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Da Martini a Francesco: il Sinodo, intuizione illuminante

Da Martini a Francesco: il Sinodo, intuizione illuminante

Tratto da: Adista Documenti n° 30 del 06/09/2025

Era il 7 ottobre 1999 e il card. Carlo Maria Martini, durante il Sinodo dei vescovi per l’Europa, ha parlato dei suoi sogni. Tra questi, quello che ha destato più scalpore è stato l’ultimo: «Un terzo sogno è che il ritorno festoso dei discepoli di Emmaus a Gerusalemme per incontrare gli apostoli divenga stimolo per ripetere ogni tanto, nel corso del secolo che si apre, un'esperienza di confronto universale tra i Vescovi che valga a sciogliere qualcuno di quei nodi disciplinari e dottrinali che forse sono stati evocati poco in questi giorni, ma che riappaiono periodicamente come punti caldi sul cammino delle Chiese europee e non solo europee. (...). Penso ad alcuni temi riguardanti la posizione della donna nella società e nella Chiesa, la partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali, la sessualità, la disciplina del matrimonio, la prassi penitenziale, i rapporti con le Chiese sorelle dell'Ortodossia e più in generale il bisogno di ravvivare la speranza ecumenica, penso al rapporto tra democrazia e valori e tra leggi civili e legge morale. Non pochi di questi temi sono già emersi in Sinodi precedenti, sia generali che speciali, ed è importante trovare luoghi e strumenti adatti per un loro attento esame. Non sono certamente strumenti validi per questo né le indagini sociologiche né le raccolte di firme. Né gruppi di pressione. Ma forse neppure un Sinodo potrebbe essere sufficiente. Alcuni di questi nodi necessitano probabilmente di uno strumento collegiale più universale e autorevole, dove essi possano essere affrontati con libertà, nel pieno esercizio della collegialità episcopale, in ascolto dello Spirito e guardando al bene comune della Chiesa e dell'umanità intera. Siamo, cioè, indotti a interrogarci se, quaranta anni dopo l'indizione del Vaticano II, non stia a poco a poco maturando, per il prossimo decennio, la coscienza dell'utilità e quasi della necessità di un confronto collegiale e autorevole tra tutti i vescovi su alcuni temi nodali emersi in questo quarantennio. V'è in più la sensazione che sarebbe bello e utile (...) ripetere quell'esperienza di comunione, di collegialità e di Spirito Santo che i loro predecessori hanno compiuto nel Vaticano II e che ormai non è più memoria viva, se non per pochi testimoni».

«Il cardinal Martini chiede la convocazione del Concilio Vaticano III», titolarono molti giornali, e le reazioni all’interno della gerarchia furono più di indifferenza che di fastidio. Il terzo sogno del card. Martini, durante il pontificato di Giovanni Paolo II, era destinato a restare nel cassetto.

Quando papa Francesco ha deciso di convocare, prima del Sinodo ordinario sulla famiglia del 2015, un Sinodo straordinario che, un anno prima, aveva il compito di affrontare lo stesso tema, io ho subito pensato al sogno di Martini, perché di fatto anche se con una rappresentatività minore, un’assemblea sinodale che affronta in due tappe lo stesso tema richiama molto quell’«esperienza di confronto universale» di cui aveva parlato.

Il fatto poi che lo stesso papa Francesco avesse deciso di far precedere le assemblee da un momento in cui ciascuno era invitato a diventare parte attiva del percorso sinodale con la compilazione dei questionari che erano stati preparati mi ha confermato in questa mia opinione e, come tantissime altre persone, ho partecipato con entusiasmo.

La cronaca dei Sinodi che si sono succeduti a partire dal 2014 ha messo però in evidenza le difficoltà che incontra qualunque tentativo di rispondere, da parte del Magistero, alle domande che emergono da parte del Popolo di Dio. Lo “scisma sommerso” di cui parlava Pietro Prini alla fine degli anni Novanta bloccava qualunque tentativo di cambiamento, imponendo allo stesso papa dei limiti.

Quando, con l’esortazione apostolica Amoris Laetitia, ha fatto proprie alcune indicazioni del percorso sinodale sulla famiglia, le contestazioni non si sono fatte attendere e hanno reso molto difficile una loro applicazione diffusa anche perché, a dire il vero, queste indicazioni erano già il frutto di una mediazione che era avvenuta dopo che parecchi padri sinodali avevano contestato la Relatio post disceptationem con cui nel 2014 si dava voce alle indicazioni dei fedeli.

