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Contro il Melonellum

Contro il Melonellum

Tratto da: Adista Notizie n° 27 del 18/07/2026

Erano tre le gambe su cui poggiava il tavolo sul quale la maggioranza di governo voleva apparecchiare la svolta autoritaria che aveva scritto nel suo programma di legislatura per cambiare dalle fondamenta il sistema democratico del nostro Paese, fondato sulla Costituzione. Si trattava dell’attuazione dell’autonomia differenziata, dello stravolgimento degli assetti della magistratura, dell’introduzione del premierato nel nostro sistema istituzionale.

Un progetto davvero ambizioso, coltivato da tempo in varie forme e da diverse organizzazioni di destra, politiche e no, palesi e segrete, che pareva avere trovato l’occasione buona per la sua implementazione, non solo per la vittoria elettorale dello schieramento di Giorgia Meloni, ma anche per la congiuntura internazionale guidata dalle spinte reazionarie e a-democratiche di Donald Trump, dalla rottura del diritto internazionale e dal divenire la guerra non semplicemente la prosecuzione della politica con altri mezzi, ma la sostituzione tout court di quest’ultima.

Le cose non sono andate proprio così. Contro il progetto dell’autonomia differenziata si è sollevata una crescente opposizione nel Paese, scavalcando persino il clivage tra destra e sinistra. Poi è giunta la sentenza 192/2024 della Corte Costituzionale che ha giudicato incostituzionali parti della legge del ministro Calderoli, mentre per altri aspetti ha lanciato dei caveat. Questo è bastato per impedire un referendum abrogativo che con buone probabilità avrebbe stroncato definitivamente il progetto con il voto popolare. Il risultato è che le intese con quattro regioni del Nord – Piemonte, Veneto, Lombardia e Liguria – hanno iniziato il loro iter parlamentare e il solerte ministro Calderoli conta di portarle a casa entro la fine della legislatura. Non a caso il ministro Giorgetti ha dichiarato, a fronte delle pulsioni verso elezioni anticipate che circolano nella destra, che queste comunque non potranno avvenire prima dell’approvazione delle intese in materia di Autonomia differenziata. Ma anche qui il cammino del governo è tutt’altro che privo di probabili ostacoli. È infatti possibile, su iniziativa delle regioni non coinvolte, un ricorso diretto alla Corte Costituzionale che non mancherebbe certo di valide motivazioni. Tra le quali il fatto che le intese hanno scavalcato quei paletti che la Consulta aveva messo. Infatti i testi delle intese sono identici, mentre la Corte aveva affermato che l’autonomia differenziata poteva giustificarsi solo in presenza di esigenze derivanti dalle diverse specificità dei territori in questione.

Un no secco e definitivo è venuto invece dall’esito del referendum costituzionale del 22 e 23 marzo, ove, pur non essendoci obbligo di quorum, ha votato la maggioranza degli aventi diritto. Quel risultato così netto ha sconfessato la presunta “riforma” della giustizia del governo, che tale non era, ma solo un attacco al potere giudiziario e a chi è chiamato a esercitarlo, cioè la magistratura. Non solo, ma ha sorpreso anche le forze di opposizione, mostrando impietosamente una distanza fra queste e il “sentire” della popolazione. Ma purtroppo su questo elemento la riflessione a sinistra deve ancora cominciare, come si vede dal fatto che il dibattito post referendario si è subito infilato nel tormentone “primarie sì, primarie no”, non raccogliendo una domanda politica di alternativa che non può essere legata alla figura di una o di un leader, quanto a un programma convincente e a una coerenza di comportamenti di chi vuole metterlo in pratica. L’esito referendario è servito invece alla maggioranza per comprendere che una nuova modifica costituzionale per inserire il premierato sarebbe andata incontro a un inevitabile referendum e a una più che probabile sconfitta. Da qui la scelta di accantonare la terza gamba del tavolo dello stravolgimento autoritario del nostro sistema istituzionale e l’intenzione di puntare tutto su quello che inizialmente appariva un effetto collaterale e che invece è diventato il terreno decisivo dello scontro sia tra maggioranza e opposizione, sia all’interno della stessa maggioranza. Ovvero la legge elettorale, il Melonellum (è bene chiamarlo così per mettere in evidenza le responsabilità della presidente del Consiglio dei Ministri), che ha l’aspirazione di introdurre un premierato di fatto senza toccare articoli della Costituzione e presentandosi come una legge ordinaria.

