
Sinodo e movimenti di riforma. Appunti per una discussione
Tratto da: Adista Documenti n° 30 del 06/09/2025
La morte di papa Francesco e la scelta del suo successore di dare continuità al suo principale lascito, il Sinodo sulla Sinodalità, impone ai movimenti di base, da decenni impegnati per la riforma della Chiesa, di riesaminare il proprio operato per renderlo più adeguato alla fase ecclesiale e quindi più efficace. Alcuni spunti possono aiutare questa riflessione.
I primi anni del Post-Concilio
Il primo decennio dopo la fine del Vaticano II è caratterizzato da numerose sperimentazioni volte a mettere in pratica i non sempre univoci dettami conciliari, sforzi che si intrecciano con la temperie culturale del ‘68, con le sue spinte antiautoritarie e partecipative. Così, soprattutto nel Nord del mondo, da una parte alcuni episcopati nazionali convocano assise ecclesiali (il Concilio pastorale della Provincia ecclesiastica olandese nel 1966- 1970, il Sinodo congiunto delle diocesi della Repubblica federale tedesca nel 1971-1975 o la Conferenza “Appello all’azione” dei vescovi USA nel 1974-1976) da cui provengono richieste come l’abolizione dell’obbligo del celibato per i preti di rito latino, la possibilità di ordinazione presbiterale di uomini sposati o l’ammissione delle donne al diaconato permanente; dall’altro, proliferano esperienze comunitarie impegnate a coniugare rinnovamento della fede e trasformazione della società. Alle prime istanze di organismi con carattere di ufficialità Roma risponde con un secco rifiuto, mentre per le seconde la dinamica segue generalmente lo schema “prassi alternativa sviluppata dalla base/censura da parte dell’autorità/contestazione dell’operato della gerarchia/repressione o marginalizzazione”. Cioè, nel quadro di una serrata relazione dialettica, il conflitto è tra l’interpretazione “moderata” del Concilio di Paolo VI, affermatasi con l’Humanae Vitae, e quella “radicale” dei gruppi spontanei, nella disputa se considerare il Vaticano II come “punto di arrivo” o “punto di partenza” dell’“aggiornamento”.
Il ritorno alla grande disciplina
Con l’ascesa di Giovanni Paolo II al soglio pontificio ha inizio una “restaurazione” di 35 anni, fino alle dimissioni di Benedetto XVI. Essa si tradurrà, tra l’altro, nel divieto sempre più perentorio di discutere temi sui quali il magistero avrebbe ormai espresso un orientamento “chiaro e definitivo” (uso dei contraccettivi artificiali, ammissione delle donne ai ministeri ecclesiali ecc.), le aperture verso i quali vengono perseguite con la censura dei teologi e la rimozione dei vescovi.
Tuttavia in questo “lungo inverno ecclesiale” emergono, soprattutto nel mondo occidentale, movimenti di base che aggregano soggetti esclusi: le associazioni di presbiteri costretti ad abbandonare il ministero per essersi sposati (presenti anche in alcuni Paesi dell’Europa orientale, dell’America Latina e dell’Asia), in qualche caso affiancate da quelle delle donne dei preti, i gruppi cattolici di omosessuali e persone Lgbt+, i movimenti femministi che si battono per l'ordinazione presbiterale delle donne. Negli anni, molti di questi movimenti “settoriali” si articolano in reti continentali e mondiali (per es. Conferenza per l’ordinazione delle donne-Woc), mentre sul piano nazionale formano con gruppi di più generale orientamento riformatore (per es. realtà impegnate a promuovere il rispetto dei diritti umani nella Chiesa o ad affermare la laicità nei rapporti tra Stato e Chiesa) piattaforme nazionali in cui si ritrovano comunità, riviste, associazioni, ecc. Nel 1995 nasce pure il Movimento internazionale “Noi siamo Chiesa”, che chiede la creazione di strutture sinodali con la presenza di tutte le componenti ecclesiali, il coinvolgimento delle Chiese locali nella scelta dei vescovi, l'accesso delle donne a tutti i ministeri, l'abolizione dell'obbligo del celibato per i preti, la riammissione dei divorziati risposati all'eucaristia, il riconoscimento della libertà di coscienza nella regolazione delle nascite e il superamento di ogni discriminazione nei confronti delle persone omosessuali.
Queste realtà, escluse da ogni dialogo con l’istituzione, si dedicano all’approfondimento e alla diffusione delle ragioni a sostegno dei cambiamenti perseguiti, tenendo aperto il dibattito, seppur ai margini della comunità ecclesiale, su argomenti divenuti “tabù” negli ambienti ufficiali. La loro, insomma, è in questa fase una (preziosa) funzione di “testimonianza”, volta a “tenere alta una bandiera”, quella delle riforme, ostracizzata.
