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«Era stata sradicata la parte più vera di me»

«Era stata sradicata la parte più vera di me»

Tratto da: Adista Documenti n° 16 del 29/04/2023

Qui l'introduzione a questo testo.

Sono olandese, nata in una famiglia cattolica praticante. Sono cresciuta in un movimento cattolico dall'età di 10 anni. Ero ancora una ragazzina quando mio papà morì di infarto e per me questo è stato uno shock incredibile, mi sembrava che la terra fosse sparita sotto i piedi e il mio mondo sicuro non c'era più. In quel periodo delicato la mia famiglia ha conosciuto delle persone di un movimento; vicino alla mia scuola c'era uno dei loro centri, una casa con donne consacrate e io andavo lì ogni giorno perché mi davano attenzione e gentilezza. Poco alla volta quella casa è diventata più famiglia della mia famiglia d'origine e quelle donne mi raccontavano le idee e i pensieri della fondatrice del Movimento, mi facevano ascoltare le registrazioni dei suoi discorsi, leggevo solo i suoi libri di meditazione; mi facevano credere che quel modo di vivere era la vita vera. Un indottrinamento lento e graduale combinato con tanto affetto. Mi persuasi di avere la vocazione a consacrare la mia vita a Dio e a impegnarmi al 100% per il movimento, credevo di voler far parte anche io di quella schiera di seguaci della fondatrice e all'età di 19 anni entrai ufficialmente nella comunità.

Ora, in retrospettiva, potrei dire che ero chiusa nella stretta gabbia mentale di una setta e non riuscivo più a uscirne. Ero molto giovane, ma nel mio sviluppo umano non sapevo cosa volesse dire per esempio avere una propria vita e essere responsabile. Altri potevano, per così dire, insinuarsi nella mia testa e leggere nei miei pensieri, potevano fare quello che volevano con me, con i miei sentimenti, ed era la cosa più normale del mondo essere sottomessa. Ciò che mi ha fatto soffrire più di tutto era il senso di dipendenza; per 24 anni ho avuto la stessa responsabile e nel percorso spirituale lei era il mio unico punto di riferimento. Ma questa persona era anche responsabile dell'organizzazione del movimento nel mio Paese. Aveva quindi potere completo su di me, sulle mie attività, ma anche sulla mia vita interiore e questo ha creato una sottomissione e una dipendenza profondissima. C'era sempre qualcun'altra a dirmi cosa dovevo fare, come dovevo vivere, la mia vita era come condizionata dal seguire l'altra e la forza della mia anima non poteva esistere: me lo si diceva, più volte. Non c'era spazio per la mia coscienza né un momento di libertà per una riflessione personale o critica, non c'era spazio per un'azione spontanea o una decisione presa da me in autonomia. Anche se ero ormai adulta, altri pensavano per me, dovevo essere buona e santa ma alla fine non era mai sufficiente. A lungo andare la parte più autentica del mio essere è stata come sradicata. Fare il vuoto per l'unità nella comunità è diventato come un vuoto psicologico, non sapevo più chi ero. Mi trovavo in una specie di vincolo psicologico con la comunità e specialmente con la mia responsabile e non riuscivo più a uscirne. Inoltre mi facevano paura, dicendomi per esempio: “Monique resta fedele all'unità, resta fedele al disegno di Dio su di te, stai attenta, Monique, perché fuori dell'unità gira il diavolo”.

Il mio rapporto personale con Dio era per procura, si può dire, perché c'era sempre qualcun altro che si interponeva. Potrei dire che il periodo di 24 anni nel movimento e nella comunità come consacrata lo vivo come un grande stupro per il mio essere. Il fatto poi che tutto fosse controllato mi ha procurato tanta pressione e stress: da un lato dovevo negare tutti i miei sentimenti e emozioni e sopprimere tutto, dall'altro c'era la pressione dall'alto di dover fare ciecamente quello che veniva detto. Ero sempre stanchissima per mancanza di sonno; mi ricordo una volta che salivo le scale un po' lenta e la mia responsabile mi sgridava: “Corri per l'unità!”. Non c'era nessuna privacy, tutto doveva essere giustificato, confessato, anche i miei pensieri più intimi, consegnavo anche il mio diario; dopo aver incontrato altre persone si riferiva sempre cosa avveniva, cosa era stato detto e da chi. Trovavo sempre più difficile avere una conversazione normale, per via del fatto che dovevo tenere a mente quello che era stato detto per poi riferirlo. A un certo punto non volli più mangiare, era la l'unica cosa sulla quale potevo ancora avere controllo; dare fine ai miei giorni mi sembrava l'unico modo per scappare dalla pressione e dalla pazzia.

Per fortuna sono uscita dal movimento all'età di 34 anni, e dopo tanti anni in cui avevo dato tutto il mio impegno e tutto il mio stipendio sono rimasta sola, con pochissime cose, un paio di vestiti e qualche libro di meditazione. I miei colleghi di lavoro mi hanno aiutato a trovare un appartamentino e mi hanno aiutato a sistemarlo; poco alla volta ho costruito una vita nuova e questa è una storia lunga. Ho avuto bisogno di tanta psicoterapia che mi è costata un sacco di soldi e che ho dovuto pagare tutto da sola, ma ce l'ho fatta.

Per concludere, è importante per me dire che porto in me una gratitudine profonda a Dio che è rimasto sempre presente nella mia vita col suo aiuto visibile e invisibile.

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