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Cammino sinodale e donne: siamo appagate? No!

Cammino sinodale e donne: siamo appagate? No!

Tratto da: Adista Documenti n° 30 del 06/09/2025

«In forza del Battesimo, uomini e donne godono di pari dignitànel Popolo di Dio. Eppure, le donne continuano a trovare ostacoli nell’ottenere un riconoscimento più pieno dei loro carismi, della loro vocazione e del loro posto nei diversi ambiti della vita della Chiesa, a scapito del servizio alla comune missione» (documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, n. 60).

Come donne, dalle diverse parti del mondo, abbiamo partecipato attivamente al processo sinodale, anche nei contesti dove era esplicito il dissenso del Vescovo locale o del parroco. Vescovi e parroci erano coloro che avrebbero dovuto avviare i gruppi sinodali nelle diocesi e nelle parrocchie ma, per varie ragioni non lo hanno fatto ovunque.

Ho ascoltato storie di donne che si sono incontrate di nascosto o nelle case private per poter inviare il proprio contributo alla Segreteria del Sinodo, alcune si sono fatte “facilitatrici” di circoli informali, affinché tutte potessero prendere la parola e far sentire la propria voce di donne. Alcune di queste si sono sentite ascoltate per la prima volta.

Siamo appagate dai frutti di questo cammino sinodale? Provocatoriamente nel titolo scrivo “no”. Rispondo in questo modo, consapevole però che non è una percezione condivisa da tutte. Noi donne non siamo una categoria speciale, come spesso ci hanno fatto sentire nella nostra Chiesa; come non siamo un blocco unico che desidera le stesse riforme ecclesiali e condivide gli stessi desideri.

Ci sono temi che, per alcune, sono importanti e urgenti, come l’accesso ai ministeri ordinati, e per altre non rappresentano priorità o sono contrari alla propria visione di Chiesa.

Probabilmente rappresento una minoranza di donne che auspica una partecipazione ecclesiale piena e non condizionata dal sesso di appartenenza, volendo le stesse opportunità come donne, uomini e altri generi nell’accesso ai luoghi decisionali. La possibilità di accedere al diaconato, presbiterato e vescovato non deve significare un obbligo per tutte le donne: è un’opportunità che si apre per chi sente maturare in sé questa chiamata (vocazione) che può mettere al servizio di tutta la comunità con le sue sfumature, peculiarità e differenze. Credo che, mai come ora, le società e le Chiese abbiano bisogno di uno sguardo complesso e articolato che solo la molteplicità dei doni e dei talenti può garantire. La diversità dei generi rientra in questa differenza generativa.

Spazi pubblici per le donne nella Chiesa

Alcune società hanno saputo superare le barriere di genere negli ambiti culturali, sociali, politici ed economici. Perché la Chiesa ha timore di riconoscere che, anche al suo interno, le donne possono occupare posizioni decisionali e di governo?

Perché continuiamo a giustificare e a dare tempo e spazio alla riserva maschile a questa riforma che una parte delle donne auspica? In questi anni ci siamo rese conto che ci sono molti uomini, laici e ordinati, che si definiscono femministi. Per questo credo fermamente che “donne e Chiesa” sia una questione ecclesiale e non solo femminile. L’inclusione delle donne e delle persone che vivono situazioni “particolari” è una sfida che riguarda tutte e tutti. Di una Chiesa aperta e accogliente possiamo avvantaggiarci tutte e tutti, anche chi gode di privilegi dentro un sistema declinato al maschile.

Quando non ci si sente figlie a pieno titolo della comunità ecclesiale può accadere che si scelga di lasciare la Chiesa e vivere la fede in modo personale. Ci si può sentire vulnerabili senza una comunità di riferimento e un cammino di fede condiviso. Questo lo vivo in prima persona.

Nel cammino sinodale, più volte, formalmente e informalmente, ci siamo sentite sballottate fra un passo avanti e due indietro: una frase di apertura del vescovo di turno e una dichiarazione del papa che chiudeva ogni possibilità di dialogo. I tempi non sono maturi per il diaconato: non sono maturi per chi? Quali paure nascondono queste resistenze? Chi e cosa dobbiamo aspettare? Il consenso di tutte e tutti? Se i tempi non sono maturi, vuol dire che abbiamo solo bisogno di creare condizioni per un dialogo aperto e franco; oppure, l’ordinazione è un tema che la Chiesa non ha l’autorità di cambiare? E se non ha questa autorità, perché si riconosce quella di mantenere una struttura che non risponde ai segni dei tempi? A cosa è funzionale questa cecità?

