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La spada di Damocle sul popolo cubano: Trump sta preparando l’attacco

La spada di Damocle sul popolo cubano: Trump sta preparando l’attacco

Tratto da: Adista Notizie n° 20 del 30/05/2026

42634 ROMA-ADISTA. È evidente la strategia di annientamento che stanno conducendo gli Usa contro Cuba. L’ultimo tassello è del 20 maggio: l’incriminazione, dell’ex presidente Raúl Castro per l’abbattimento nello spazio aereo cubano di due aerei dell’organizzazione anticastrista Hermanos al Rescate (Fratelli in soccorso) che costò la vita a quattro persone (di cui tre statunitensi). Fatti avvenuti nel lontano 1996 quando Raúl era ministro della Difesa, rispolverati con un procedimento giudiziario solo ora. «Il tentativo di incriminazione del generale dell'esercito Raúl Castro Ruz, appena annunciato dal governo statunitense – ha dichiarato il presidente Miguel Díaz-Canel – è un'azione politica priva di fondamento giuridico che mira unicamente a rafforzare la tesi che stanno costruendo per giustificare la follia di un'aggressione militare contro Cuba».

Un’aggressione che peraltro ha tutto il sapore di una rivalsa per la frustrazione di Donald Trump che sta vivendo per non aver ancora piegato l’Iran. Cuba è più facile, ritiene il presidente Usa nella sua insaziabile ingordigia di potere e di personale potenza, deciso a inglobare nella sua sfera di influenza, con le buone o con le cattive, l’isola ribelle (come già il Venezuela, v. Adista Notizie n. 2/26).

«Cuba ci sta chiamando. Hanno bisogno di aiuto. Cuba è una nazione fallita. Cuba ha bisogno di aiuto, e glielo daremo noi», «non sarà una cosa difficile da risolvere per noi», ha detto Trump, il 19 maggio, nell’incontro con i giornalisti fuori dal cantiere per la costruzione del salone da ballo della Casa Bianca. Singolare la motivazione ufficiale avanzata a febbraio: Cuba costituisce una «minaccia insolita e straordinaria per la sicurezza nazionale e la politica estera degli Stati Uniti» (v. Adista Notizie, n. 6/26).

Motivazione ora “suffragata” dalle «informazioni riservate» diffuse da Axios, agenzia vicina all’Amministrazione Trump, secondo le quali «Cuba avrebbe acquistato più di 300 droni d'attacco da Russia e Iran», che saranno utilizzati «contro la base navale di Guantanamo Bay, navi militari statunitensi e persino Key West, in Florida» (a Key West, città sulla punta della Florida di fronte all’isola caraibica, e sede di una importante base aerea USA). Un alto funzionario statunitense, leggiamo su Global Research (18/5), ha sottolineato la gravità della situazione: «Considerando che tali tecnologie sono così vicine a noi, in combinazione con vari attori pericolosi come gruppi terroristici, cartelli della droga, iraniani e russi, la situazione è preoccupante. Rappresenta una minaccia crescente».

«Cuba non rappresenta una minaccia, né ha piani o intenzioni aggressive nei confronti di alcun Paese. Non ne ha contro gli Stati Uniti, né ne ha mai avuti, cosa che il governo di quella nazione sa bene», ha rimbeccato il presidente cubano Miguel Díaz-Canel in un post su X; e ha aggiunto che Cuba «sta già subendo un'aggressione multidimensionale da parte degli Stati Uniti» e che «ha il diritto assoluto e legittimo di difendersi da un attacco militare», pur ribadendo che ciò «non può essere logicamente o onestamente usato come pretesto per imporre una guerra al nobile popolo cubano».

L’attacco è alle porte?

Siamo dunque al redde rationem? “I cubani si preparano all'invasione, mentre gli Stati Uniti intensificano le tensioni con l'isola, da tempo sofferente”, titolava la CNN il 16 maggio analizzando in un articolo gli indizi di un «attacco imminente» degli Usa.

Più assertivo, il giorno dopo, Analisi Difesa, il primo magazine online in Italia a occuparsi di difesa, industria e tematiche militari. «Il Pentagono – scrive – ha ricevuto l’ordine da Donald Trump di aggiornare i piani operativi per potenziali operazioni militari a Cuba. Secondo quanto riportato da fonti vicine all’amministrazione, i preparativi sono stati richiesti dal Presidente che sta valutando l’opzione di un intervento nell’isola caraibica. Le indiscrezioni seguono una dichiarazione rilasciata da Trump lo scorso 13 aprile, in cui il Presidente ha suggerito che gli Stati Uniti potrebbero “fare un salto a Cuba” (stop by Cuba) non appena conclusa la fase critica delle operazioni relative all’Iran».

L’attacco colpirebbe un Paese allo stremo, l’economia è paralizzata dalla mancanza di carburante (da quando Trump ha minacciato con dazi spropositati i Paesi che rifornivano l’isola, a partire dal Venezuela), che non “move il sol e l’altre stelle”, ma quasi: tutto scarseggia, senza combustibili, dalla luce all’acqua.

