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Ancora una Commissione: sulle donne diacono, il papa ricomincia da zero

Ancora una Commissione: sulle donne diacono, il papa ricomincia da zero

Tratto da: Adista Notizie n° 15 del 18/04/2020

40219 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Rifacciamo tutto da capo; o forse, riprendiamo da dove è arrivato il lavoro precedente: sta di fatto che la decisione di papa Francesco di creare una nuova Commissione di studio sul diaconato femminile, per quanto prevedibile (al Sinodo panamazzonico aveva affermato che il tema sarebbe stato ulteriormente studiato, anche se poi nell’esortazione apostolica postsinodale Querida Amazonia non vi era nessun riferimento), ha fatto allargare le braccia a tanti.

Ma l’8 aprile è arrivato l’annuncio, in uno stringato comunicato della Sala Stampa che ne annuncia la creazione «nel corso di una recente Udienza concessa a Sua Eminenza il Card. Luis Francisco Ladaria Ferrer, S.I., Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede», e i nomi dei membri.

Morta una Commissione…

La questione di un’eventuale apertura al diaconato femminile è sempre stata subordinata al lavoro della Commissione ad hoc creata dal papa nel 2016 su richiesta delle religiose dell’Unione internazionale delle superiori generali (Uisg); una Commissione le cui conclusioni il papa aveva consegnato, nel maggio dello scorso anno, nelle mani della presidente suor Carmen Sammut, maltese, (v. Adista Notizie nn. 18, 19, 21, 29/16), riconoscendo che la Commissione aveva raggiunto un’opinione concorde su «poco», affermando che «non è granché ma è un passo avanti», e suggerendo di continuare a studiare la questione. Non è possibile giungere a «fare un decreto sacramentale senza fondamento teologico- storico», ha detto, argomentando che «non possiamo andare oltre la rivelazione e l’esplicitazione dogmatica» perché – riporta Vatican Insider (10/5) – «se il Signore non ha voluto il ministero sacramentale per le donne, non va». La Commissione del 2016, aveva detto Francesco, «ha lavorato bene, tutti in gamba, uomini e donne teologi, e sono arrivati fino a un certo punto tutti d’accordo, poi ognuno aveva la propria idea», sintetizzandolo nell’individuazione di «una forma di diaconato femminile nel principio, soprattutto in Siria e in quella zona», la cui forma di ordinazione «non era la formula sacramentale, era per così dire come – questo è quello che mi dice l’informativa, io non sono perito – come oggi è la benedizione abbaziale di una badessa, una benedizione speciale per il diaconato».

E poi c’è stato il Sinodo panamazzonico dello scorso autunno, con il suo riconoscimento del lavoro fondamentale portato avanti dalle donne in Amazzonia, anche se già il documento conclusivo (v. Adista online del 29/10/19) non lasciava molto spazio all’evoluzione del ministero del diaconato femminile, ma Francesco aveva dichiarato che avrebbe richiamato in servizio la commissione ad hoc per un ulteriore studio sulla materia. E anche l’esortazione post-sinodale Querida Amazonia aveva lasciato poche speranze a un’evoluzione della questione: «Per secoli le donne hanno tenuto in piedi la Chiesa in quei luoghi con ammirevole dedizione e fede ardente», scriveva il papa, liquidando la questione del ruolo delle donne in poche righe; «Questo ci invita ad allargare la visione per evitare di ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali. Tale riduzionismo ci porterebbe a pensare che si accorderebbe alle donne uno status e una partecipazione maggiore nella Chiesa solo se si desse loro accesso all’Ordine sacro. Ma in realtà questa visione limiterebbe le prospettive, ci orienterebbe a clericalizzare le donne». Un approccio che aveva fatto rivoltare il mondo cattolico femminile (v. ad esempio Adista Notizie n. 7/20).

…se ne fa un’altra

A fare parte della nuova Commissione di studio sul diaconato femminile sono personalità del tutto nuove (nessuna faceva parte della prima) e, in gran parte, poco conosciute. Come presidente, è stato nominato il card. Giuseppe Petrocchi, arcivescovo de L’Aquila; segretario sarà il rev.do Denis Dupont-Fauville, officiale della Congregazione per la Dottrina della Fede. Dieci i membri, tra cui cinque donne, sorprendentemente nessuna latinoamericana, tutte europee; tra gli uomini due statunitensi. I loro profili sembrano tendenzialmente di orientamento conservatore. Vediamoli nel dettaglio.

Catherine Brown Tkacz (Lviv, Ucraina); docente presso l’Università cattolica ucraina, nel 2013 pubblicò un articolo in cui sosteneva che l’antica ordinazione diaconale femminile era, da un punto di vista sacramentale, “inferiore” a quella maschile. Tesi opposta a quella di due membri della precedente Commissione, la teologa Phyllis Zagano e il gesuita Bernard Pottier, secondo i quali si trattava di un’ordinazione pienamente sacramentale. Ha tuttavia anche studiato le donne veterotestamentarie come figure messianiche.

