La geopolitica uccide la pace. In Sudan, 3 anni di guerra e di silenzi
Tratto da: Adista Notizie n° 16 del 25/04/2026
42601 ROMA-ADISTA. Il 15 aprile 2023, nella capitale sudanese Khartoum, esplodeva il conflitto per il potere tra i due comandanti al vertice del Consiglio Sovrano, l’istituzione militare che avrebbe dovuto traghettare il Paese verso la democrazia dopo 30 anni di regime di Omar al-Bashir, destituito dalle stesse forze armate l’11 aprile 2019. Protagonisti il generale Abdel Fattah Abdelrahman al-Burhan, presidente del Consiglio e comandante delle Forze Armate Sudanesi (SAF), e Mohamed Hamdan Dagalo (detto Hemedti), vicepresidente del Consiglio e comandante delle Forze di Supporto Rapido (RSF), la potente milizia paramilitare nata nel 2013 e cresciuta sotto al-Bashir, derivata dai cosiddetti Janjaweed (“demoni a cavallo”), miliziani per lo più di etnia araba accusati del genocidio delle popolazioni africane in Darfur nei primi 2000.
A partire dalla capitale, nella disattenzione della comunità internazionale, lo scontro si è allargato presto a tutto il territorio nazionale, acquisendo anche connotazioni etniche, e lo scontro al vertice tra i due leader ha trascinato il Paese nella più grave crisi umanitaria del pianeta, con quasi 200mila vittime, 20 milioni di persone bisognose di assistenza umanitaria urgente e 14 milioni di sfollati in fuga (4 milioni dei quali emigrati verso Paesi già martoriati da pesanti crisi interne, come Sud Sudan, Ciad, Etiopia e Repubblica Centrafricana). Scrive Enrico Casale su Vatican News l’11 aprile che, in questo quadro così deteriorato «anche il vicino Sud Sudan rappresenta un paradosso geografico e umano: un Paese già strutturalmente fragile che ha accolto oltre 810.000 nuovi arrivati, trasformandosi nell’epicentro di una disperazione che non trova sfogo».
Intanto i rapporti di forza tra i due eserciti, ognuno dei quali finanziati e armati da potenze esterne, hanno dato luogo a una partizione del Paese in due aree di influenza ben definite. Il centro-nord e l’est nelle mani delle SAF, che mantengono il controllo sulla costa e, da gennaio scorso, sulla capitale Khartoum, dopo due anni di “esilio” delle istituzioni a Port Sudan. Il sud-ovest, ricco di oro, resta invece sotto il controllo delle RSF: dopo un sanguinoso assedio, la capitale del Darfur Settentrionale El Fasher è caduta a ottobre 2025 e per le popolazioni locali si è riaffacciato l’incubo del genocidio.
La situazione sembra ormai cristallizzata, la partizione delinea equilibri politici destinati a durare nel tempo, un po’ sul modello libico, abusi e violenze si verificano in tutto il Paese mentre il conflitto si concentra sulle aree calde di confine, le parti in causa (e soprattutto i loro alleati esterni) non trovano alcuna ragione valida per deporre le armi e consegnare il potere ai civili.
Intanto, a Berlino, nel giorno del terzo anniversario dall’inizio della guerra, rappresentanti di Onu, Unione Europea, Unione Africana, Usa e potenze europee (presente anche il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani) si sono riuniti nella terza Conferenza sugli aiuti al Sudan. Tante dichiarazioni e tante condanne, che alla fine hanno prodotto la promessa dei Paesi donatori a stanziare 1,3 miliardi di dollari per far fronte alla crisi umanitaria. Gli stessi Paesi protagonisti dei tagli draconiani ai fondi per l’Aiuto Pubblico allo Sviluppo e dei più ferventi commerci di armi con le parti coinvolte nel conflitto. «I droni che costano milioni e colpiscono persino i mercati e gli ospedali – conferma p. Diego Dalle Carbonare, superiore provinciale dei missionari comboniani in Egitto e Sudan (Corriere della Sera, 15/4) – sono comprati con l'oro insanguinato del Sudan. E alcuni componenti arriverebbero anche dall'industria delle armi di Paesi che una volta all'anno denunciano gli orrori di un conflitto che non si cura dei civili, anzi ne fa bersaglio di elezione».
Tra devastazione e nuovi equilibri
Al triste anniversario Nigrizia, rivista dei missionari comboniani, dedica diversi approfondimenti. Il 15 aprile, Brando Ricci sottolinea che «la guerra è anche parte di un più grande sistema di instabilità che va dal Sahel al Corno d’Africa fino all’Asia sudoccidentale. La competizione per le risorse come oro, acqua, petrolio, gomma arabica e terre fertili si somma alla volontà di controllare corridoi fondamentali come il Mar Rosso. Gli Emirati Arabi Uniti sostengono le RSF nel modo più deciso e finora decisivo, mentre Egitto, Arabia Saudita, Qatar e Turchia supportano le SAF». L’Italia, al momento, sembra sfilarsi da questa competizione, spiega Ricci, «probabilmente in attesa di capire con chi sarà meglio fare affari in futuro. Del resto, solo una decina d’anni fa, l’Unione Europea collaborò con il dittatore sudanese alBashir, per controllare i flussi migratori».
