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“Italia viva”, una «disinvolta operazione di palazzo». Intervista a Franco Monaco

“Italia viva”, una «disinvolta operazione di palazzo». Intervista a Franco Monaco

Tratto da: Adista Notizie n° 33 del 28/09/2019

39963 ROMA-ADISTA. Si chiama “Italia viva” la nuova “creatura” di Matteo Renzi, che ha lasciato il Partito democratico portando con sé una quarantina di parlamentari. Adista ha rivolto alcune domande a Franco Monaco, cattolico-democratico (è stato presidente dell’Azione cattolica ambrosiana ai tempi del card. Carlo Maria Martini e presidente dell’associazione “Città dell’uomo”, fondata da Giuseppe Lazzati), già parlamentare del Pd e “ulivista” della prima ora. 

Monaco, come valuta la scissione di Renzi?

Era nell’aria da tempo. Inevitabile e, in certo modo, chiarificatrice. Da quando Renzi ha lasciato la guida del Pd, lui e i suoi seguaci si sono comportati come un partito nel partito. Supremamente ipocrita, all’atto del suo congedo, la sua polemica con il correntismo, da lui praticato alla grande. Come ipocrita la sua rappresentazione come “separazione consensuale”. È evidentissimo l’effetto destabilizzante sul neonato governo. Facile prevedere, di qui a non molto, una guerriglia nella nuova maggioranza per marcare le differenze e guadagnare visibilità.

Che Renzi avesse intenzione di prendere un'altra strada era abbastanza chiaro, ma forse si prevedevano tempi un po' più lunghi: cosa pensa di questa accelerazione?

Tempi e modi sembrano concepiti allo scopo di fare rumore, di fare male al Pd e al neonato governo, quasi una mossa a dispetto per mettere subito a verbale che dovranno fare i conti con lui. Certo, impressiona la circostanza che Renzi abbia voluto annunciare la rottura nelle stesse ore nelle quali, con il giuramento di viceministri e sottosegretari, incassava la propria quota in carico al Pd che lasciava. La sua una provocazione; quella dei suoi nel governo una prova di sfacciata incoerenza.

Perché Renzi lascia il Pd? C'è un vero progetto politico oppure è solo l'incapacità di stare in un partito senza esserne più il capo?

Chi ha seguito l’avventura di Renzi non può non concludere che, pur nel suo movimentismo, la cifra politica decisiva è quella dettatagli dalla sua indole: se stesso, il suo potere, il “partito personale”. Del resto, non vi è traccia di una coerente visione politica. Basti considerare che egli, la cui ascesa alla guida del Pd e del governo è inscritta nel modello della democrazia maggioritaria e di investitura (il suo trampolino sono state le primarie), oggi è artefice di una disinvolta operazione di palazzo. Il varo di un partito tutto e solo ricavato dalla transumanza di parlamentari. Un partito che, stando ai suoi annunci, non intende farsi contare nelle urne. Ma piuttosto contare, nel Parlamento e nel governo, con la pattuglia dei suoi fedeli. Pattuglia esigua ma decisiva nei numeri per la sorte dell’esecutivo. In una logica proporzionalistica e facendo affidamento su una legge elettorale proporzionale verso la quale ci si sta orientando.

Molti dei suoi, anche fra i "fedelissimi", non lo hanno seguito, almeno sembra: come mai?

Il futuro ce lo dirà. Si possono dare due interpretazioni, che non si escludono a vicenda. Una benevola: quelli che si rendono conto della smaccata contraddizione di cui sopra (la vocazione maggioritaria vistosamente smentita e il via libera al Conte 2 subito messo in fibrillazione. Un regalo a Salvini). Quella più maliziosa: alcuni suoi sodali stretti che restano come testa di ponte nel Pd. Alcuni nomi, francamente, autorizzano l’interrogativo.

Esiste uno spazio politico in Italia per un soggetto come quello di Renzi?

Difficile dire. I sondaggi oggi sono prematuri e inattendibili. Molti ci hanno provato a inseguire il cosiddetto elettorato moderato. Certo, oggi, nella dissoluzione di Forza Italia e con una destra radicalizzata, si può pensare a uno spazio dilatato. Da un lato sta la nota attitudine renziana a una spregiudicata politica corsara che potrebbe riuscire laddove altri hanno fallito; dall’altro la circostanza che, nella società, fa più presa la radicalità che non la moderazione. Molto dipenderà dagli altri competitor. Per il Pd potrebbe aprirsi un’opportunità, in quanto finalmente non più ostaggio della doppiezza del suo ingombrante ex segretario.

E ora il governo giallo-rosso, nato anche per volontà di Renzi, è più forte o più debole?

È decisamente più debole ed è un problema (“big problem”, copyright di Franceschini). Se l’audace (azzardata?) scommessa del Conte 2 – partorito in mezzo a mille contraddizioni e riserve e, perché tacerlo?, messo su soprattutto per scongiurare elezioni e fermare Salvini – non dovesse reggere un tempo congruo (auspicabilmente sino al 2022, quando si eleggerà il nuovo presidente della Repubblica) il rischio di un effetto boomerang sarebbe assai alto. Ma il 2022 è lontano lontano…

* Franco Monaco - foto della Camera dei Deputati del 2006 tratta da it.wikipedia.org, licenza Creative Commons

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