di Bilancio – dell’assunzione di “giovani lavoratori” grazie all’introduzione di “modalità di pensionamento anticipato”. Esponenti di governo si sono spinti a prevedere l’assunzione di due giovani lavoratori per ciascun pensionato anticipato: tradotto in cifre, per seguire queste suggestioni, si parla di fantasmagorici 7/800mila nuovi posti di lavoro. Il lavoro è creato dagli investimenti e in questa Legge di Bilancio c’è una previsione modesta: l’1,9% del Pil nel 2019, in termini nominali 3,5 miliardi di euro, una posta assolutamente inadeguata rispetto alle esigenze di un rilancio della crescita.

Welfare sbrindellato, scuola e sanità fanalini di coda

Il Disegno di Legge di Bilancio 2019 e relativi allegati prevede poche misure che non fanno minimamente i conti con i vizi del nostro sistema di welfare, semmai riflettono la tendenza a deresponsabilizzare progressivamente lo Stato, scaricando sempre di più il peso dell’assistenza e della protezione sociale sulle famiglie. Il “welfare familiare” evocato nel Contratto di governo dimentica l’universalismo e rinuncia a investire nelle infrastrutture territoriali. Nella Legge di Bilancio non si rileva un impegno vero per l’istruzione (diritto allo studio, edilizia scolastica, lotta alla dispersione scolastica), ricorrendo per l’università e la ricerca all’ormai consueto rapporto con il mondo delle imprese e al partenariato pubblico-privato. La stessa scarsa attenzione si può rilevare per gli investimenti per la salute, la non autosufficienza, il diritto alla casa.

Tutte le risorse disponibili – sicuramente un’allocazione importante – sono concentrate sul “reddito di cittadinanza”, i cui contorni attuativi sono ancora assai nebulosi. Riteniamo però primitivo ridurre un fenomeno multidimensionale (e che riguarda non solo il reddito, ma la scuola, la casa, i servizi, eccetera) come quello della povertà unicamente a un problema di trasferimento di reddito su una card.

Pensioni per pochi e malfatte

L’introduzione di “Quota 100” per il sistema pensionistico sembrerebbe un passaggio importante e innovativo nella direzione del superamento della cosiddetta “riforma Fornero”. Ma ci sono diversi aspetti critici da segnalare. Il potenziale bacino dei 437mila aventi diritto è costituto dal 90% di uomini e in gran parte di residenti nel Nord.

È un provvedimento che rischia di alimentare le diseguaglianze tra uomini/donne e Nord/Sud del Paese. Ed è un provvedimento che, secondo l’Ufficio Parlamentare di Bilancio, costa 13miliardi di euro solo nel 2019: una posta di bilancio rilevantissima, considerando l’impatto sociale ben più largo – con quelle risorse – che si potrebbe avere con un piano di investimenti pubblici per il lavoro. Peraltro, ancora non viene affrontato il tema delle (inesistenti) future “pensioni dei giovani” e la necessità di differenziare l’età per il pensionamento in funzione dei lavori e delle professioni esercitate.

Caccia ai migranti

Il governo dà la caccia ai migranti: nel Mediterraneo, bloccando le Ong e impedendo i salvataggi, e in Italia con il “Decreto Sicurezza”, che restringe il diritto d’asilo e indebolisce il sistema Sprar, costringendo migliaia di richiedenti asilo e migranti all’abbandono. Così si creerà maggiore degrado e più marginalità. È disumano e liberticida pensare di rispondere con le ruspe e la criminalizzazione a un fenomeno drammatico che ha bisogno di politiche di accoglienza, integrazione e assistenza, nel rispetto dei diritti umani.

Lungi dal generare una più efficiente gestione dei flussi migratori, le politiche adottate dal governo comportano una restrizione dei diritti individuali e il rischio di nuovi conflitti sociali. Il Disegno di Legge di Bilancio 2019, all’articolo 57, comma 2, prevede di “razionalizzare” la spesa per l’attivazione, locazione e gestione dei centri di trattenimento e di accoglienza tagliando gli stanziamenti previsti di 400 milioni di euro nel 2019, 550 milioni nel 2020 e 650 milioni a decorrere dal 2021. La famosa “sforbiciata” è dunque giunta. Ma più che tagliare gli sprechi, cancella diritti, con l’unico fine di accogliere meno e male e mostrare il pugno di ferro all’opinione pubblica incattivita, senza garantire maggiore trasparenza dell’utilizzo delle risorse pubbliche.

