Una riforma per la democrazia
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 16 del 25/04/2026
Il voto referendario dello scorso 22 e 23 marzo ha avuto un risultato molto netto e per certi versi anche molto sorprendente. Ha sorpreso innanzitutto la partecipazione: circa 6 italiani su 10 si sono recati alle urne. Una percentuale di affluenza ben al di sopra di quella tendenza urne che ha riguardato le ultime consultazioni. Ha sorpreso anche l’affluenza e, secondo molti analisti, l’incidenza determinante del voto giovanile, che ha mostrato una straordinaria sensibilità non tanto verso la materia, per molti versi molto tecnica, ma soprattutto verso una consultazione che ha contribuito a percepire la manifestazione della volontà di voto come importante e significativa.
La buona notizia è, dunque, che esiste una grande voglia di partecipazione e che c’è un desiderio dei cittadini di potersi esprimere su scelte fondative che appartengono a tutti e che riguardano le regole della convivenza civile.
Fa riflettere in tal senso la necessità di promuovere ancora di più il ripensamento delle modalità di voto, nella prospettiva di rendere ad esempio più accessibile la possibilità di partecipare anche per le tantissime persone che, per ragioni di studio e di lavoro, vivono una condizione di mobilità e, spesso, rinunciano a esercitare il proprio diritto per l’onerosità e la complessità di programmare gli spostamenti in un tempo in cui viaggiare e spostarsi è divenuto sempre più costoso. Agevolare e promuovere la partecipazione, considerare la precarietà di vita in cui spesso si trovano a vivere molti cittadini e cittadine elettori, anche attraverso il ripensamento di forme dinamiche e strumenti inclusivi di espressione della volontà popolare dovrà essere un tema che le forze politiche dovranno affrontare con più coraggio.
Il quesito referendario poneva all’attenzione degli elettori una riforma proposta dalla maggioranza di governo, attraverso un percorso parlamentare che ha visto una sostanziale assenza di discussione confronto tra le forse politiche nel Parlamento.
La riforma costituzionale aveva come obiettivo principalmente l’attuazione della separazione delle carriere, per certi versi portando a compimento alcune riforme avviate sia dal nuovo codice di procedura penale del 1988 proposto dall’allora guardasigilli Giuliano Vassalli sia la riforma più recente proposta dalla ministra Marta Cartabia.
La campagna elettorale, tuttavia, è stata caricata da una forte tensione ideologica, trasformandosi inevitabilmente in una consultazione a favore o contro l’attuale maggioranza di governo. Le stesse forze politiche hanno fortemente accentuato gli aspetti più tipicamente partitici, cercando di far leva sui rispettivi elettorati, per così dire, fidelizzati.
I toni sono stati progressivamente più accesi, resi talvolta aggressivi e denigratori anche a causa dell’immancabile personalizzazione che molti leader hanno fatto di questioni che avrebbero meritato una maggiore lucidità nella trattazione ma soprattutto una maggiore ampiezza di argomentazione.
Hanno parzialmente compensato tante espressioni della società civile, moltissime appartenenti anche alla realtà ecclesiale, che hanno promosso momenti di confronto e dibattito tra i diversi esponenti dei due comitati schierati pro e contro la riforma. Sono stati offerti numerosi spazi di approfondimento per cercare di entrare nel merito della riforma, pur nella sua complessità tecnica senza farsi travolgere dalla logica dello schieramento ideologico.
La tendenza della logica bipolare a semplificare non può aiutare nella ricerca di soluzioni praticabili e concrete – che poi è la finalità ultima della politica – operando un confronto argomentato e animando una discussione critica tra sensibilità, visioni e competenze diverse.
Ciò vale soprattutto quando l’oggetto riguarda le regole comuni, ossia quelle costituzionali. La nostra Costituzione è stato il frutto di una mediazione alta, faticosa e impegnativa ma anche arricchente che ha identificato principi e dispositivi normativi che sono divenuti un presidio per la vita democratica della Repubblica.
La materia referendaria – la Costituzione italiana – meritava pertanto un approccio ben diverso.
Essa, ancorché venir ritenuta come un oggetto intoccabile e immutabile, come gli stessi costituenti avevano previsto, necessita tuttavia di essere considerata come un terreno in cui le forze politiche devono misurarsi per trovare forme di mediazione alta.
Un processo che chiede di ritrovare quello “spirito costituzionale” di cui furono capaci i padri e le madri costituenti che, nell’assemblea conclusasi nel 1948, donarono alla nascente Repubblica uno straordinario sistema di regole e meccanismi istituzionali.
Ascoltando molti commentatori, ma anche osservando le reazioni delle forze politiche all’indomani del voto, siamo costretti a rinnovare la nostra preoccupazione per il clima di scontro che non aiuta le attuali forze politiche a ritrovare questo spirito costituzionale.
Il frutto avvelenato del bipolarismo muscolare cui abbiamo assistito nella Seconda repubblica è stata l’istallazione a tutti i livelli della vita sociale del virus della contrapposizione e dello scontro personale, logica talmente pervasiva che si è radicata anche nella comunità cristiana.
Non si tratta più di una competizione tra piattaforme alternative di differenti agende politiche, ma spesso la contrapposizione rivela una ben più modesta conservazione di rendite di posizioni elettorali. In tal senso sarà necessario vigilare sul dibattito intorno alla possibile modifica della legge elettorale che rischia di enfatizzare la logica “the winner takes all” perseguendo il mito della governabilità che spesso – come abbiamo visto negli ultimi anni – rischia di essere una mera gestione dell’esistenza priva di una visione di riforma o di miglioramento delle condizioni di vita dei cittadini e della qualità delle istituzioni che dovrebbero promuoverla.
Gli effetti del referendum che abbiamo visto sono deludenti: una tardiva epurazione di personaggi scomodi e imbarazzanti nella coalizione di governo e un’affrettata discussione sulla leadership nelle forze di opposizione che con troppa fretta hanno preteso di aggiudicarsi il risultato elettorale. Dimenticare così improvvisamente il tema della necessità di lavorare per il miglioramento dell’amministrazione della giustizia non farà certamente bene al Paese.
Questioni come queste sono complessi e chiedono una politica all’altezza delle sfide: visioni di lungo periodo, rispetto delle istituzioni e degli avversari, linguaggio sobrio e capace di dialogo anche nella durezza dello scontro tra argomentazioni opposte.
Auspichiamo che il periodo che abbiamo davanti non si riduca a un logoramento delle forze in campo da risolvere con il tatticismo di una piccola riforma elettorale che nasconde l’insidiosa tentazione di verticalizzare ancora di più l’esecutivo a discapito degli altri poteri dello Stato, contribuendo ad approfondire in modo ancora più preoccupante la distanza tra cittadini e istituzioni. È fondamentale che tutte le forze sociali sappiano con grande senso di urgenza promuovere una stagione di riforma e rilancio della partecipazione che va adeguatamente promossa attraverso scelte coraggiose che favoriscano una democrazia “ad alta intensità” come ama definirla il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Ne ha bisogno il Paese in questo momento di crisi sociale e di declino economico, ne ha bisogno l’Europa in questo tempo di debolezza delle istituzioni comunitarie, ne ha bisogno il mondo intero per contrastare il neoimperialismo bellicoso che ha fatto prevalere gli interessi di pochi da far prevalere a tutti i costi con logica della forza e della guerra.
Giuseppe Notarstefano è presidente di Azione Cattolica italiana
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