Sulla rivista Africa, fondata dai padri bianchi e edita da Internationalia, Enrico Casale racconta la «libicizzazione» del Paese: «Dopo anni di scontri, come accadde tra Tripoli e l’esercito di Khalifa Haftar, anche in Sudan i due schieramenti sembrano aver compreso l’impossibilità di una vittoria totale», con «il rischio concreto» di un Paese diviso in due, «esito quasi scontato di un conflitto che ha distrutto il tessuto economico e sociale, lasciando milioni di persone senza lavoro e senza speranza. La resilienza della popolazione rimasta resta l’ultimo baluardo contro un oblio che rischia di inghiottire definitivamente il cuore dell’Africa».
Un «fallimento collettivo»
Si legge in una nota di Medici Senza Frontiere del 10 aprile che «tre anni di guerra in Sudan si riassumono in 3 parole: catastrofe, atrocità e impunità. Catastrofe perché si tratta della crisi umanitaria più grave al mondo, con circa 14 milioni di persone costrette a fuggire dalle loro case. Atrocità perché le persone vengono massacrate a causa della propria etnia, subendo torture, fame e violenza. Impunità perché questa guerra viene combattuta senza alcun riguardo per i civili e in palese violazione del diritto internazionale umanitario». La nota descrive le drammatiche condizioni di vita della popolazione civile, stretta nella morsa della «violenza indiscriminata contro i civili, incluse uccisioni di massa, fame, torture e stupri, sia per la mancanza dei servizi di base». Secondo MSF, questa catastrofe umanitaria rappresenta «un fallimento politico collettivo» perché, in 3 anni di crisi, «la risposta dei governi e delle organizzazioni internazionali non è riuscita a soddisfare nemmeno le aspettative più elementari».
Una mobilitazione in Italia
Nel dicembre scorso, di fronte all’escalation di violenze contro la popolazione civile, un cartello di organizzazioni italiane impegnate per i diritti umani, laiche e di ispirazione religiosa, avevano invitato il governo italiano ad «intervenire con misure immediate e concrete» per arginare quella che le Nazioni Unite già definivano «la peggiore crisi umanitaria del mondo». Nel preambolo del loro appello, le organizzazioni puntavano il dito contro gli attacchi indiscriminati a civili, case, asili, ospedali, campi profughi e mercati; contro l’impiego «di armi esplosive ad ampio raggio in aree densamente popolate»; contro abusi e crimini di guerra come rapimenti, stupri, detenzioni arbitrarie, reclutamento di minori, uso della fame come arma di guerra.
Le organizzazioni firmatarie denunciavano anche «il sostegno degli Emirati Arabi Uniti alle Forze di Supporto Rapido», emerso nel corso di indagini indipendenti condotte da media, Ong e Nazioni Unite. Sostegno, a quanto pare, ignorato dal governo italiano, che ai tempi dell’appello, continuava «ad autorizzare esportazioni militari verso gli Emirati Arabi Uniti, generando una contraddizione tra la volontà dichiarata di sostenere l’assistenza umanitaria e i processi diplomatici e la prosecuzione di rapporti militari con attori coinvolti nel conflitto».
Il 14 marzo scorso, a Roma, il cartello di organizzazioni per i diritti umani – ACLI, Amnesty International Italia, ANPI, AOI, ARCI, Articolo 21, Caritas Italiana, Centro Interconfessionale per la Pace (CIPAX), Comunità sudanese in Italia, Economia disarmata Movimento dei Focolari Italia, Emergency, Focus on Africa, Focsiv, Italians for Darfur, Medici Senza Frontiere, Missionari comboniani d’Italia, Rete italiana Pace e Disarmo e Un Ponte Per – ha organizzato un presidio a tre anni dall’inizio del conflitto, sotto lo slogan “Keep Eyes on Sudan”, per continuare a chiedere al governo italiano le stesse «misure immediate e concrete» invocate nell’appello di dicembre: stop alle esportazioni militari (anche quelle già autorizzate) verso Emirati Arabi, Paesi coinvolti e Paesi che possano triangolare; corridoi umanitari europei per far fronte alla crisi umanitaria; negoziati multilaterali che coinvolgano «anche la società civile sudanese impegnata nella promozione della pace e nella risposta umanitaria»; garantire fondi e aiuti umanitari; non distogliere l’attenzione mediatica e politica dalla crisi in Sudan, per dare visibilità e voce alle vittime del conflitto.
*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza
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