Dominic Cerrato (Steubenville, Usa) e James Keating (Omaha, Usa), entrambi diaconi permanenti; il primo, sposato, è direttore della formazione diaconale nella sua diocesi, Steubenville (Illinois); ha insegnato Teologia alla locale Università francescana. Nel 2014 ha scritto il libro In the Person of Christ the Servant: A Theology of the Diaconate Based on the Personalist Thought of Pope John Paul II, un testo sul diaconato in cui non ha mai fatto cenno alla possibilità di farvi accedere le donne; a livello pubblico non ha mai parlato di diaconato femminile. Il suo libro – nota Miriam Duignan del Wijngaards Institute for Catholic Research, think tank progressista inglese – è stato promosso da Keating, al cui libro The Character of the Deacon: Spiritual and Pastoral Foundations in 2017 Cerrato ha, a sua volta, contribuito. Anche in questa raccolta di saggi, nessuna menzione del diaconato femminile. Keating è direttore della formazione teologica all’Istituto per la Formazione sacerdotale della Creighton University.

Don Manfred Hauke (Lugano, Svizzera): forse il più accanito oppositore del diaconato alle donne, come dimostra il suo libro Das Weihesakrament für die Frau – eine Forderung der Zeit? Zehn Jahre nach der päpstlichen Erklärung “Ordinatio sacerdotalis”, in cui esplicita l’impossibilità di un’ordinazione diaconale femminile.

Barbara Hallensleben (Friburgo, Svizzera): la più “vaticana” tra i membri, attualmente membro della Commissione teologica internazionale vaticana, una delle prime donne nominate da Wojtyla in quell’incarico, ha partecipato a un simposio sulle donne organizzato nel 2016 dalla Congregazione per la Dotrina della Fede; si occupa di ecumenismo ed è membro del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Santiago del Cura Elena (Burgos, Spagna); prete dell’arcidiocesi di Burgos, già membro della Commissione teologica internazionale vaticana e tra gli autori del documento Dalla diaconia di Cristo alla diaconia degli apostoli, prodotto del lavoro della Commissione nel 2002, piuttosto inconcludente. Oggi tiene, tra l’altro, un corso sul sacramento dell’Ordine alla Facoltà di teologia della Spagna settentrionale e ha scritto sul rinnovamento del ministero ordinato nel post-Concilio.

Anne-Marie Pelletier (Parigi), una delle più strenue sostenitrici di un sacerdozio esclusivamente maschile, ha sempre difeso la lettera apostolica di Giovanni Paolo II Ordinatio sacerdotalis (come nell’articolo del 1995, annota il Wijngaards Center, "Masculin, féminin: le sens d'une tradition. À l'occasion du débat sur l'ordination des femmes", Nouvelle Revue Théologique 117 (2):199-216 (1995). Nel 2014 le è stato conferito – prima donna a riceverlo – il “Premio Ratzinger”. In una recente intervista, tuttavia, ha anche ammesso che «Fedeltà alla tradizione significa anche innovare ». Ha scritto le meditazioni di papa Francesco per la Via Crucis del 2017.

Caroline Farey (Shrewsbury, Gran Bretagna): forse il personaggio più "oscuro", del quale non si comprende la ragione dell’inclusione; non ha al suo attivo alcuna pubblicazione sul diaconato o sull'ordinazione femminile. Di fama estremamente conservatrice, si occupa dell’Ufficio catechesi della sua diocesi e fino a poco tempo fa insegnava presso la School of Annunciation, piccola istituzione teologica conservatrice che forniva corsi di teologia a distanza ma che ha chiuso nel 2019 per mancanza di fondi. Il suo operato è stato riconosciuto da papa Ratzinger nel 2012, e quello stesso anno fu consultrice al Sinodo per l’evangelizzazione. Nel 2013, si dimise a sorpresa, insieme al direttore e ad altri due assistenti, dal Maryvale Institute, prestigioso e antico college cattolico di Birmingham, considerato di tendenza conservatrice, ma in cui probabilmente si stava insinuando una tendenza più aperta; i quattro fondarono la Scuola dell’Annunciazione di cui sopra, focalizzata sulla nuova evangelizzazione.

Mons. Angelo Lameri (Crema), prete della diocesi di Cremona, insegna liturgia alla Pontificia Università Lateranense. Dal 1997 al 2007 è stato Presidente della Commissione Liturgica Regionale lombarda e dal 2005 al 2019 collaboratore dell'Ufficio Liturgico Nazionale della Conferenza episcopale italiana. Attualmente è anche professore invitato alla Pontificia Università della Santa Croce, dell’Opus Dei. È inoltre collaboratore membro della Redazione di Orientamenti pastorali. Dal 2010 è consultore della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e dal 2013 consultore dell'Ufficio celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice.

