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Global compact vs Decreto Salvini: un dossier di

Global compact vs Decreto Salvini: un dossier di "ComboniFem"

Migrazioni e sicurezza sono parole che dominano il dibattito politico di questi tempi, non solo in Italia. Anche se l'accostamento dei due termini risulta un'operazione puramente ideologica ed elettorale, possiamo ravvisare due modi opposti di affrontare la questione: da un lato, il “metodo Salvini”, con il Decreto cosiddetto Sicurezza divenuto “Legge 113/18” il 3 dicembre 2018; dall'altro, il global compact, il Patto globale per migrazioni sicure, ordinate e regolari, siglato da 164 Paesi Onu una settimana dopo, il 10 dicembre 2018. “Migrazioni sicure. Due facce della medaglia” è l'approfondito dossier pubblicato sul numero di gennaio/febbraio di ComboniFem, magazine delle suore missionarie comboniane.

Del global compact si sottolinea l'approccio pragmatico e non ideologico: la mobilità umana è da sempre un fenomeno strutturale che non può essere rifiutato, ma solo amministrato al fine di renderlo un'opportunità anche per chi accoglie. La tanto bramata sicurezza, si evince dall'analisi, scaturisce dalla buona accoglienza, dalla tutela dei diritti dei migranti, dall'integrazione e dall'inclusione sociale, con una gestione dei flussi in base al mercato del lavoro, una più puntuale e coordinata raccolta di dati e documenti, con l'apertura di “corridoi umanitari” che consentono al contempo rispetto dei diritti e controllo sulle persone in transito, con politiche serie e lungimiranti per contrastare nel mondo i fattori che scatenano i movimenti forzati di massa, come l'instabilità politica, i conflitti, la corruzione, il degrado ambientale, ecc. Un progetto che può andare in porto solo con la cooperazione e la collaborazione tra Stati, con visioni e politiche migratorie condivise.

Al contrario, forme di resistenza al fenomeno migratorio, chiusura dei confini, detenzione dei migranti, trattati come criminali in grandi centri, riduzione delle risorse per l'inclusione e l'integrazione, se nel breve periodo possono garantire ai movimenti cosiddetti “sovranisti” un evidente ritorno in termini elettorali, sul lungo periodo non fanno altro che degradare le condizioni di vita degli stessi migranti e fomentare l'insicurezza (reale e percepita) nelle società di accoglienza.

È questo il caso del Decreto Salvini, che demolisce lo Sprar, il sistema di accoglienza e integrazione lavorativa gestito dai Comuni, cancella la protezione umanitaria per quelle persone considerate vulnerabili, taglia i fondi (i famosi 35 euro per ospite) depauperando progetti di formazione e inclusione, lascia i migranti privati dei diritti di accoglienza in mezzo alla strada e quelli titolari di protezione ammassati in grandi centri, senza servizi e senza possibilità di integrazione. Una legge che criminalizza e punisce i migranti forzati, annichilisce la buona accoglienza, azzera l'integrazione e, in definitiva, tratta il fenomeno migratorio come un'emergenza e una minaccia da cui difendersi, escludendo a priori la prospettiva di una sua corretta gestione come opportunità per l'Italia e l'Europa.

Il decreto, tra l'altro, non piace alle amministrazioni comunali di ogni colore politico, che gestiscono concretamente la “questione migranti” sui rispettivi territori. I provvedimenti voluti da Salvini, accusa l'Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, «rischiano di privilegiare il sistema privato, quello delle grosse concentrazioni anche in piccoli Comuni, quello dei centri straordinari sui territori, gestiti in molti casi da operatori economici che nulla hanno a che fare con l'erogazione di servizi alla persona». Questo, è bene ricordare, in palese contraddizione con la “guerra al business dell'immigrazione” promessa in campagna elettorale dal ministro dell'Interno.

«Cancellando la protezione umanitaria – afferma ancora l'Anci nel box dall'eloquente titolo “Allarme insicurezza” – si dà luogo a un rischio di aumento esponenziale delle persone in condizioni di irregolarità che, in assenza di concrete politiche di incentivi al rimpatrio, sono obbligatoriamente destinate a ingrossare le file del lavoro nero, dell'irregolarità, delle occupazioni abusive, e quindi del degrado. Non può sfuggire a nessuno quanto questo dato desti preoccupazione agli amministratori locali, senza distinzioni politiche di sorta».

La conclusione dell'Anci – i cui emendamenti sono stati ignorati in Commissione Affari Costituzionali del Senato – è amara: «Con il provvedimento lo Stato si ritira dalla presa in carico dei richiedenti asilo in condizioni di vulnerabilità, mantenendo solo servizi a bassa soglia. Tutto il reso ricade dunque interamente sui servizi socio-sanitari dei territori: si tratta di persone portatrici di fragilità anche gravi, la cui esistenza non può essere cancellata per decreto».

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