Il servizio civile: passi indietro

Ci sono meno soldi nel 2019 per il servizio civile e meno ancora ce ne saranno nel 2020. Si tratta di un grave passo indietro rispetto al difficile tentativo di questi anni di tenere un dignitoso livello di finanziamento del Servizio Civile Nazionale. Già nel 2019 si rischia di veder calare il numero di ragazzi e ragazze ammesse a svolgere questa esperienza. In questo modo non solo non ci sarà mai veramente il “servizio civile universale” della Legge delega sul Terzo Settore, ma non si riuscirà nemmeno a garantire il servizio civile di questi anni. (...).

Cooperazione allo sviluppo: ancora molta strada da fare

Per la cooperazione allo sviluppo nella Legge di Bilancio del 2019 si registrano undici milioni in meno rispetto al 2018 (5.008 milioni nel 2019, 5.019 nel 2018). (...). È vero che il Documento di Economia e Finanza evidenzia l’obiettivo di crescita della cooperazione fino al 0,40% del Pil nel 2021, ma è anche vero che un terzo delle spese per la cooperazione non sono tali: si tratta di stanziamenti finalizzati all’accoglienza dei migranti nei Cas e nelle altre strutture individuate.

Armati fino ai denti

L’Italia, con una spesa militare annua di oltre 25 miliardi di euro, si conferma un Paese “armato fino ai denti”: continuiamo a mantenere costosissimi sistemi d’arma, tra cui quello dei cacciabombardieri F-35, le spese militari della difesa aumentano nel 2019 del 2% in Legge di Bilancio e rimaniamo presenti in missioni militari che andrebbero chiuse, come quella in Niger o in Afghanistan. E proseguiamo a vendere armi all’Arabia Saudita, coinvolta in una guerra come quella in Yemen.

Ambiente e sostenibilità

La Legge di Bilancio non presenta in campo ambientale tratti originali o misure di carattere innovativo, men che meno in materia di scelte energetico-climatiche, dove l’unica certezza è rappresentata dalla conferma anche per il nuovo anno degli sgravi fiscali per l’efficientamento energetico del cosiddetto “Ecobonus”. (...). Il Governo ha riconfermato un’opera sbagliata come la Tap e rimane ambiguo sulla continuazione o meno della Tav. In Legge di Bilancio pochi fondi per la lotta al dissesto idrogeologico e nessun intervento per la riduzione dei cosiddetti “sussidi ambientalmente dannosi” (oltre 16 miliardi di euro).

Le nostre alternative

Questo nostro Rapporto 2019 contiene la Legge di Bilancio che vorremmo, quella del cambiamento, ma quello vero. Con le 101 proposte che abbiamo elaborato, delineiamo una diversa idea di economia, di spesa pubblica, di modello di sviluppo. Sbilanciamoci! ritiene necessario cambiare pagina, un salto di paradigma, un’inversione di rotta rispetto alle politiche neoliberiste di questi anni. Bisogna rimettere al centro la politica, le politiche. Servono investimenti pubblici per consumi e produzioni legate alla green economy e ai nuovi bisogni sociali capaci di produrre qualità sociale ed eguaglianza. Per questo sono fondamentali politiche redistributive che intacchino privilegi, rendite di posizione, ricchezze abnormi. Il welfare non è un costo, è un diritto ed è un investimento.

Una società più istruita, formata e sana esprime anche un’economia più innovativa e capace di futuro. Abbiamo bisogno di una radicale riconversione ecologica e civile dell’economia. Dobbiamo eliminare i sussidi ambientali dannosi e ridurre drasticamente le spese militari. Tutto questo non è il “libro dei sogni”: è possibile. Lo dimostriamo in questo Rapporto con le nostre proposte specifiche, concrete e dettagliate. Si può fare: questa è la strada del vero cambiamento.

