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Finanze vaticane: la spina nel fianco di papa Francesco

Finanze vaticane: la spina nel fianco di papa Francesco

Tratto da: Adista Notizie n° 26 del 04/07/2020

40324 CITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. E sì che il papa ci ha provato a cambiare le cose, anche perché almeno su un punto i cardinali che lo elessero nel marzo del 2013 erano tutti d’accordo: bisognava ripulire dagli scandali che sommergevano la Curia vaticana. Il che voleva dire superare la gestione personalistica, clientelare, opaca e ormai rischiosa delle risorse finanziarie d’Oltretevere. Qualcosa da allora è accaduto: lo Ior, la cosiddetta banca vaticana, pubblica i bilanci ogni anno ed è stata sottoposta a una cura dimagrante dovuta all’introduzione di standard di trasparenza che hanno allontanato una vasta clientela evidentemente legata alla vecchia gestione; in ogni caso l’Istituto non è più un centro di riciclaggio internazionale come rischiava di essere troppo spesso in precedenza. Ancora la rete di società estere che gestiscono investimenti finanziari e immobiliari in mezza Europa (controllate dall’Apsa-Amministrazione patrimonio sede apostolica) è stata faticosamente messa in ordine, razionalizzata, come abbiamo raccontato su Adista Notizie (nn. 18 e 23/20); si tratta di un processo che però è ancora in corso. E tuttavia non sono poche le questioni irrisolte, rimaste da tempo sul tappeto, basti un semplice elenco: i bilanci della Curia e del Governatorato non sono ancora stati pubblicati, non si conosce l’esatta entità del patrimonio immobiliare della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, così come non è dato sapere quale sia realmente il peso della spesa pensionistica sulle casse vaticane, l’esposizione debitoria del Vaticano non è dunque nota; il ruolo e il contributo di varie Fondazioni è conosciuto solo in parte, si pensi a grandi organizzazioni come l’americana “Papal Foundation”, o la “Centesimus annus pro pontifice”, o ancora l’inglese “The friends of the Holy Father”, o ancora al sostegno che arriva da strutture ricche e finanziariamente solide come per esempio “I Cavalieri di Colombo”.

Resta poi incerto l’ammontare della disponibilità economica non messa a bilancio dei vari dicasteri e della Segreteria di Stato: il cardinale George Pell – quando era a capo della Segreteria per l’Economia – parlò di circa un miliardo e 400 milioni, di cui circa la metà sarebbero controllati dalla Segreteria di Stato; e proprio da tale “tesoretto” (costituito in parte dall’obolo di San Pietro) proverrebbe del resto la somma investita per l’acquisto dell’immobile in Sloane Avenue, a Londra, trasformatosi rapidamente nell’ennesimo scandalo finanziario dovuto a una gestione disinvolta e opaca – col ricorso a intermediari dalla dubbia reputazione – che ha finito per danneggiare dal punto di vista finanziario la Santa Sede.

Per questo indaga la magistratura vaticana; il che, è stato sottolineato, è una novità importante rispetto al passato, quando si insabbiavano o occultavano i reati. Si tratta di una considerazione fondata, ma le cose non sono neanche qui così semplici; costruire un sistema giudiziario “normale”, come quello degli altri Stati per intendersi, non è così semplice, e proprio la recente vicenda inglese lo insegna.