Ma i profili di incostituzionalità del testo attualmente all’esame della Camera (AC 2822) sono davvero pesanti e non possono in nessun modo essere occultati. Gli assi portanti della proposta di legge delle destre sono essenzialmente due: l’introduzione di un cospicuo premio di maggioranza e le liste bloccate. Entrambi gli aspetti afferiscono a un principio di fondo su cui la destra si è caratterizzata da diverso tempo – ripeto, non solo nel nostro Paese –, trovando però orecchie aperte anche in settori della sinistra. Ovvero il primato della governabilità rispetto a quello della rappresentanza politica. “Il giorno dopo le elezioni gli italiani devono sapere quale governo si formerà”, “Con il voto gli italiani scelgono il governo”, “Bisogna dare all’Italia un governo stabile” sono gli slogan più frequenti che si sono sentiti in questi anni. Cui si è aggiunto quello per cui “Nel voto gli italiani scelgono il premier”, che rappresenta un’ulteriore personalizzazione della priorità data al governo rispetto alla rappresentanza fedele delle opinioni politiche degli elettori. Se dovesse passare questo disegno non avremmo più un sistema istituzionale democratico ma un’autocrazia, o una “democratura” per usare un termine in voga. Per questo siamo di fronte ad uno scontro epocale.

Come è ovvio gli attuali rapporti di forza parlamentari non consentono di sperare in una modificazione positiva del testo di legge attraverso un puro, anche se durissimo, scontro nelle aule della Camera e del Senato. C’è da subito bisogno di un’amplissima mobilitazione popolare, delle forze organizzate, politiche e sociali, della intellettualità. Importanti sono stati il pronunciamento di ben 160 costituzionalisti che ha dato vita a una prima manifestazione al Teatro de’ Servi a Roma lo scorso 30 giugno; le assemblee organizzate un po’ in tutt’Italia, delle quali il “Coordinamento per difesa costituzionale” è stato uno degli organizzatori; la grande massa di articoli e saggi che hanno dimostrato l’incostituzionalità e quindi la pericolosità del Melonellum; e più recentemente il convegno promosso da importanti associazioni cattoliche tenutosi nella sala dell’Istituto Don Sturzo a Roma il 6 luglio. In quest’ultima occasione non è mancato il messaggio del presidente della Cei, Matteo Zuppi, che ha tra l’altro ricordato – in sintonia con quanto detto anche da Sergio Mattarella – che «una democrazia della “maggioranza” sarebbe per definizione una insanabile contraddizione, per la confusione tra strumenti di governo e tutela della effettiva condizione di diritti e libertà».

Ma tutto questo non riuscirà probabilmente a fermare l’iter parlamentare della legge. Fare solo appello al capo dello Stato sarebbe una posizione debole. Egli potrebbe anche rinviare la legge alle Camere – come previsto nell’art. 74 della Costituzione –, ma queste potrebbero confermare il testo e Mattarella sarebbe costretto alla promulgazione. Resta la strada del ricorso alla Corte costituzionale, in particolare contro il premio di maggioranza, l’estensione della regola al Senato che invece prevede l’elezione su base regionale (art.57 Cost.), il blocco delle liste che impedisce ai cittadini la scelta degli eletti. Una strada certamente da percorrere, ma se il giudizio anche negativo della Corte giungesse a elezioni già avvenute non avrebbe il potere di decidere automaticamente lo scioglimento del parlamento eletto con norme incostituzionali, come ha osservato giustamente il prof. Massimo Villone, presidente del Coordinamento per la democrazia costituzionale. Resta la strada del referendum abrogativo che non sarebbe possibile sulla intera legge elettorale, ma sì su alcuni aspetti importanti della stessa, come il premio di maggioranza. Insomma le possibilità per contrastare il disegno delle destre non sono precluse.

Alfonso Gianni è della presidenza del Coordinamento per la Democrazia Costituzionale (CDC)

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