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Taranto: ha vinto l’Ilva o i cittadini?

Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 17 del 04/05/2013

Paolo Borsellino disse: «Non ho mai chiesto di occuparmi di mafia. Ci sono entrato per caso. E poi ci sono rimasto per un problema morale. La gente mi moriva intorno».
Anche a Taranto molti cittadini hanno dovuto affrontare la questione ambientale non perché fossero ambientalisti, ma perché vedevano morire parenti e amici. Ci sono finiti per caso in queste storie. E poi sono diventati attivisti convinti. Una parte dei tarantini ha ritenuto che fosse venuto il momento della chiarezza, il momento di contarsi con un referendum. Era un referendum consultivo con due quesiti: chiusura totale o chiusura parziale dell'Ilva? Hanno votato 33.800 cittadini: il 19,5% degli elettori di Taranto. In 31.335 (pari al 92,6%) si sono espressi per la chiusura degli impianti dell'area a caldo (parchi minerali, cokeria, agglomerato, altoforno e acciaieria),x mentre la chiusura totale dell'intero stabilimento Ilva di Taranto è stata chiesta dall'81,2% (ossia circa 27.500 cittadini).
Il referendum del 14 aprile ha registrato un'affluenza che è stata da più parti giudicata “un flop”. Ma a ben vedere essi sono ancora di più dei 20mila cittadini che hanno partecipato alle manifestazioni di questi anni. Quei 31mila sono quindi l'indicatore di una crescita di partecipazione e non di un riflusso, anche se c'era chi si aspettava di più.
Se Cgil, Cisl, Uil e Confindustria avessero avuto la percezione di essere la maggioranza avrebbero dato indicazione di votare “no” alla chiusura. Ma non lo hanno fatto. Il referendum dei 31mila che hanno votato “sì” allo spegnimento dei camini Ilva, ha superato di gran lunga i 13mila lavoratori dell'Ilva. È un numero che in particolare sopravanza di gran lunga quello dei 5mila lavoratori che abitano nella città di Taranto (gli altri risiedono in provincia o addirittura fuori della provincia). Insomma il dato assoluto del referendum è che i lavoratori dell'Ilva sarebbero stati in minoranza se si fosse andati alla conta effettiva, senza astensionismo.
Anche i partiti non hanno dato indicazione di voto, il che equivaleva al disimpegno. Solo Sel aveva dato una timida indicazione: sì alla chiusura dell'area a caldo, no alla chiusura dello stabilimento. Ma questa posizione di Sel era in palese contrasto con l'atteggiamento del sindaco di Taranto, Ippazio Stefano, schierato con l'Ilva. Ippazio Stefano è di Sel ed è bersagliato dalle critiche degli ambientalisti per il suo tono tranquillizzante fino alla minimalizzazione. Nell'ottobre 2011 dichiarava: «Mi complimento per gli sforzi e i risultati ottenuti da Ilva. Attraverso i recenti dati clinici che ci giungono dalle Asl territoriali, emergono numeri confortanti in relazione alle malattie più gravi, patologie che non risultano in aumento, anche grazie al miglioramento dell’ambiente e della qualità dell’aria». Poi è venuta la “mazzata” della perizia epidemiologica commissionata dalla Procura di Taranto, i cui magistrati hanno anche incominciato a indagare sullo stesso sindaco che è stato “beccato” al telefono a parlare con il portavoce dell'Ilva per tranquillizzarlo proprio sul referendum. Infatti questo referendum era osteggiato dall'azienda, tanto che il suo portavoce, Girolamo Archinà, è stato intercettato a telefonare al sindaco di Taranto per chiedere: «La data la più lontana possibile... Per farci lavorare un po’ tranquilli». E il sindaco di Sel assecondava rispondendo: «Tranquilli... va benissimo». Era il 2010.
A rafforzare questa opera di tranquillizzazione c'era anche mons. Benigno Papa, il precedente arcivescovo di Taranto: «La famiglia Riva – dichiarava – ha tutti i titoli di serietà e di competenza per essere ritenuta un'impresa credibile e affidabile».
L'Ilva ha potuto contare su un atteggiamento morbido del Pd, che ha fatto poco o nulla per far andare a votare la gente, specie nei quartieri più vicini all'Ilva: Paolo VI e Tamburi. Il Pd ha minimizzato la percezione del pericolo, grazie alla presenza di dirigenti come Egidio Di Todaro, presidente della circoscrizione Tamburi: «Io dico con sincerità – ha dichiarato – di aver votato esprimendo due no, sia contro la chiusura dell'Ilva, sia contro la chiusura dell'area a caldo. All'interno del mio partito, il Pd, ho detto sempre che al primo posto deve venire il lavoro, più della salvaguardia della salute e dell'ambiente».
Se questa è la sinistra, lascio immaginare cosa abbia fatto la destra per il referendum.
Adesso il referendum è passato, ma rimangono – ingombranti come una montagna – le inadempienze dell'Ilva su varie prescrizioni dell'Autorizzazione Integrata Ambientale. L'azienda non sembra avere né i capitali né la volontà per presentare un piano industriale. La preoccupazione che ormai trapela è quella di evitare che avvenga come a Brescia: chiusura senza risarcimento e bonifica dei terreni e della falda. Il vero problema è quello di formare i lavoratori e trasferirli su un progetto di bonifiche prima che Ilva dichiari fallimento.
Molti lavoratori stanno comprendendo l'importanza di questa transizione e infatti alcuni hanno votato al referendum a favore della chiusura, perché solo in questo modo si accelera il percorso verso le bonifiche dei terreni e della falda.

* Presidente di “PeaceLink”

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