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Per una nuova stagione di produzione di beni sociali

- Proposta

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 6 del 17/01/2009

Viviamo in un paese difficile, che non riesce a costruire un ambiente favorevole al perseguimento di un obiettivo comune, non necessariamente di carattere etico, superiore o di lungo periodo, ma anche per il qui ed ora o per il domani mattina o per il prossimo mese. Un paese nel quale non si riesce a superare la visione del proprio ‘particulare’.

Ovunque sentiamo i lamenti di una società frammentata, divisa e oramai anche nervosa e rissosa che punta il dito contro il primo bersaglio che capita a tiro.

Ci manca qualcosa, ma non sappiamo bene cosa. Qualcosa che da troppo tempo forse abbiamo anche smesso di cercare. E le nostre classi dirigenti hanno assecondato e a volte cavalcato questo comune sentire fino a farlo diventare esplicito programma politico di governo: “vendere” a prescindere da che cosa, in modo da consolidare il potere di chi vende, nell’illusione collettiva che, vendendo lui, possiamo alla fine vendere tutti.

Ma fortunatamente, a fronte di chi vende, deve esserci qualcuno che compra. E l’illusione di essere tutti venditori prima o poi svanisce e torniamo a considerare l’altro per quello che è: uno come noi che è disposto a pagare solo dopo che ha capito chi vende e che cosa.

La speranza di tutti noi, dunque, risiede nella forza dei compratori, di chi, fatto oggetto di attenzione da parte del venditore di turno, decide se comprare oppure non comprare: se lo scambio è di mercato, pagando il giusto prezzo; in uno scambio di cittadinanza, versando le giuste tasse; in uno scambio sociale, ricevendo ciò che lui stesso venderebbe trovandosi nelle medesime condizioni.

Forse sono proprio questi ultimi i beni che ci mancano, che abbiamo smesso di produrre e persino di cercare: i beni sociali, quelli che non necessariamente sono pubblici e che ovviamente non sono propriamente privati, quelli nei confronti dei quali potremmo dire di essere tutti compratori (e che dunque per lo più si scambiano e non si pagano).

Nel nostro paese lo stato di grave crisi in cui versano i due principali sistemi di produzione è ormai cosa nota. La crisi del settore pubblico è evidenziata da una classe politica che stenta a distinguere una classe dirigente da chi, invece, ricerca consenso per il proprio gruppo. Mentre la crisi dell’economia di mercato si è manifestata ormai nella sua ampiezza a seguito della sottomissione del reale al finanziario, il virus del quale ha infettato anche il reale.

Ecco quindi la necessità che si torni ciascuno a fare bene il suo mestiere, e che qualcuno si occupi di produrre ciò che in parte manca. Il settore pubblico torni a eseguire le volontà costituzionali utilizzando una mano visibile ai cittadini e in grado di promuovere il benessere collettivo. Il privato torni a produrre beni utili, necessari, e anche voluttuari ma sostenibili, vincendo la soffocante supremazia della virtualità finanziaria. E soprattutto tutti noi proviamo, o continuiamo ancor di più, ad allestire i cantieri della produzione di quei beni sociali che più si avvicinano alle caratteristiche di ‘sobrietà e lungimiranza’ che il Presidente Napoletano ha sollecitato per lo sviluppo della società italiana nel messaggio di fine anno.

Per far questo occorre un pubblico che acquisisca massicce dosi di sussidiarietà e un privato che si carichi di una maggiore responsabilità sociale. Ma occorre anche che si organizzino altri sistemi di produzione, non necessariamente individuabili solo nelle forme più conosciute del non profit.

Per questo è importante che si moltiplichino le proposte e le testimonianze su come possano attuarsi forme di cooperazione fra singoli, fra famiglie, fra imprese, fra enti di ogni tipo, per produrre beni sociali.

I casi sono tanti, e ognuno è significativo: c’è già chi chiede al vicino di casa se gli occorre qualcosa al supermercato visto che sta andando a far la spesa per se; c’è già l’organizzazione di cittadini che gestisce il verde comunale del proprio quartiere; c’è già chi produce bottiglie e costituisce una rete di imprese con chi produce tappi, etichette, vino o olio, e assieme rinunciano a quote di profitto per condividere metodi di produzione sani e umani.

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