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“Preti contro il genocidio”: il vaticano non legittimi il “Board of Peace” di Trump

“Preti contro il genocidio”: il vaticano non legittimi il “Board of Peace” di Trump

Tratto da: Adista Notizie n° 5 del 07/02/2026

42503 ROMA-ADISTA. Nuova mobilitazione della Rete internazionale “Preti contro il genocidio”, nata a settembre 2025 (v. Adista Notizie n. 32/25), intorno a un appello contro lo sterminio dei palestinesi di Gaza sottoscritto da circa 400 sacerdoti, pastori, guide di comunità e anche vescovi, tra i quali mons. Raffaele Nogaro (emerito di Caserta, scomparso lo scorso 6 gennaio), Giovanni Ricchiuti (emerito di Altamura e presidente di Pax Christi) e Domenico Mogavero (emerito di Mazara del Vallo).

Lo scorso 27 gennaio la Rete ha diffuso una lettera aperta indirizzata al card. Pietro Parolin (segretario di Stato del Vaticano) nella quale gli aderenti, che hanno ormai superato quota 1.600, chiedono alla Santa Sede di non accettare l’invito ad aderire al “Board of Peace” di Donald Trump, nato ufficialmente a margine del World Economic Forum di Davos con l’adesione di una ventina di Paesi direttamente invitati dal presidente USA.

La missiva, spiegano i “Preti contro il genocidio” nel comunicato stampa che l’accompagna, richiama il ruolo profetico della Chiesa cattolica nel mondo e lancia un appello che non vuole assumere toni “politici”, ma che intende essere «diplomatico e religioso, animato da uno spirito di comunione ecclesiale e sinodale». E invita «alla preghiera e al discernimento, affinché le scelte della Santa Sede siano sempre riconoscibili come vie evangeliche», per promuovere «una pace che non esclude, non umilia e non dimentica le vittime».

«Valutazione» vaticana

Lo scorso 21 gennaio, rispondendo alla stampa a margine di un evento all'Antonianum di Roma, Parolin ha ammesso che papa Leone XIV ha ricevuto l'invito del presidente USA e che la decisione è in fase di approfondimento e di «valutazione». Il segretario di Stato ha detto che la cosa «esige un po’ di tempo per dare la risposta» (Avvenire, 21 gennaio), ma che la linea della Santa Sede sulla questione palestinese è nota: il Vaticano riconosce lo Stato di Palestina da dieci anni, promuove la soluzione dei “due popoli e due Stati” e sostiene il diritto internazionale.

Ma quale «valutazione»?

Certi che la risposta attendista di Parolin sia stata dettata da «prudenza diplomatica», i “Preti contro il genocidio” informano il segretario di Stato vaticano che «tra la gente comune, questa “valutazione” crea sgomento e rischia di lasciar intendere che la Santa Sede possa davvero aderire a tale proposta». Opzione, questa, per la Rete inconcepibile: «Con franchezza evangelica chiediamo che la Sede Apostolica prenda posizione e rifiuti apertamente l’invito ad entrare nel “Board of Peace”» perché, nonostante la bella parola “pace” contenuta nel titolo, «il Vangelo ci educa a riconoscere la pace non come parola-ombrello, ma come frutto di verità, giustizia e ascolto reale dei poveri e degli oppressi».

La lettera elenca poi a Parolin 4 nodi problematici, che dovrebbero essere dirimenti per la decisione vaticana.

Innanzitutto, «la pace non può essere decisa senza i diretti interessati», e cioè le popolazioni palestinesi che si scoprono destinatarie (forse anche “vittime”?) impotenti e non protagoniste di un disegno che sa tanto di colonialismo. «Una pace non partecipata – spiegano i preti – difficilmente genererà dignità e riconciliazione; rischierà invece di lasciare ferite più profonde».

In secondo luogo, si legge ancora, «la Santa Sede non dovrebbe avallare cornici che indeboliscono i luoghi riconosciuti del diritto internazionale». In tal senso, pare evidente che il nuovo progetto di Trump rappresenti un tassello chiave nel disegno più generale di scardinare il diritto internazionale e le Nazioni Unite, nella prospettiva futura di un mondo diviso in due o tre sfere di influenza governate dalla legge e dagli interessi del più forte. Di fronte a tutto questo, spiegano i preti a Parolin, «la tradizione diplomatica vaticana ha spesso richiamato il valore del multilateralismo e della tutela dei civili. Un organismo percepito come alternativo o sostitutivo dei meccanismi ONU potrebbe, anche involontariamente, trasmettere l’idea che la forza e gli interessi prevalgano sulle regole comuni e sulla protezione dei più fragili».

Terzo, la ricostruzione non può essere considerata come «un affare», ma piuttosto come «riparazione umana e morale». È secco il no dei Preti a un piano fondato su «logiche di profitto, speculazione o controllo tecnocratico, senza priorità chiare per la vita quotidiana della gente (case, scuole, ospedali, libertà, sicurezza, lavoro)». Un piano che, tra l’altro, «contraddice la grammatica evangelica della compassione e della giustizia».

Infine, il quarto punto: in un quadro così contestato e polarizzato, sebbene animata da ottime intenzioni, un’eventuale accettazione della Santa Sede «rischia di essere letta come legittimazione morale», «potrebbe offuscare la libertà profetica della Chiesa e incrinare la fiducia di chi già si sente abbandonato».

La lettera si chiude rinnovando l’appello alla Santa Sede a «non entrare nel “Board of Peace”» e, anzi, a «rafforzare ancor più il contributo specifico della Santa Sede come voce morale che promuove cessazione della violenza, tutela dei civili, accesso umanitario, ascolto dei popoli coinvolti e percorsi di giustizia capaci di generare riconciliazione vera». In questo approccio, la Santa Sede non può che sostenere «canali trasparenti e inclusivi, in collaborazione con organismi umanitari affidabili e con le Chiese locali, senza che la Chiesa venga associata a logiche di potere o di interesse». 

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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