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Vaticano. Il concistoro parla di pace. La Chiesa tace sul suo potere

Vaticano. Il concistoro parla di pace. La Chiesa tace sul suo potere

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 27 del 18/07/2026

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel Concistoro straordinario (26-29/6) svoltosi in Vaticano. Da una parte si ascoltano parole solenni sulla guerra, sulla pace, sulle disuguaglianze, sulle polarizzazioni del mondo, sulla solitudine delle persone, sulla crisi della famiglia, sul rispetto delle minoranze e persino sull'ostilità verso la Chiesa. Dall'altra, però, non emerge alcuna volontà di affrontare la questione più decisiva, quella che riguarda la natura stessa dell'istituzione ecclesiastica: il suo modello di governo, la concentrazione del potere, l'assolutismo della gerarchia e la sostanziale esclusione del Popolo di Dio da ogni reale processo decisionale. È come se la Chiesa continuasse a osservare le ferite del mondo senza trovare il coraggio di guardare le proprie.

Il nuovo Concistoro, convocato da papa Leone XIV, ha riunito quasi centottanta cardinali provenienti da ogni continente. I temi ufficiali sono certamente importanti: la guerra, i conflitti internazionali, la violenza politica, la crescita dell'antisemitismo, le tensioni sociali, le trasformazioni culturali, il futuro dell'evangelizzazione. Lo stesso pontefice ha chiesto ai cardinali un sostegno «forte, esplicito e pubblico» e ha insistito sulla necessità di un discernimento comune. Tutto questo potrebbe apparire come un cambio di passo. Ma basta osservare con un minimo di lucidità ciò che realmente accade per comprendere che siamo ancora una volta davanti a un enorme esercizio di autorappresentazione ecclesiastica. Si discute del mondo, ma non si mette realmente in discussione la struttura di potere della Chiesa. Si parla della crisi dell'umanità, ma non della crisi della credibilità cattolica. Si denunciano le guerre, ma non quella distanza ormai enorme che separa il Vangelo dalle istituzioni che pretendono di rappresentarlo.

È proprio qui che emerge il nodo fondamentale. La Chiesa cattolica continua ad affrontare ogni problema come se il problema fosse sempre all'esterno di sé. Il mondo è violento. La società è divisa. Le famiglie sono in crisi. I giovani sono soli. Le culture si allontanano dalla fede. Tutto vero. Ma quasi mai ci si domanda se una parte di questa distanza non sia stata costruita proprio da una Chiesa che, nei secoli, ha preferito consolidare il proprio apparato anziché convertirsi continuamente al Vangelo.

Il problema non è Leone XIV. Il problema precede lui e probabilmente sopravviverà anche al suo pontificato. È il modello ecclesiologico stesso che continua a essere considerato intoccabile. Una monarchia assoluta, rivestita di linguaggio spirituale, continua a governare una comunità che nei Vangeli appare invece come fraternità, servizio reciproco e corresponsabilità.

Il cristianesimo delle origini non conosceva questa gigantesca macchina istituzionale. Non conosceva una corte pontificia. Non conosceva una Curia onnipotente. Non conosceva cardinali. Non conosceva una piramide giuridica nella quale tutto dipende dal vertice. Le prime comunità erano certamente imperfette, ma il loro principio ispiratore era profondamente diverso: il ministero nasceva dalla comunità e rimaneva al servizio della comunità. L'autorità era funzione, non dominio. Era responsabilità, non privilegio.

Nel corso dei secoli tutto questo è stato progressivamente sostituito da un modello imperiale. L'episcopato è diventato governo. Il papato è diventato monarchia. La Curia è diventata burocrazia di potere. I ministeri sono stati clericalizzati. Il Popolo di Dio è stato trasformato in destinatario passivo di decisioni prese altrove.

È questo il vero scandalo ecclesiale del nostro tempo. Da decenni si parla di sinodalità. Si organizzano sinodi, assemblee, consultazioni, percorsi di ascolto. Ma quando si arriva al momento delle decisioni tutto rimane esattamente dove si trovava prima. Nessun organo rappresentativo dotato di reale potere deliberativo. Nessuna elezione democratica dei vescovi. Nessuna partecipazione effettiva delle comunità locali. Nessun controllo sul potere centrale. Nessuna revisione del diritto canonico che trasformi realmente la struttura della Chiesa.

La parola "sinodalità" rischia così di diventare una delle più grandi operazioni linguistiche degli ultimi decenni: moltissimo ascolto, pochissima redistribuzione del potere.

Anche questo Concistoro sembra confermare tale impressione. I cardinali discutono in gruppi di lavoro, riflettono insieme, offrono contributi. Ma il loro ruolo rimane esclusivamente consultivo. Nessuna deliberazione vincolante. Nessuna riforma costituzionale della Chiesa. Nessun trasferimento di autorità dal centro alle Chiese locali. Ed è qui che la distanza dal Vangelo diventa ancora più evidente. Gesù non ha mai fondato una monarchia sacra. Non ha mai costruito un sistema clericale. Non ha mai distinto una classe sacerdotale superiore dal resto dei credenti. Ha continuamente demolito ogni logica di potere religioso.

«Tra voi non sia così» rimane probabilmente una delle frasi più disattese della storia del cristianesimo. L'istituzione ecclesiastica continua a funzionare esattamente secondo quel principio che il Vangelo sembrava voler superare: il potere concentrato nelle mani di pochi. Si continua ad affermare che la Chiesa non è una democrazia. Ma nessuno pretende che lo diventi nel senso politico del termine. Si chiede qualcosa di molto più evangelico: una comunità nella quale il potere sia realmente condiviso, controllato, limitato, esercitato come servizio e non come prerogativa sacrale. È curioso che la Chiesa chieda continuamente trasparenza ai governi del mondo senza applicare a sé gli stessi criteri. Invita gli Stati alla partecipazione, ma mantiene al proprio interno un sistema nel quale milioni di fedeli non hanno alcuna possibilità di incidere sulle decisioni fondamentali.

Non basta parlare di pace se non si costruisce giustizia anche dentro casa propria. Non basta denunciare le guerre se si continua a difendere un modello ecclesiale che concentra il potere nelle mani di pochi. Non basta invocare la fraternità universale se la fraternità ecclesiale rimane profondamente incompiuta.

La credibilità della Chiesa del XXI secolo non dipenderà dalla quantità dei suoi documenti, dei Concistori o delle sue dichiarazioni. Dipenderà dalla capacità di riconoscere che il problema non è soltanto il mondo moderno, ma anche una struttura ecclesiastica che, nei secoli, ha finito per identificare la fedeltà al Vangelo con la fedeltà all'istituzione.

Se questo passaggio non verrà compiuto, ogni Concistoro rischierà di trasformarsi nell'ennesima occasione in cui la Chiesa analizza le crisi del pianeta evitando accuratamente di affrontare la propria.

E forse la domanda più radicale che oggi un credente dovrebbe porre non è quale futuro attenda il mondo, ma quale futuro possa avere una Chiesa che continua a chiedere conversione a tutti senza trovare il coraggio di convertirsi essa stessa.

Gianni Urso è cristiano laico impegnato, scrive sulla sua pagina Facebook “La Chiesa che vorrei”, da cui questo articolo è tratto

 

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