Lo strano caso dei magistrati-avvocati

Cosa c’entra il “mondo di mezzo”, il processo a Salvatore Buzzi e Massimo Carminati (quello noto anche come “mafia capitale”) con la giustizia vaticana impegnata a indagare sugli investimenti immobiliari “opachi” messi in atto dalla Segreteria di Stato in quel di Londra, e precisamente in Sloane Avenue? Nel merito ben poco ovviamente; se si guarda invece ai protagonisti le cose stanno diversamente. Presidente del Tribunale vaticano è stato infatti nominato nell’ottobre del 2019 Giuseppe Pignatone, ex capo della Procura di Roma ormai in pensione, e grande artefice dell’indagine sul “mondo di mezzo”. Promotore di giustizia vaticano aggiunto, ovvero pubblico ministero aggiunto, accanto all’avvocato Gian Piero Milano, è Alessandro Diddi, che però è anche – in territorio italiano – l’avvocato di Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative e uno dei principali protagonisti della rete criminale che gestiva appalti pubblici nell’ambito dell’accoglienza degli immigrati, della raccolta dei rifiuti e in diverse altre attività imprenditoriali. Una storia di corruzione fra affari e politica che ha riportato indietro la capitale di decenni. Tuttora Buzzi rilascia dichiarazioni tramite i suoi legali dei quali uno, Diddi per l’appunto, è anche, dicevamo, pubblico ministero in Vaticano. Si consideri, inoltre, che lo stesso Diddi è stato fra i legali che hanno smontato l’aggravante di associazione mafiosa per gli imputati Buzzi e Carminati (su cui poggiava parte dell’indagine voluta da Pignatone), decisione ormai definitiva della Cassazione le cui motivazioni della sentenza sono state depositate proprio all’inizio di giugno.

È lui che ha firmato insieme all’avvocato e professore di diritto – nonché promotore di giustizia vaticano – Gian Piero Milano, prima l’ordine di arresto del “broker” Gianluigi Torzi con l’accusa di peculato, estorsione, truffa aggravata, autoriciclaggio (manovre che avrebbe messo in atto ai danni del Vaticano nell’ambito della compravendita dell’immobile in Sloane Avenue), quindi – pochi giorni dopo – un provvedimento di libertà provvisoria che annullava l’arresto poiché «i magistrati (Milano e Diddi, ndr) hanno preso atto di quanto dedotto in un’articolata memoria consegnata dal sig. Torzi e dei numerosi documenti allegati giudicati utili ai fini della ricostruzione dei fatti oggetto delle indagini». D’altro canto, a preannunciare che tutto sarebbe stato chiarito in fretta, erano stati gli stessi legali di Torzi (Ambra Giovene e Marco Franco) i quali, immediatamente dopo l’arresto del loro assistito in Vaticano al termine di un interrogatorio, avevano spiegato come il provvedimento era certamente «il frutto di un grosso malinteso determinato da dichiarazioni interessate che possono aver fuorviato una corretta interpretazione della vicenda da parte degli inquirenti», quindi aggiungevano che Torzi non aveva «mai agito contro gli interessi della Santa Sede»; infine esprimevano la certezza che la posizione del loro assistito sarebbe stata presto «chiarita con riconoscimento della sua estraneità dagli addebiti contestati». Non è andata esattamente così ma quasi.

Il ruolo della Segreteria di Stato

Sono diversi gli interrogativi che ruotano intorno a questa vicenda. In primo luogo c’è da chiedersi se un’attività giudiziaria così intensa e complessa possa essere affidata a chi fa il magistrato come “secondo lavoro” e in realtà è titolare di cattedre e importanti studi legali in Italia; le lunghezze e i ritardi nelle indagini, di cui soffre in maniera congenita la giustizia vaticana, in particolare nei procedimenti che hanno risvolti finanziari – con diramazioni internazionali –, sono dovute pure a questo approccio “leggero”, vagamente hobbistico. Da notare che Moneyval, l’organismo del Consiglio d’Europa che monitora l’applicazione delle normative antiriciclaggio e di contrasto al terrorismo, ha promosso il Vaticano sul piano legislativo, ma ha chiesto pure che dalle parole si passasse ai fatti istruendo processi e arrivando a sentenze; l’efficacia del potere giudiziario è insomma considerato, dagli organismi internazionali, parte integrante di un sistema statale che contrasta il riciclaggio e i paradisi fiscali. In secondo luogo c’è da chiedersi se la magistratura vaticana possa davvero arrivare fino in fondo. Fra gli indagati, infatti, c’è mons. Alberto Perlasca, ex capo ufficio amministrativo della Prima Sezione della Segreteria di Stato, quella in passato guidata da mons. Giovanni Angelo Becciu (oggi cardinale prefetto della Congregazione per le Cause dei Santi). Era Perlasca a firmare molti degli atti relativi ai vari passaggi societari e agli investimenti dell’immobile in questione (nel febbraio scorso la Gendarmeria vaticana, su ordine di Milano e Diddi, ha sequestrato non a caso carte e computer appartenenti al monsignore). Ma l’alto funzionario vaticano agiva su mandati molto precisi dei suoi superiori, aveva procure dettagliate in cui gli veniva dato potere di firma per determinate operazioni inerenti l’acquisto dell’immobile attraverso una determinata società e via dicendo. Emergerà tutto questo nel dibattimento? La domanda è lecita, saranno i fatti a dire in che modo procederà la giustizia vaticana.