«Il Pentagono – prosegue Analisi Difesa – pur mantenendo il riserbo sui dettagli operativi, ha confermato di essere in fase di analisi delle contingenze per garantire la sicurezza regionale e rispondere a un eventuale vuoto di potere nell’isola. Espressioni – interpreta il magazine – che sembrano in realtà indicare la volontà di Washington di far cadere il regime cubano e sostituirlo con un governo filo americano. Operazione che potrebbe però rivelarsi non così facile e del resto già con l’attacco all’Iran l’Amministrazione Trump ha peccato di presunzione e superficialità».

America Latina: ognuno ha i propri guai

L’articolo, dopo l’esposizione puntuale dell’arsenale armiero – molto scarso – nelle mani di Cuba, traccia un quadro delle posizioni dei Paesi in America Latina in merito alle minacce di Trump: complessivamente un «silenzio-assenso».

«C’è la nuova destra capitanata dall’argentino Milei che sogna il crollo del regime – scrive – ma anche l’ostilità dichiarata del salvadoregno Bukele, dell’Ecuador di Daniel Noboa o del Cile appena “preso” dal conservatore Josè Antonio Kast». Posizioni scontate, «se guardiamo la loro posizione ideologica», e tuttavia «anche a sinistra non si muovono mari e monti. Nei tre Paesi più popolosi della regione, Brasile, Messico e Colombia, che sono governati dal progressismo, le reazioni ufficiali alle manovre trumpiane sull’isola si fermano a mere dichiarazioni retoriche, senza che vi siano atti concreti».

E ancora: «La messicana Claudia Sheinbaum (…) ha dovuto bloccare i rifornimenti per paura di ritorsioni dirette da parte della Casa Bianca. Gustavo Petro, in Colombia, si solidarizza contro l’embargo ma non va oltre, anche perché fra due mesi la sinistra è chiamata alle urne in un’elezione presidenziale molto aperta e dove conterà non poco la conquista del voto moderato. Stesso discorso in Brasile. Lula probabilmente vorrebbe fare di più per gli amici cubani ma non può esporsi più di tanto per non alimentare le critiche della destra con Flavio Bolsonaro in forte rimonta in vista delle presidenziali di ottobre. Ragion di Stato, calcoli politici, la minaccia delle sanzioni: tutto congiura ormai contro Cuba. Anche la Russia e la Cina, in fondo, hanno altro di cui occuparsi di questi tempi».

La conclusione di Analisi Difesa: «Il presidente Díaz-Canel potrebbe avere i giorni contati, il punto è come cedere senza che tutto crolli. Se il Venezuela è importante soprattutto per il petrolio, la caduta del comunismo cubano avrebbe una valenza simbolica ancor maggiore. Trump sogna il grande colpo, che potrebbe anche servirgli come un vero e proprio jolly da giocare nelle elezioni di metà mandato in programma per novembre».

La Chiesa per l’autonomia di Cuba

Una situazione così sul filo del rasoio non può che preoccupare i vescovi cubani, che già all’inizio della crisi e dell’embargo totale di combustibili deciso da Trump, avevano inviato il 31 gennaio scorso un messaggio «a tutti i cubani di buona volontà» per sollecitare un impegno a ricercare «vie di dialogo e cambiamenti strutturali che possano ridare speranza al popolo».

«Le notizie recenti, che annunciano, tra le altre, l'eliminazione di qualsiasi possibilità di ingresso di petrolio nel Paese – si legge nel messaggio – fanno scattare campanelli d'allarme, soprattutto per i meno fortunati. Il rischio di caos sociale e violenza tra i figli delle stesse persone è reale. (…). Cuba ha bisogno di cambiamenti e sono sempre più urgenti, ma non ha bisogno di più angoscia o dolore. (…) Vogliamo e desideriamo una Cuba rinnovata, prospera e felice», ma «il rispetto per la dignità e l'esercizio della libertà di ogni essere umano all'interno della propria nazione non possono essere subordinati o condizionati alle variabili dei conflitti esterni».

Ai vescovi cubani faceva eco, il giorno dopo, Leone XIV: «Ho ricevuto con grande preoccupazione notizie circa un aumento delle tensioni tra Cuba e gli Stati Uniti d’America, due Paesi vicini. Mi unisco al messaggio dei Vescovi cubani, invitando tutti i responsabili a promuovere un dialogo sincero ed efficace, per evitare la violenza e ogni azione che possa aumentare le sofferenze del caro popolo cubano». Il 18 maggio, inoltre, il pontefice ha ricevuto in udienza i dirigenti dell’'organizzazione americana Catholic Extension Society, che ha voluto ringraziare in particolare «per il suo lavoro a Cuba e Porto Rico» e per l'aiuto che offre ai migranti negli Stati Uniti. 

*Foto presa da Neepix.com, immagine originale e licenza 

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