La primavera di Francesco
Con Francesco si torna a respirare maggiore libertà, e gli stessi canali di comunicazione che l’isituzione aveva chiuso iniziano lentamente a riaprirsi, specie con la convocazione del Sinodo, che i movimenti riformatori accolgono con entusiasmo, rinvenendovi uno spazio inedito di discussione intraecclesiale in cui poter portare le proprie istanze, e in cui si coinvolgono con impegno, a volte anche proponendo la propria partecipazione là dove non era richiesta. In effetti l’assenza di argomenti di cui sia a priori vietato parlare, la dichiarata volontà di coinvolgere in particolare quanti sono o si sentono emarginati, la prospettiva di una Chiesa che non esclude, ma cammina e decide insieme fanno sì che i tradizionali temi della riforma emergano tutti.
Durante il Sinodo, questi movimenti organizzano incontri localmente e a Roma; inviano documenti alla Segreteria del Sinodo, cercano un confronto con alcuni/e sinodali. D’altro canto confermano i propri pregi e le proprie debolezze, quel mix di grande generosità (si tratta di realtà basate quasi esclusivamente su volontariato e autofinanziamento), pochi mezzi e difficoltà a disegnare strategie puntuali e incisive.
E in una certa misura escono da questo cammino anch’essi più maturi. Non hanno certo rinunciato alle proprie rivendicazioni, che anzi hanno visto venire non solo riconosciute come legittime, ma spesso occupare il centro del dibattito. Tuttavia hanno accresciuto la propria consapevolezza della complessità della Chiesa cattolica (constatano che attorno alle istanze riformatrici esistono posizioni diversificate, in parte riconducibili ad ambiti territoriali, in parte attraversanti questi stessi spazi) e soprattutto la comprensione della pluralità di situazioni, contesti ed esigenze pastorali.
Grazie al Sinodo, infatti, essi hanno potuto:
1) ricollocare la “lista” delle riforme, emersa nel post-Concilio in forma spesso frammentaria e giustapposta, in una visione ecclesiologica nuova e capace di ricondurle a un disegno unitario e coerente;
2) superare un’idea universalistica delle riforme, da applicare ovunque e contemporaneamente con un movimento dal centro alla periferia (per decisione del papa o di un Concilio universale) a favore di una visione in cui culture e urgenze pastorali differenti esigono cambiamenti non uniformi e appare più plausibile introdurre mutamenti in contesti singolari.
Ciò ha permesso di superare la delusione del non vedere presenti nel Documento finale gli specifici cambiamenti auspicati (per es. l’apertura dei ministeri alle donne), riconoscendo i passi compiuti nella creazione di condizioni di spiritualità, mentalità e strutture per poterli affrontare nel quadro di una Chiesa "unita nella diversità".
Tutto ciò apre maggiori possibilità all’influenza dei movimenti riformatori, ma sembra chiedere loro un’azione più puntuale, esigendo di
1) consolidare il legame dei diversi movimenti tra loro; se, infatti, convergere su campagne o iniziative garantisce maggiore visibilità, condividere analisi della congiuntura ecclesiale e strategie d’azione capaci di tener conto delle dinamiche istituzionali dovrebbe accrescere l’incisività delle proprie attività;
2) rendere meno episodica la “alleanza” con i/le teologi/ghe progressisti/e oggi tornati negli ambiti istituzionali, anche per dotarsi di una riflessione adeguata su questioni ecclesiologiche come il fondamento teologico e le competenze delle Conferenze episcopali e delle assemblee ecclesiali, nonché i loro rapporti con la Chiesa di Roma e il papa, ecc., in modo da poter formulare proposte che mirino a garantire che la sinodalità costituisca davvero una forma più avanzata ed "ecclesiale" della democrazia (e a facilitare le riforme);
3) rafforzare la capacità di formulare proposte solide e fondate sul piano storico-teologico, ma pure mirate alla possibilità di una loro adozione differenziata in termini di luogo e tempistica (per es., per l’apertura del diaconato alle donne seguendo il cammino già intrapreso per quello maschile in LG 29: una reintroduzione affermata come principio generale, lasciando alle Chiese locali la decisione di darvi seguito), anche partendo dagli spazi consentiti dal diritto canonico vigente (ad esempio, nella possibilità che uno o più vescovi chiedano a Roma di poter ordinare prete un uomo sposato sulla base di una dispensa dall'obbligo del celibato per garantire i sacramenti nelle comunità lontane – "giusta e ragionevole causa" – prevista dai canoni 85-90).
Mauro Castagnaro è del Coordinamento nazionale di Noi siamo Chiesa. Giornalista e saggista, esperto di economia, Chiesa, società e politica dell'America Latina. Collabora con diverse riviste, tra le quali Il Regno, Jesus, Mosaico di pace, Missione Oggi e Adista.
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