Politiche industriali

Nonostante l’Italia sia il secondo Paese manifatturiero in Europa, da tempo non ci sono vere politiche industriali. È questa – dentro la crisi – una delle ragioni fondamentali del declino del nostro sistema produttivo (che ha perso oltre 20 punti percentuali dall’inizio della crisi) e della sua peggiore performance rispetto agli altri Stati europei. Da una parte predomina l’assunto del “ci pensa il mercato”, dall’altra si è affermata l’idea che l’intervento pubblico deve limitarsi a creare le migliori condizioni fiscali (agevolazioni, riduzioni Irap e Ires, eccetera) per gli investimenti (privati), la creazione di posti di lavoro, l’internazionalizzazione. Non ci sono politiche industriali perché c’è stato in questi anni l’arretramento delle politiche pubbliche in tanti settori vitali dello sviluppo e della crescita.

Questo ha causato un indebolimento generale dell’intero sistema produttivo, una crescente arretratezza tecnologica, il fenomeno dello “shopping” della parte migliore del nostro apparato industriale, la delocalizzazione, la difficoltà di competizione nel mercato mondiale. Un sistema produttivo, il nostro, che produce soprattutto per l’esportazione e che stenta sul fronte del mercato nazionale, a fronte di una perdurante difficoltà della ripresa della domanda interna. (...).

In generale, il Disegno di Legge di Bilancio 2019 sembra esprimere una maggiore attenzione – con limitate misure, anche estemporanee – al sostegno della piccola e media impresa, più che puntare allo sviluppo del sistema industriale nel suo complesso e alla individuazione degli asset strategici e delle eccellenze produttive capaci di rispondere alla domanda interna e alla competizione nel mercato internazionale. Una vera ed efficace politica industriale dovrebbe investire invece in tre direzioni: (a) le tecnologie e le produzioni di beni e servizi “verdi”, capaci di aumentare la sostenibilità dell’economia, di ridurre il consumo di energia e materie prime non rinnovabili, l’impatto sul cambiamento climatico, il consumo di suolo, di favorire lo sviluppo di energie rinnovabili e di sistemi di trasporto sostenibili; (b) la diffusione e applicazione delle tecnologie dell’informazione e comunicazione, incoraggiando le esperienze di Open Data, Open Source e Open Innovation che valorizzino la dimensione cooperativa delle attività in rete; (c) l’espansione delle conoscenze e della produzione di beni e servizi legati alla salute e al welfare pubblico, un tema di rilievo primario nel contesto dell’invecchiamento della popolazione e dell’esigenza di tutelare i servizi pubblici sanitari e sociali. Ma tutto questo, nel Disegno di Legge di Bilancio 2019, non c’è. (...)

Lavoro e reddito

Partiamo dal lavoro. Nel Disegno di Legge di Bilancio 2019 non ci sono misure significative su questo fronte. Queste si danno già per acquisite con il cosiddetto “Decreto Dignità”, approvato in via definitiva nel mese di agosto 2018 (Decreto Legge 87/2018 convertito in legge il 9 agosto 2018, Legge 96/2018).

Lo scopo generale del Decreto è condivisibile: combattere la precarietà. E alcuni passi avanti sono stati fatti. Ci sono delle modifiche rispetto alla precedente legislazione in materia di lavoro (il cosiddetto “Jobs Act”). Sono state introdotte limitazioni significative al ricorso ai contratti a tempo determinato: la durata massima del contratto viene ridotta da 36 a 24 mesi, si reintroducono le “causali” per i contratti superiori ai 12 mesi, si limita la possibilità di proroga che passa da 5 a 4, si innalza la quota contributiva (0,5%) a carico dell’imprenditore ad ogni rinnovo contrattuale. In caso di licenziamento illegittimo – pur non prevedendo il reintegro – si aumenta del 50% l’indennizzo dovuto dall’imprenditore al lavoratore e la forbice dell’indennizzo passa da 4-24 mesi a 6-36 mesi. L’articolo 18 – come chiedeva invece una parte del mondo sindacale – non viene reintrodotto. Si opera con il Decreto Dignità una sorta di “riduzione del danno”, non sufficiente a intaccare i meccanismi di precarizzazione del mercato del lavoro. (...).

