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PRIMO PIANO. La sinistra ritrovi nell’uguaglianza la sua ragion d’essere

PRIMO PIANO. La sinistra ritrovi nell’uguaglianza la sua ragion d’essere

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 38 del 02/11/2019

Accreditati commentatori affermano, sia pure con motivi e obiettivi diversi, che si stanno manifestando in vari Paesi e soprattutto negli Stati Uniti orientamenti di un populismo di sinistra che potrebbe validamente contrastare il populismo aggressivo e disordinato di Trump e di alcune forze politiche europee di destra. Guardando con questa logica alla situazione italiana sono in molti a ritenere che da noi sia venuta a mancare questa “spinta” perché il Movimento pentastellato non ha dato impulso a politiche di sinistra come peraltro è accaduto al Partito Democratico che solo oggi sembra dare qualche timido segno di impegno in tale direzione. Il fatto è che tale tesi, in astratto condivisibile, finisce per reggersi per quanto attiene all’Italia, su un presupposto privo di fondamento perché nel Movimento grillino sono presenti (eccome!) sensibilità, inclinazioni e scelte nettamente di sinistra. Come anche non mancano certamente nell’elettorato del PD – e oggi forse anche in alcuni settori dei suoi organi dirigenti – passioni e indirizzi, discutibili quanto si vuole nel merito, ma storicamente e logicamente segnati da scelte di sinistra se per sinistra si intende ancora, alla luce del pensiero del grande giurista e politologo Norberto Bobbio, un diverso modo di vedere le cose che il popolo di destra e quello di sinistra sistematicamente mostrano nei confronti dell’idea di uguaglianza (Destra e sinistra. Ragioni e significati di una distinzione politica, Donzelli editore, agosto 2009, con la puntuale introduzione dell’accademica Nadia Urbinati).

Uguaglianza e disuguaglianza sono, secondo Bobbio, concetti relativi: né la sinistra pensa che gli uomini siano in tutto uguali né la destra ritiene che siano in tutto diseguali ma coloro che si proclamano di sinistra danno maggiore importanza, nella condotta morale e nell’attività politica, a ciò che rende gli uomini uguali o ai modi di ridurre le disuguaglianze, mentre coloro che si proclamano di destra sono convinti che le disuguaglianze siano ineliminabili e che non se ne debba neanche auspicare la soppressione. Contro ogni tentazione consociativa i due concetti appaiono sempre più irriducibili l’uno all’altro, né sono ricomponibili in una sorta di compromesso intermedio, giacché il centro, per Bobbio, non ha consistenza teorica, non definisce una parte. Ne discende che la sinistra dovrebbe rimettere al centro della propria iniziativa il “faro dell’uguaglianza”. Ed è proprio questo che auspicano milioni di progressisti delusi dalle politiche sostanzialmente neoliberiste proposte e attuate in Occidente dai partiti che si autodefiniscono “di sinistra”. Un penoso fenomeno che ha indotto il Movimento pentastellato a commettere il grave errore di prendere le distanze dall’idea di sinistra che ha segnato la storia, sia pure fra degenerazioni e tradimenti, dei grandi partiti e movimenti popolari di emancipazione sociale.

Hanno quindi indubbiamente ragione i commentatori dianzi menzionati quando denunciano, in Italia, i ritardi e le incertezze dei Cinquestelle e del Partito Democratico, perché i Cinquestelle, se è vero che propongono e fanno “cose di sinistra” come è dimostrato dal fatto che la destra considera l’attuale Esecutivo “il Governo più a sinistra della storia repubblicana”, è altrettanto certo che operano spesso in colpevole assenza di un progetto organico ed esplicito di cambiamento all’insegna dei principi costituzionali e in antitesi col dominante modello di economia. Essi dovrebbero avvertire il dovere di elaborare, prospettare apertamente e attuare, nei limiti consentiti dalla situazione politica, un programma strutturato che metta al centro “il faro dell’uguaglianza”. E dovrebbero anche evitare errori come quello di attaccare il presidente Conte con toni ultimativi inducendolo a dichiarare: «Il piano anti-evasione non può essere né smantellato né toccato. Nessuno può tirarsi indietro. Dobbiamo fare qualcosa, chi non ci sta è fuori dal Governo». Per parte sua, il Partito Democratico dovrebbe diventare quel “combinato disposto” della sinistra socialista e della sinistra cristiana da molti auspicato e promosso.

Nelle riflessioni sul tema “La terra è un dono per scoprirci amati, chiediamole scusa”, apparse sul Corriere della Sera del 16 ottobre 2019 papa Francesco dice che uno dei grandi rischi del nostro tempo «di fronte alla minaccia della vita sul pianeta causata dalla crisi ecologica, è quello di non leggere questo fenomeno come l’aspetto di una crisi globale, ma di limitarci a cercare delle – pur necessarie e indispensabili – soluzioni puramente ambientali». E aggiunge che occorrerebbe «una profonda revisione dei modelli culturali ed economici, per una crescita nella giustizia e nella condivisione, nella riscoperta del valore di ogni persona, nell’impegno perché chi oggi è ai margini possa essere incluso». Rileva poi che «la cultura dominante è fondata sul possesso: di cose, di successo, di visibilità, di potere… mentre chi ha poco o nulla rischia di perdere anche il proprio volto perché scompare, diventa uno di quegli invisibili che popolano le nostre città… un’ideologia mercantile diffusa stimola in noi un individualismo che diventa narcisismo, avidità, ambizioni elementari, negazione dell’altro… sarebbe bello se diventassimo capaci di chiedere perdono ai poveri, agli esclusi, allora diventeremmo capaci di pentirci sinceramente anche del male fatto alla terra, al mare, all’aria, agli animali».

Siamo di fronte a un discorso che si muove sul piano dell’etica e della spiritualità (l’una e l’altra anche laicamente intese). Un assunto che richiama il messaggio per la Giornata mondiale per la pace del 2010 col quale Benedetto XVI affermava che occorre «cambiare il modello di sviluppo globale». Una premurosa sollecitudine che nella sua proiezione politica, disgiunta ma non separata da quella del Pontefice, dà senso e forza a quanti sostengono l’esigenza di una sostanziale trasformazione dell’economia che è cosa diversa da quel “welfare” considerato una valvola di sfogo per la compressione dei diritti sociali.  

Michele Di Schiena è presidente onorario aggiunto della corte di Cassazione  

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