La questione maschile

Nel linguaggio dei documenti sinodali delle diverse fasi si sente l’eco di una visione delle donne e, oggi anche delle comunità Lgbtqia+, come questione/categoria a sè stante. Sarà il tempo opportuno (Kairos) per nominare, invece, una questione maschile? Possiamo affermare che esiste una questione maschile nella Chiesa cattolica?

Queste domande dicono quale Chiesa vogliamo essere e rappresentare: una Chiesa fondata su timori, chiusure, distinguo morali? O una Chiesa che celebra tutti, figli e figlie, che accoglie e aiuta a nutrire una relazione col mistero?

La questione maschile esiste per almeno due ragioni. La prima: nel sistema patriarcale, anche gli uomini possono vivere disagio, solitudine e sovraccarico di responsabilità; senso di inadeguatezza davanti alle sfide e difficoltà a integrare la propria affettività dentro un sistema che fa delle emozioni e della sessualità un tabù. Anche nella Chiesa dagli uomini ci si aspettano prestazioni e risposte legate, in modo pregiudiziale, al proprio genere. Un sistema patriarcale è escludente e ingiusto: questo genera in chi si sente esclusa/o sentimenti di rabbia, di rivalsa o di rigidità e polarizzazioni.

La seconda ragione è che gli uomini parlano di donne, ma mai di loro stessi. Come vivono la propria mascolinità dentro questo contesto patriarcale? Come vivono la posizione di potere? Come integrano il privilegio dentro una visione evangelica?

Auspico che, come noi donne spesso facciamo, anche gli uomini imparino a condividere le proprie paure, fragilità e difficoltà: questo aprirebbe a una maggiore empatia verso chi il potere e il privilegio lo subisce.

Quando il potere ce l’ha un uomo, ci ricordano che è servizio; quando lo reclama una donna, ci dicono che non dobbiamo clericalizzare i ruoli. Non comprendo la connessione logica tra i due temi: chi ha potere è per forza clericale? Cosa intendiamo per potere? Declericalizziamo la Chiesa e apriamo gli spazi decisionali anche alle donne: forse i due movimenti si potrebbero rafforzare reciprocamente.

Chiesa smaschilizzata? Forse

Riconosciamo i passi compiuti da papa Francesco: è stato un crescendo di novità e aperture. Mi riferisco ai sinodi sulla Famiglia e sui Giovani, che hanno visto la partecipazione di donne e uomini laici, seppur senza l’opzione del voto. Nelle assemblee sulla sinodalità, il numero delle donne è aumentato ed è stato riconosciuto anche il diritto di voto. Inoltre, l’apertura del lettorato e accolitato e la nomina di tante donne, laiche e consacrate, in luoghi chiave del governo della Curia romana.

Ma… è questo che vogliamo? Dei “contentini”, senza che si metta in discussione il processo e l’autorità per arrivare a questi cambiamenti? Non vogliamo eccezioni e favori, ma una riforma che renda questi passi normali e non decisioni volontariste di chi ha il potere. Perché questo è un modo ancora più patriarcale di gestire la Chiesa, che non si basa sul diritto ma sulla concessione: il potere resta nelle mani di pochi, o di uno solo (il papa), e tutto dipende dalla sua personale disposizione. Chiediamo una riforma che includa un percorso trasparente di nomine, accesso delle donne ai ministeri e revisione del Diritto Canonico.

Verso il futuro

Molte di noi non si aspettavano nulla dal cammino sinodale: ciniche? Forse. Chi aveva delle aspettative è rimasta delusa. Ora, come donne femministe, ci domandiamo: quali passi è necessario intraprendere per non perdere ciò che abbiamo costruito? Quale strategia per far maturare i tempi e smascherare riserve e paure? Come continuare a decostruire il patriarcato, il sessismo e l’abuso di potere?

Noi femministe abbiamo bisogno di lasciare andare alcune resistenze pregiudiziali tra chi sostiene il femminismo intersezionale e chi invece si sente più connessa con il femminismo della differenza: è necessario lavorare in rete, senza eludere le diversità, in una dinamica di ascolto e rispetto delle storie, biografie e narrazioni di ciascuna.

Non so francamente quanto Leone XIV sarà sensibile a queste istanze, e quanto sia giusto aspettarsi che muova dei passi. Il cambiamento non verrà da chi vive il privilegio che gli deriva dallo status quo: la spinta può arrivare da chi, in alto e in basso, sente l’inquitetudine per qualcosa che manca, che non è completo. Al banchetto, ora come ora, non ci siamo tutte e tutti. 

Patrizia Morgante è presidente di “Donne per la Chiesa”. Esperta di comunicazione e formazione. Scrive su diverse riviste di vita religiosa femminile, spiritualità, questioni di genere, metodologia sinodale.

 

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