Un altro capitolo di spesa rilevante e centrale nel Disegno di Legge di Bilancio 2019 riguarda l’introduzione di una misura che viene identificata come “reddito di cittadinanza”. Si tratta di un fatto di grande novità: è senz’altro positivo che con la manovra di bilancio si reperiscano risorse (ben 9 miliardi di euro) da utilizzare per la lotta contro la povertà. Tuttavia, nel Disegno di Legge viene determinata la posta di bilancio, ma la declinazione concreta della misura è ancora indefinita e rinviata a una successiva norma. (...). Da quello che si comprende – dalle anticipazioni fatte – il reddito di cittadinanza rischia di avere un’applicazione assai lenta e farraginosa e di essere legato a un insieme di condizionalità (dalla tipologia delle spese ammissibili all’obbligo di accettazione delle proposte di lavoro) che contraddicono l’esigenza di disporre di una misura di reddito minimo universale, capace di sradicare la povertà assoluta e di rispettare la dignità di una cittadinanza piena, legata ai diritti universali – e non ad ambigue e anacronistiche condizioni amministrative o addirittura morali.

Cambiamenti climatici e scelte energetiche

Il Disegno di Legge (Ddl) di Bilancio 2019 non presenta in campo ambientale tratti originali o misure di carattere innovativo, men che meno in materia di scelte energetico- climatiche, dove l’unica certezza è rappresentata dalla conferma anche per il nuovo anno degli sgravi fiscali per l’efficientamento energetico del cosiddetto “Ecobonus”. (...).

Rispetto, poi, alla crescita della consapevolezza dei cittadini su queste tematiche – su cui il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa ha puntato molto – c’è da rilevare che gli stanziamenti previsti per i programmi e interventi del Governo in materia di cambiamenti climatici ed energie rinnovabili si attestano anche nella manovra 2019 su livelli risibili, prevedendo per il prossimo anno uno stanziamento di meno di 6 milioni di euro (esattamente 5.991.164 euro).

Passando dalle iniziative di sensibilizzazione agli interventi per contrastare e contenere i cambiamenti climatici, bisogna infine ricordare che il nostro Paese, per far fronte agli impegni europei, deve presentare il proprio Piano Nazionale Clima e Energia entro l’anno.

A tal proposito, il Ministro Costa, rispondendo al pressing degli ambientalisti legato ai gravissimi danni provocati in tutta Italia (dal Veneto alla Sicilia) dagli eventi meteoclimatici estremi, ha assicurato che entro il 31 dicembre 2018 sarà fatto il passaggio con il Ministero dello Sviluppo economico per dotare finalmente il Paese di uno strumento adeguato. Un Piano che consenta di avanzare decisamente sulla strada della decarbonizzazione dell’economia, imboccata con la Strategia Energetica Nazionale che ha già fissato il primo obiettivo dell’uscita dal carbone entro il 2025.

Sta di fatto, però, che nel Disegno di Legge di Bilancio 2019 non ci sono misure che in qualche modo anticipino o creino le basi di partenza per l’avvio di questo percorso (...).

Tutela del territorio

(...). Di certo, lo sforzo del Governo sul fronte del dissesto idrogeologico è rilevante, anche se ancora una volta tutto concentrato a rispondere a un’emergenza che da anni è diventata quotidiana. Agli interventi per le “pubbliche calamità” (...) sono infatti destinati complessivamente 3 miliardi e 242 milioni di euro: 3 miliardi e 182 milioni per la “ricostruzione” e 60 milioni di euro per la “prevenzione sismica”.

Ciò a conferma che, nonostante da anni si faccia riferimento a una stima di 40 miliardi di euro per far fronte efficacemente a una situazione di dissesto molto diffusa e complessa, ancora navighiamo a vista in attesa di riparare i danni del prossimo evento catastrofico. (...).

Di fatto, nel Disegno di Legge di Bilancio 2019 non ci sono risorse per l’attuazione di un piano di più largo respiro, anche se il Ministro dell’Ambiente Costa aveva annunciato il 30 ottobre scorso “un programma finanziato e definito per la manutenzione del territorio, che prevede subito 50 milioni per progetti strutturali, oltre a una road map ferrea e articolata che porterà in tutta Italia, a partire dalle zone più a rischio, 900 milioni di euro a triennio contro il dissesto”.

(...). Non resta che augurarsi che il Piano per la manutenzione del territorio venga alla luce al più presto, e che sia strettamente correlato e integrato con quel Piano Nazionale di Adattamento ai cambiamenti climatici che, dopo una falsa partenza alla fine del 2017, è stato ritarato nel corso del 2018, ma che stenta ancora a essere pienamente operativo e condiviso con Regioni e Comuni. (...).  

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