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La solidarietà degli evangelici con la nave Sea Wathc: hanno ragione

La solidarietà degli evangelici con la nave Sea Wathc: hanno ragione

«Hanno ragione: in Libia non c'è alcun porto sicuro». Così titola il comunicato della Federazione Evangelica solidarizzando con la nave Sea Wathc, che due giorni fa ha sottratto alla morte per affogamento 53 migranti. «Condividiamo la scelta di Sea Watch di non riportare in Libia i migranti soccorsi e salvati  nel Mediterraneo -–  dichiara Paolo Naso, coordinatore di Mediterranean Hope, il Programma rifugiati e migranti della Federazione delle Chiese evangeliche in Italia –  per la semplice ragione che in Libia non c'è alcun porto sicuro. Lo attesta l'Alto Commissariato per i rifugiati dell'ONU e lo confermano le cicatrici sui testimoni che arrivano a raccontarci l'inferno libico. Le persone che abbiamo incontrato e accolto in questi anni –  continua Naso –  descrivono un paese in cui si pratica sistematicamente la tortura, un Paese in guerra, costellato di centri di raccolta e detenzione in cui sono negati fondamentali diritti umani». 

«Di fronte a questa tragedia», afferma ancora, «come cristiani non possiamo voltarci dall'altra parte e per questo solidarizziamo con chi continua a praticare accoglienza e solidarietà. Lo facciamo insieme a tante Chiese protestanti europee – ad esempio la Chiesa evangelica tedesca che proprio nei giorni scorsi ha visitato l'equipaggio della Sea Watch nel porto di Licata  –  che insieme a noi sostengono i nuovi samaritani che, di fronte a persone ferite e perseguitate, non proseguono sulla loro strada ma, evangelicamente,  le soccorrono e se ne fanno carico».

La Sea Watch ha soccorso i migranti in zona Sar libica. La guarda costiera della Libia le ha intimato di far sbarcare i naufraghi a Tripoli.  «Probabilmente – osserva la Repubblica.it (13/6) –  di concerto con l'Italia dopo l'approvazione del decreto sicurezza bis, per la prima volta la Libia ha offerto a una Ong un porto di sbarco sapendo già che l'indicazione non verrà seguita». La risposta è infatti stata: «La Sea Watch non sbarcherà i naufraghi in Libia. Tripoli non è un porto sicuro. Riportare coattivamente le persone soccorse in un Paese in guerra, farle imprigionare e torturare è un crimine. È vergognoso che l'Italia promuova queste atrocità e che i governi UE ne siano complici». E ha chiesto un approdo sicuro sulle nostre coste, facendo intanto rotta – a quanto sembrava ancora ieri – verso Lampedusa.

Da Salvini arriva immediata la risposta, sia disponendo che Guardia di finanza e Capitaneria di porto diffidano la nave dall’entrare in acque territoriali, sia affermando: «Le autorità libiche hanno assegnato ufficialmente Tripoli come porto più vicino per lo sbarco. Se la nave illegale Ong disubbidirà, mettendo a rischio la vita degli immigrati, ne risponderà pienamente».

Ne risponderà anche Salvini, perché i legali di Sea Watch annunciano una querela per diffamazione nei confronti del ministro dell’Interno per le dichiarazioni diffuse ieri dopo il soccorso. «Dichiarazioni diffamatorie a mezzo stampa insultando la Ong e l'operato della sua nave; operato che si sostanzia, sempre, in legittima attività di soccorso e salvataggio –  dicono –. Occorre precisare che le autorità libiche non hanno dato alcuna indicazione alla nave della Ong da noi rappresentata la quale ha rispettato la vigente normativa internazionale che, come oramai noto, vieta il trasbordo e lo sbarco in territorio libico. Il Ministro sa bene che fare rientrare chi fugge da guerre, violenze e soprusi in un paese che non è qualificato come "porto sicuro", in costante guerra civile, costituisce una gravissima violazione dei diritti umani, del diritto del mare e del diritto dei rifugiati».

*Foto di Sinn Féin, tratta da Flickr, immagine originale e licenza

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