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Come se Dio non ci fosse

Come se Dio non ci fosse

Cari amici,

stiamo vivendo una svolta storica, carica di simboli e presagi, che nell’ultima settimana ha raggiunto probabilmente il punto di caduta più vicino all’abisso. Noi però abbiamo l’impressione che la fase stia cambiando e che forse nei prossimi mesi comincerà la risalita e torneremo a vedere la luce.

Nell’incontro per la pace nella cattedrale di Bamenda in Camerun, papa Leone ha fatto un discorso in cui ha denunciato (in inglese) che il mondo è devastato da una manciata di tiranni (nelle altre lingue tradotto però in “dominateurs”, “dominatori”, “oppressori”, “signori della guerra”, come se “a handful of tyrans” fosse detto solo per qualcuno che parla in inglese) discorso che è stato considerato come una svolta del pontificato.

Non si tratterebbe però di una svolta, a prendere per buona la verità proclamata da Trump nella sua invettiva contro il Papa, e cioè che non ci sarebbe un papa Leone in Vaticano, se non ci fosse stato lui, Trump, alla Casa Bianca. Detta da Trump è una millanteria, ma non è affatto escluso che il Conclave o la Provvidenza abbiano inteso suscitare il primo Papa americano della storia per metterlo di fronte al primo antipapa americano della storia. Un Papa che doveva essere tanto più autentico e credibile, quanto più l’antipapa fosse stato grottesco e arrogante e addirittura avesse giocato a fare il messia; lo abbiamo visto infatti nei fumetti della Casa Bianca presentarsi ed essere presentato come l’“alter Christus”, evocando l’anomos, l’uomo senza legge di cui parla san Paolo in una lettera ai Tessalonicesi (la seconda), «colui che s'innalza sopra ogni essere, pretendendo di essere Dio». Si profilava dunque in quel Conclave un contrasto tra Vaticano e Casa Bianca. Non avremmo mai pensato di assistere di nuovo nel nostro tempo a un conflitto tra Papato e Impero. In realtà però non stava per ripetersi il vecchio conflitto tra Chiesa e potere politico, non si trattava infatti di un contrasto per il potere come nella lotta per le investiture, stava invece per andare in scena un dramma storico e religioso in cui ne va del futuro dell’umanità. E questa antitesi, rimasta a lungo coperta, si è alfine manifestata in tutta la sua portata quando il Giovedì santo, nella liturgia della lavanda dei piedi, il Papa ha fatto il ritratto dell’«l’uomo che si crede potente quando domina, che vuole vincere uccidendo chi gli è uguale, che si ritiene potente quando è temuto»; a sua volta Trump minacciava poi di cancellare la civiltà persiana in una notte; allora il Papa gli ha mandato a dire, in inglese, che questo non era accettabile, che c’era di mezzo ben più che il diritto internazionale, c’era una questione morale, c’erano i bambini, gli anziani, gli innocenti; e allora Trump lo ha attaccato apertamente accusandolo di essere debole contro il crimine e pessimo in politica estera, e il Papa ha detto di non aver paura, che avrebbe continuato ad annunciare il Vangelo e a testimoniare la pace, e poi è arrivato il vicepresidente Vance che gli ha contestato la sua idea del Dio che rifiuta la guerra e gli ha consigliato di andare a lezione di teologia.

E allora si è visto come fosse un presagio la scelta che il mite cardinale Prevost aveva fatto al momento della sua elezione al pontificato prendendo il nome di Leone. I simboli hanno una forza potente, simbolo viene dal greco sun-ballo, vuol dire mettere due cose insieme, una cosa che richiama l’altra, in un reciproco rinvio. Nel simbolo del nome prescelto, papa Leone intendeva riferirsi a Leone XIII, alla sua enciclica Rerum novarum, e invece l’incognita della storia doveva far sì che il simbolo lo accomunasse all’altro Leone, al primo Leone, quel Leone Magno, che alla periferia dell’Impero, a Mantova, sul Mincio, 1600 anni fa aveva fermato Attila, il re dei barbari Unni, più predone che “flagello di Dio”, come dice Wikipedia, ma meno pericoloso di Trump che ha un esercito senza eguali. E poiché improvvisamente tutto il mondo è stato posto di fronte a questo spettacolo del Papa americano che si mette di contro al presidente americano e il mondo ne è stato profondamente turbato, noi pensiamo che questo evento non sarà senza conseguenze, che qualcosa accadrà, che crescerà la resistenza, che da qui possa cominciare la risalita, che la corsa al precipizio possa fermarsi e «si pieghi la durezza dei potenti».

Ancora con la forza dei simboli è successo che proprio in questi stessi giorni dovesse aversi il viaggio che il papa ha fatto in Algeria e si recasse ad Ippona, dove fu vescovo quell’Agostino che è alla fonte della sua ispirazione. Agostino esacerbò il contrasto tra salvezza e dannazione, ma non separò la città di Dio dalla città degli uomini, non mise la città di Dio sull’altra sponda del cielo, ma la riconobbe qui sulla terra a incrociare quella degli uomini.