Resta inoltre da capire se vi sia chi, nei vari passaggi della compravendita, abbia potuto approfittare della situazione, e d’altro canto è questa una delle ipotesi investigative da cui è partito il procedimento; un conto infatti è un investimento incauto, un altro ricorrere all’aiuto di personaggi poco raccomandabili per tirarsi fuori dai pasticci in cui ci si è cacciati, un altro ancora è che vi sia qualcuno anche all’interno del Vaticano che si sia approfittato personalmente dell’operazione. In tutti i casi il rischio è che il business si chiuda con una perdita finanziaria per le già non floride casse vaticane.

Cadono teste

E resta anche da vedere quale sarà, al di là delle apparenze, l’impatto di una vicenda come questa sugli organismi di vigilanza internazionale. Moneyval dovrà presentare entro i prossimi mesi un nuovo rapporto sullo stato delle finanze vaticane con un focus, come sempre, su trasparenza e antiriciclaggio; le operazioni sono state rallentate dalla pandemia, ma di certo i nodi arriveranno al pettine. Anche perché l’inchiesta giudiziaria vaticana ha toccato l’Aif, l’Autorità d’informazione finanziaria (l’organismo di vigilanza interna, indipendente, che si occupa di antiriciclaggio, equivalente alle Uif degli altri Paesi) accusata – par di capire – di non aver denunciato le opacità dell’affare londinese. L’Aif è stata nel frattempo decapitata, sono stati sostituiti presidente e direttore – erano rispettivamente René Bruelhart e Tommaso Di Ruzza, al loro posto sono arrivati Carmelo Barbagallo e Giuseppe Schlitzer – non senza strascichi polemici e senza che fino ad ora sia stata provata una qualche responsabilità nella vicenda. Anche il Consiglio direttivo dell’Autorità ha visto dimettersi esperti di livello internazionale; non va dimenticato tuttavia che negli ultimi anni il Vaticano è riuscito ad uscire da un pericoloso isolamento finanziario nel quale era precipitato all’epoca delle dimissioni di Benedetto XVI, anche grazie al lavoro dell’Aif. In pochi anni la cittadella del papa non è stata più considerata un Paese a rischio riciclaggio di denaro sporco, diversi accordi relativi allo scambio d’informazioni in ambito fiscale sono stati firmati con altri Paesi, le Uif (Unità d’informazione finanziaria) di diverse nazioni hanno ripreso a scambiare preziose informazioni con l’Aif vaticana, numerose banche hanno ristabilito rapporti con lo Ior. Si vedrà come evolverà la cosa, ma intanto emergono alcuni dati di fatto: il rapporto dell’Aif relativo al 2019, inerente a tutte le violazioni delle normative antiriciclaggio è in ritardo rispetto agli anni passati, si tratta di un passaggio atteso a livello internazionale che non può essere eluso. Più in generale, si assiste a un progressivo ritorno del controllo delle finanze vaticane in mani italiane, il che non è un bene né un male a prescindere, la vera sfida per la trasparenza, infatti, il Vaticano la deve vincere in primo luogo al proprio interno.

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