Il caso più dirompente, però, è stato con il Sinodo straordinario sull’Amazzonia. In questo caso i vescovi, di fronte alle necessità delle loro diocesi, avevano ripreso alcuni temi che il cardinal Martini aveva indicato, con una visione senz’altro profetica, nel suo discorso di vent’anni prima quando aveva parlato della «carenza (…) di ministri ordinati», delle difficoltà nel provvedere «un sufficiente numero di ministri del Vangelo e dell'Eucarestia», della posizione della donna e della «partecipazione dei laici ad alcune responsabilità ministeriali» e, su questi temi, avevano fatto delle proposte precise che andavano nella direzione di avere un clero uxorato.

Il fuoco di sbarramento è stato imponente: cardinali di curia hanno pubblicato libri in cui sostengono erroneamente che il celibato è un elemento senza il quale il ministero presbiterale non ha senso. Lo stesso papa emerito, con un cambiamento di opinione sorprendente, visto che durante il suo pontificato aveva accolto dei presbiteri sposati, si è prestato a questa operazione, accettando di comparire come autore di un testo contrario a qualunque ipotesi di cambiamento. Le raccolte di firme e le interviste di teologi conservatori e di prelati più o meno importanti non si contano e, alla fine, lo stesso papa Francesco, che fino ad allora, nelle sue esortazioni apostoliche, aveva ripreso le conclusioni dei Sinodi che si erano svolti durante il suo pontificato, ha attenuato non poco le conclusioni del Sinodo dei vescovi della regione panamazzonica.

Era ormai chiaro che il Sinodo come strumento per aggiornare la Chiesa incontrava crescenti difficoltà, che occorreva una riflessione sulla Sinodalità nella Chiesa che avesse una struttura articolata e che fosse in grado di coprire un confronto che si preannunciava articolato e ricco di spunti. Per la prima volta, nella storia della Chiesa contemporanea, si è pensato a un Sinodo articolato in due sessioni; per la prima volta si è chiesto a quanti hanno a cuore il bene della Chiesa di impegnarsi a riflettere e dare un loro contributo per un periodo di tre anni; per la prima volta ci si impegnava a vivere un’esperienza di ascolto reciproco capace di rendere manifesto un elemento essenziale della Chiesa cattolica, ovvero la sua “pretesa” di parlare a tutte le persone; per la prima volta durante le sessioni del Sinodo ci si è seduti intorno a tanti tavoli e ci si è ascoltati; per la prima volta l’esigenza era quella di raccontarsi per crescere insieme e non quella di giudicarsi a vicenda mettendo in dubbio l’autenticità dell’esperienza di fede di chi la pensa diversamente.

Anche in questo caso la proposta era troppo importante per non essere colta con serietà da chi, come me, vive in una situazione di marginalità all’interno della Chiesa: con tante altre persone attente al vissuto di chi vive con fatica la sua appartenenza ecclesiale abbiamo iniziato a trovarci e a riflettere insieme. Abbiamo scoperto che, partendo da periferie esistenziali differenti ci si poteva comunque incontrare per chiedere alla Chiesa di capire finalmente che la pretesa di essere “maestra di umanità” passa dalla scelta di essere luogo in cui si assumono e si abitano «le tante esperienze in cui si esprime l’umanità».

Non è un caso se, proprio durante il percorso sinodale, hanno iniziato a emergere discorsi in cui si fa strada l’esigenza di operare affinché nessuno si senta escluso, sbagliato, estraneo alla chiamata di Dio.

Qualcuno è rimasto deluso perché, sui singoli temi, il percorso sinodale non ha detto molto. Io personalmente credo che sia invece molto importante il riconoscimento – che c’è stato – dell’importanza della sinodalità, cioè di “perdere tempo” per incontrarsi, ascoltarsi, dialogare e invocare insieme lo Spirito.

Un segnale di questo clima “diverso” che mi pare di cogliere c’è stato, secondo me, con la conclusione del Cammino sinodale della Chiesa in Italia che si è svolto parallelamente al cammino che la Chiesa universale stava facendo per la sua sedicesima assemblea sinodale: i tempi erano fissati, il dibattito svolto, la commissione incaricata di preparare il documento finale aveva smussato, tagliato e rimosso tutti gli elementi che potevano creare fratture. Tutto era pronto per chiudere i lavori nella primavera del 2025.

Lo spirito che è nato dalla consapevolezza di dover sempre e comunque essere una Chiesa sinodale ha però spinto i responsabili dell’assemblea a prendere altro tempo e a continuare un percorso già eccezionalmente lungo per arrivare finalmente a dire qualcosa di nuovo e di significativo.

Personalmente credo che questa sia una buona premessa per capire come una Chiesa che vuole davvero vivere il Vangelo debba muoversi per abbracciare il popolo di Dio che è sempre e comunque cammina insieme.

Gianni Geraci è fondatore dell’Associazione Il Guado di Milano e socio de “La Tenda di Gionata”, è uno storico attivista cattolico dei diritti della comunità LGBT. Ha curato articoli e saggi su fede e omosessualità.

*Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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