Rosalba Manes (Viterbo), biblista, insegna all’Istituto Teologico San Pietro di Viterbo e al Centro di Teologia per i laici della Pontificia Università Lateranense; ha lavorato alla traduzione delle Lettere di San Paolo.

Le prime reazioni

Immediate sono state le reazioni negative del mondo cattolico più aperto, che ha messo l’accento sull’inutilità di una ennesima commissione e sull’orientamento dei nuovi membri. Il Wijngaards Institute for Catholic Research, che da quasi quarant’anni lotta per l’uguaglianza di genere nella Chiesa, sottolinea in un comunicato come «piuttosto che selezionare membri della commissione dalle associazioni teologiche cattoliche di tutto il mondo, il Vaticano ha nominato dieci addetti ai lavori, nessuno dei quali non ha mai espresso il desiderio, per non parlare dell'approvazione, dell'ordinazione delle donne al diaconato». «Teologi di corte», li definisce duramente il think tank inglese, quando invece «una questione così controversa richiede competenze indipendenti, sottoposte a revisione paritaria». In queste condizioni, «c'è poca speranza che il passato illuminerà il presente o che la verità prevarrà». Un passo indietro rispetto alla precedente commissione, tra i cui membri vi erano almeno due accesi sostenitori del diaconato femminile. Il loro lavoro non è mai stato reso pubblico: «Di cosa hanno discusso, ora che è stato sepolto negli archivi e perché ora lo studio delle diaconesse deve ricominciare da capo?». Il Wijngaards Institute ha a sua volta condotto una ricerca «che mostra che migliaia di donne servirono come diaconi ordinati durante il primo millennio della Chiesa e ricevettero una piena ordinazione "sacramentale"». Nel 2015, diffuse un appello per il ripristino dei diaconi femminili, che fu firmato da moltissimi teologi, organizzazioni cattoliche e personalità cattoliche di tutto il mondo, del calibro di Maria Pilar Aquino, Mary Grey, Ursula King, Peter C. Phan, Rosemary Radford Ruether. «Condanniamo la decisione di selezionare un gruppo di accademici per decidere quella che può essere solo una conclusione scontata», conclude il Wijngaards Institute; «Oggi è un giorno triste sia per la Chiesa cattolica romana che per l'apertura così spesso incoraggiata da papa Francesco».

Che non vi siano, «salvo errore», esperti provenienti dall’America Latina, «diversamente da quanto era stato anticipato da papa Francesco, alla chiusura del Sinodo», viene sottolineato dal liturgista Andrea Grillo, docente di Teologia dei sacramenti e Filosofia della Religione a Roma, presso il Pontificio Ateneo S. Anselmo e di Liturgia a Padova, presso l’Abbazia di Santa Giustina, sul suo blog “Come se non” (8/4). «La prof. Pelletier e il prof. Del Cura Elena sono teologi di grande respiro, che non hanno mai dedicato specificamente al diaconato una ricerca assidua e continua, ma hanno potuto e potranno avere una funzione di “contestualizzazione” sistematica di grande influenza, per la loro autorevolezza e per il giudizio equilibrato che li qualifica», commenta Grillo. «Conosco molto meglio Angelo Lameri, la cui competenza liturgica e sacramentale è un dato rassicurante e positivo». Hauke, invece, «entra in commissione portando con sé, da quasi 40 anni, tesi sulla ordinazione delle donne e sul diaconato che non è esagerato considerare estreme», come appare nel testo di una dichiarazione «da lui rilasciata circa un anno fa, in merito ai lavori della Commissione precedente, quando aveva dichiarato: “Non possiamo identificare la consacrazione delle diaconesse con l’ordinazione dei diaconi. Non era un’ordinazione sacramentale che possa essere identificata con il sacramento dell’Ordine. La storia dell’istituto delle diaconesse non offre una base solida, quindi per l’introduzione di un diaconato femminile sacramentale. La Chiesa antica non aveva un diaconato femminile equivalente a quello maschile”. Posta così la questione, ed evidenziato il problema di una ermeneutica antropologica e sociologica che costituisce un pericoloso filtro del pensiero teologico, non dovrà essere la storia a risolvere il nostro problema, ma saremo noi che, considerata la storia nelle sue peculiarità, potremo stabilire quali siano le forme adeguate ed efficaci del riconoscimento del ruolo pubblico della donna, non solo fuori, ma anche nella Chiesa, come invocato già nel 1963 da Giovanni XXIII nella enciclica Pacem in Terris». Una voce, quella di Hauke, vicina alla teologia preconciliare. «È evidente – conclude Grillo – che, nella economia articolata di una Commissione, debba sempre essere tenuto presente con scrupolosa attenzione il principio di garanzia “audiatur et altera pars”. La “altera pars” si presenta dunque con un profilo alquanto definito. Ora attendiamo fiduciosi il profilarsi altrettanto chiaro di una “pars prima”».

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