E allora forse c’è qui la risposta a una questione che era rimasta aperta per noi. Un grande filosofo del Novecento, Martin Heidegger, ci aveva lasciato il presagio che ormai, a questo grado di crisi cui è pervenuto il corso storico, in balia com’è di una tecnica incontrollata, che non è più (solo) uno strumento ma è un grande artificio di dominio sull’uomo, «solo un Dio ci possa salvare». Ma quale Dio, se il cimento della modernità è stato proprio di fare “come se Dio non ci fosse”, fondandosi sull’unica ipotesi dell’autosufficienza umana? Questo è il problema che abbiamo ereditato dal Novecento. Ma che cosa davvero ci ha lasciato detto Heidegger? Certamente non si tratta di far conto su un miracolo di salvezza che piombi dall’esterno, che scenda dall’alto di una trascendenza divina; ed ecco che l’11 aprile, nella veglia di preghiera per la pace il Papa ha detto un’altra cosa, ha espresso una radicale chiamata in causa di Dio e degli uomini insieme perché insieme mantengano la loro parola, che è di vita e non di morte, e Caino sia vinto e la pace sia fatta. Cioè ha proposto una partnership tra Dio e l’uomo, quella che il laico Claudio Napoleoni chiamava «una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo, una rinnovata cooperazione». Lucio Caracciolo ha detto che questo discorso valeva tutto un pontificato, non ce ne potrà essere un altro eguale. Ma se questo è vero, vuol dire ammettere, che a questo punto solo un Dio ci può salvare. Per la cultura moderna è un trauma, che infatti essa rifiuta. Con molto acume in una recente trasmissione televisiva il prof. Zagrebelsky ha chiamato a convalida il pastore martire del nazismo Dietrich Bonhoeffer, un padre dell’evangelizzazione moderna, che rivendicava l’età adulta dell’uomo, secondo il quale gli uomini devono vivere come uomini che se la cavano senza Dio, “etsi Deus non daretur”. Questa è infatti l’ipotesi formulata 300 anni prima di lui dal cristiano calvinista olandese Ugo Grozio, che ne fece il fondamento del diritto naturale, comunque valido «anche nella blasfema ipotesi che Dio non ci sia o non si occupi dell’umanità». Ma Bonhoeffer disse qualche cosa di più: che «il Dio che ci fa vivere nel mondo senza l’ipotesi di lavoro Dio, è il Dio al cospetto del quale siamo in ogni momento. Con e al cospetto di Dio noi viviamo senza Dio»: il che non vuol dire affermare che Dio non ci sia e che ogni comportamento umano sia indifferente all’esserci o non esserci di Dio. Ma è un esserci in modo diverso da quello che avevamo sospettato, e diversa è la sua trascendenza: Dio non è «l’Essere più alto, più potente, più buono, questa non è vera autentica trascendenza, non è autentica esperienza di Dio, ma un pezzo di mondo prolungato; il nostro rapporto con Dio è una nuova vita nell’“esistere per gli altri”» (il riferimento è all’essere di Cristo). «“Il trascendente non è doveri infiniti, irraggiungibili, ma il prossimo dato volta per volta, raggiungibile. Dio in forma umana, non l’uomo in e per sé, ma “l’uomo per gli altri”, quindi il Crocefisso. L’uomo che vive del trascendente”».  E vai a fare la guerra con questa ipotesi del Dio che non c’è!

Se così è da pensarsi la salvezza possibile, è chiaro che questo vuol dire ammettere che oggi, per uscirne, non basta dare alla ragione dell’uomo il soprappiù dell’intelligenza artificiale, che anzi può essere perfino alienante, ma che occorre dare al cuore dell’uomo il soprappiù dello Spirito e il coraggio della libertà di un Dio richiamato dal suo esilio.

Ma allora qui si manifesta il vero divario tra il papa Leone e il falso messia dell’ideologia trumpiana e del MAGA; la differenza tra un Dio che non è il Dio degli eserciti e nemmeno il Dio delle forze armate americane che combattevano contro i nazisti in Francia, il Dio cioè uscito dalla teologia di Vance, ma è il Dio uscito dal Vangelo di papa Leone, che rifiuta la guerra e non ascolta le preghiere di chi ha le mani che grondano sangue, è il Dio dell’iperbole di papa Francesco, che “primerea”, cioè arriva prima nell’amore, prima ancora che l’uomo lo invochi, ed è talmente buono da potersi pensare perfino che l’inferno sia vuoto, anche gli inferni che Trump promette di scatenare ad ogni ultimatum.

Nel sito pubblichiamo il discorso del Papa a Bamenda.

Con i più cordiali saluti,

da “Prima Loro” (Raniero La Valle)

*Immagine generata con IA

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