Luterani italiani: preoccupazione per le nuove norme Ue su asilo e rimpatri
ROMA-ADISTA. Alla vigilia della Giornata mondiale del rifugiato, la Chiesa evangelica luterana in Italia (Celi) esprime preoccupazione per le nuove norme Ue su asilo e rimpatri, richiamando la centralità della dignità umana e della tutela dei diritti fondamentali.
«Il 12 giugno 2026 è entrato in vigore il nuovo Sistema Comune Europeo di Asilo - si legge nella nota della Celi -. Tre giorni dopo, il 15 giugno, il Parlamento europeo ha approvato il nuovo regolamento sui rimpatri: 418 voti a favore, 218 contrari, 30 astensioni.
Chi riceve una decisione di rimpatrio è obbligato a cooperare con le autorità. In caso contrario, può essere trattenuto fino a 30 mesi. Anche i minori non sono esclusi dalla detenzione, seppur indicata come «ultima risorsa».
Le autorità nazionali potranno perquisire abitazioni e strutture di accoglienza per eseguire i rimpatri. Chi è privo di permesso di soggiorno potrebbe essere dissuaso dal cercare aiuto — con conseguenze dirette anche per chi offre assistenza.
La novità più controversa sono i cosiddetti Return Hubs — centri di rimpatrio (Rückführungszentren) situati al di fuori dell’Unione europea. Le persone respinte potrebbero essere trasferite in paesi con cui non hanno alcun legame.
Solo uno su quattro dei migranti con obbligo di lasciare il territorio UE ha effettivamente lasciato l’Europa nell’ultimo anno. Questo è il dato con cui la Commissione giustifica la riforma.
La risposta del mondo protestante è stata netta.
La vescova luterana Beate Hofmann, della Chiesa Evangelica di Curhessen-Waldeck, ha ricordato che il diritto d’asilo fu inserito nella Legge fondamentale tedesca come risposta diretta ai crimini del nazismo: «Il diritto di asilo è un’ancora della dignità umana nella nostra società. La sua tutela è un comandamento cristiano fondamentale. Se lo perdiamo, perdiamo la nostra umanità».
Dagmar Pruin, presidente di Brot für die Welt, ha detto che le nuove regole non hanno come obiettivo garantire protezione alle persone, ma negarla al maggior numero possibile.
Katrin Hatzinger, responsabile dell’ufficio di Bruxelles della Chiesa Evangelica in Germania (Ekd), ha avvertito: molti segnali indicano che gli Stati membri intendono concentrarsi sugli elementi più repressivi — andando spesso anche oltre le stesse norme Ue.
La critica è ecumenica. Il presidente della Commissione dei Vescovi Cattolici dell’Unione Europea (Comece), Mariano Crociata, ha avvertito: «La migrazione non riguarda procedure, statistiche o gestione delle frontiere. Riguarda persone: donne, uomini e bambini, ciascuno con una dignità inviolabile che deve essere al centro di ogni decisione politica».
La Caritas in Europa ha parlato di rischio concreto di stigmatizzare e criminalizzare i migranti, aggravando la polarizzazione in un momento in cui le nostre società hanno bisogno di coesione.
La preoccupazione diffusa è che in Europa si realizzi un sistema di pratiche simili ai raid dell’agenzia americana ICE.
In discussione non è la necessaria gestione del fenomeno migratorio, quanto la logica dell’esternalizzazione: trasferire responsabilità verso paesi terzi per le Chiese non è esercizio di responsabilità e solidarietà, è evasione.
La tradizione luterana ha sempre inteso la cura del forestiero come un principio che precede ogni logica di controllo.
Lo straniero, il rifugiato, chi è in fuga — nel linguaggio della Bibbia sono figure ricorrenti dall’Esodo al Vangelo, sempre accompagnate da un imperativo: non voltarsi dall’altra parte.
Non si tratta di ignorare le sfide reali che la migrazione pone.
Che sono molteplici, complesse e non facili. Le Chiese questo non lo negano né lo sottovalutano.
Si tratta tuttavia di non lasciare che l’efficienza amministrativa diventi il solo criterio con cui si misura una vita umana.
Il diritto d’asilo nasce dall’esperienza del male. Ridurlo — anche per gradi, anche con le migliori intenzioni — significa dimenticare quella lezione».
Foto da Pixabay
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