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RESTARE È RESISTERE. LA SCELTA DELLA NONVIOLENZA IN PALESTINA

Tratto da: Adista Documenti n° 72 del 25/09/2010

DOC-2291. ROMA-ADISTA. Non abbandonare la propria terra, nonostante le case distrutte, l’acqua scarsa, gli alberi sradicati e malgrado questo significhi vivere all’ombra di un muro che ti corre accanto per 700 lunghi km; decidere di restare in un posto così, dove si può morire nell’attesa dell’autorizzazione a uscire dai confini in cui si è stati relegati, significa decidere di resistere nonostante tutto. È quanto ogni giorno fanno migliaia di palestinesi che, in Cisgiordania o nella Striscia di Gaza, hanno scelto di opporre alla violenza dell’occupazione la forza della resistenza nonviolenta.

Simbolo per eccellenza di questa scelta è il villaggio di Bi’lin, in Cisgiordania, a 25 km da Ramallah, dove da cinque anni ha luogo la Conferenza Internazionale sulla Resistenza Popolare Palestinese e dove ogni venerdì pomeriggio - come in altri 15 villaggi - si tiene una manifestazione contro il muro e le colonie israeliane. Ma il villaggio di Bi’lin non è solo l’emblema di una Palestina che vuole continuare a esistere: è anche lo specchio di quanto accade su tutto il territorio della Cisgiordania, chiusa in un ghetto di povertà e sopraffazione, come racconta nel reportage apparso su Les Cahiers de la Réconciliation (trimestrale del Movimento Internazionale della Riconciliazione, Mir), che alla questione palestinese ha dedicato la seconda uscita di quest’anno) Yves Poulain, ex copresidente della sezione francese del movimento. “Da un lato, quello delle colonie - scrive Poulain che si è recato nei Territori Palestinesi nell’aprile scorso per partecipare alla V Conferenza di Bi’lin -, le strade buone, le infrastrutture, il confort, le terre conquistate e coltivate in grande scala, l’acqua accaparrata a iosa; dall’altro lato, quello dei palestinesi, il degrado urbano, le case distrutte qua e là - e a volte ricostruite, senza permesso, dai resistenti  - gli ulivi strappati a migliaia, le proprietà agricole smembrate e sempre meno accessibili, i temibili posti di blocco”.

Porre fine a questo “odioso sistema coloniale” è, secondo Poulain, l’imperativo che si pone alla coscienza di ciascuno: una speranza che resta però flebile nonostante la riapertura, in questi giorni, di controversi negoziati di pace tra Israele e Autorità nazionale palestinese. Preoccupa in particolare la questione della moratoria degli insediamenti in Cisgiordania, che dovrebbe concludersi a fine mese e sulla quale non sembra esservi accordo neppure tra il premier Benjamin Netanyahu – che in questi giorni ha dichiarato di non aver alcuna intenzione di accettare imposizioni dall’esterno, ma anche che “non c’è l’obbligo di costruire tutte le 19mila unità abitative in ballo” – e gli stessi coloni, pronti a dichiarare “guerra” al primo ministro.

Ma, come testimonia l’esperienza di Bi’lin, accanto ai colloqui in corso un altro percorso di pace e speranza procede dal basso: ne è un esempio la serie di incontri tenutasi nel mese di settembre in varie città italiane con la presenza di Ronnie Barkan, degli Anarchists against the Wall, che prende regolarmente parte alle manifestazioni nonviolente di Bil'in, e di Lubna Masarrwa, della Free Gaza Campaign: occasione tra l’altro di rilancio dell’appello alla pace della Rete internazionale per la resistenza popolare nonviolenta palestinese, sottoscritto in Italia, tra gli altri, oltre che da Luisa Morgantini, già vicepresidente del Parlamento Europeo, dall’Associazione per la Pace, Action for Peace, Donne in Nero, Giuristi Democratici, Un Ponte per..., Fiom, Rete Radie Resh.

Di seguito il testo dell’appello, preceduto dal documento di Yves Poulain, in una nostra traduzione dal francese. (ingrid colanicchia)

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