Laudato si’. Patriarcato e ambiente
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 4 del 31/01/2026
C’è un tema su cui l’enciclica Laudato si’ è mancante, ed è nel parlare delle donne come soggetto di una trasformazione ambientale sostenibile e anche come vittime prime dell’ingiustizia climatica. Da un punto di vista teologico certamente la sottolineatura dell’interconnessione di tutti gli esseri viventi fa eco alle teologie ecofemministe. A cominciare da Rosemary Radford Ruether per venire a Elizabeth Johnson (non dei nomi di poco conto nel panorama teologico contemporaneo) è stata posta la categoria dell’interconnessione come base per la riflessione teologica femminista sulla giustizia climatica1. L’enciclica non sfrutta questo prezioso capitale di elaborazione, ma si muove in quella direzione. In questo modo permette di concatenare riflessioni successive sullo stesso piano.
È però tipico del patriarcato ignorare le autrici del pensiero e usare il loro materiale senza riconoscerne l’autorialità, e dispiace che questa dinamica sia stata messa in atto anche questa volta.
“Petromascolinità” è il termine che oggi mi pare definire meglio l’economia predatoria in cui viviamo.
«La petro-mascolinità è l’espressione più violenta del desiderio di potere e dello stile di vita garantito dal sistema fondato sui combustibili fossili… Gli ostacoli all’azione sul clima sono di natura identitaria, oltre che economica, ideologica e politica»2.
Alcune analiste e studiose hanno sottolineato il legame tra identità maschile, estrazione e consumo di petrolio, e suprematismo bianco. È l’ultima conseguenza di quell’atteggiamento inaugurato da Hobbes all’alba dell’era industriale basata sull’estrazione, che ha reso la Terra un oggetto “femminile” da spoliare e sfruttare, togliendole ogni carattere da soggetto vivente3.
In particolare Cara Dagget, autrice e ricercatrice presso il dipartimento di scienze politiche dell’università della Virginia, evidenzia come il negazionismo climatico e l’attaccamento a una politica predatoria ed estrattiva siano la rivendicazione di una identità maschile dominante e occidentale. L’ambientalismo viene visto come espressione del femminile, dunque reso inferiore perché mostra la fragilità e la dipendenza del nostro essere creature in connessione con le altre. Non a caso anche l’ambientalismo indigeno viene dipinto come espressione di debolezza, di uno stile di vita che non esprime controllo sull’ambiente. Si rimarca così il carattere subordinato e femminile delle popolazioni native.
Proprio il tema dell’interdipendenza e della interconnessione sono invece il fondamento di un pensiero ecofemminista, anche in teologia. Si prospettano quindi qui due vie divergenti: la via del dominio e quella della dipendenza. Nella seconda prospettiva, la dipendenza dà origine alla vita e la sostiene, una vita che non è mai autosufficiente e non sta neppure all’apice di una piramide, ma si situa nel sistema di scambio materiale che permette agli esseri e ai paesaggi di esistere. Ossigeno, proteine, il ciclo della clorofilla, la luce del sole, l’acqua degli oceani e le riserve d’acqua sotterranee: tutto questo e tanto altro, compresa la vita con gli animali, fa parte di questa ecodipendenza essenziale alla vita. Fa scaturire un senso di gioia e di riconoscenza per tutto quanto esiste ed è creato. Donna Haraway e Rosi Braidotti sviluppano tale pensiero in direzione di una co-appartenenza che significa parentela, legame, mescolamento delle vite, in una prospettiva biocentrica che si sforza di uscire dall’antropocentrismo dominante.
In questa visione si è trasformata anche la comprensione che abbiamo del divino, non più inteso come origine del mondo e poi ad esso esterno come osservatore e giudice che interverrà solo alla fine per salvare o condannare questa umanità. La presenza divina, rappresentata per esempio dalla figura della Sapienza, fa festa e accompagna l’umanità, fino a mescolarsi al pianeta come corpo materiale. Sallie McFague in particolare ha proposto la metafora teologica del mondo come corpo di Dio, che viene ferito dallo sfruttamento feroce delle risorse e degli schiavi che lavorano nelle miniere di coltan e altre terre rare; un corpo che viene colpito dal peccato di distruzione della foresta amazzonica; un corpo che soffre per gli incendi estesi di foreste secolari e per la scomparsa dei ghiacciai. Al tempo stesso questa traduzione immediata del senso di peccato nel contesto ambientale si accompagna a un operare divino nella trasformazione in corso. Un po’ come nell’ipotesi Gaia di Lovelock e Margulis, la Terra reagisce ai cambiamenti e, su una scala certamente più lunga della vita umana, trasforma e riconnette l’ambiente: qui avanza il deserto, lì delle terre sono sommerse e altre vengono restituite alla vegetazione.
Questa Sapienza divina all’opera nel mondo offre una possibile speranza nella trasformazione del mondo come lo conosciamo in qualcosa di nuovo e ancora abitabile.
Tuttavia questo non avviene senza sofferenze umane e animali, spostamenti di popolazioni diventate profughi climatici, ingiustizia che ancora una volta pesa sulla vita delle donne. Due volte vittime, come persone povere e a causa delle limitate possibilità offerte dalle società patriarcali al loro genere. Due volte capaci di assumere con coraggio le trasformazioni necessarie, anche grazie al legame con le persone che a loro si affidano: le creature piccole e quelle anziane, le persone disabili e tutti e tutte coloro che da sole non ce la possono fare.
Il patriarcato è portatore di una profonda ingiustizia di genere che si manifesta anche in campo ambientale. È un sistema di potere che vuole mantenere ai maschi dominanti i dividendi di privilegio e dominio. Contrasta fortemente con l’idea espressa anche nell’enciclica Laudato si’ che l’essere umano sia parte del giardino creato da Dio e interagisca con esso non come un padrone ma come chi gode dei suoi frutti e lavora in relazione con alberi e animali per sostenere la vita. L’impostazione radicalmente non antropocentrica dell’enciclica viene rafforzata dalla critica espressa dalle teologie ecofemministe nei confronti dell’androcentrismo predatorio. Le teologie ecofemministe offrono una speranza parlando della dinamica di trasformazione sostenuta dalla Sapienza divina: il futuro è radicato nella consapevolezza presente di una interconnessione di tutto il vivente. Ricevere il creato e i corpi come dono apre alla possibilità di una resistenza al male. La relazione di uno scambio continuo di vita ci fa essere come gocce nel mare, individuate e al tempo stesso mescolate all’ambiente da cui tutto riceviamo e a cui apparteniamo profondamente. Note 1. CIPAX, Ambiente è spiritualità, Icone ed. 2024. 2. S. Levantesi, “Il sistema patriarcale che difende i combustibili fossili”, Internazionale 19.4.2022. 3. C. Marchant, La morte della natura, Garzanti 1988.
Letizia Tomassone è pastora della Chiesa valdese dal 1984, attualmente presso la chiesa valdese di Firenze
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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