Il comitato “SI alle rinnovabili, NO al nucleare” rilancia la mobilitazione
Tratto da: Adista Notizie n° 9 del 07/03/2026
42541 ROMA-ADISTA. In un incontro online di ieri pomeriggio, del 24 febbraio, Vittorio Bardi e Alfiero Grandi della Presidenza del “Comitato SI alle rinnovabili NO al nucleare” hanno presentato il nuovo sito dell’associazione (rinnovabilisinucleareno.it), la quale si pone oggi, come obiettivo principale, il contrasto alla proposta di legge attualmente in dibattito alla Camera, voluta dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e dal ministro dell’ambiente Gilberto Pichetto Fratin, che punta alla rilancio del nucleare civile nel nostro Paese, in barba al secco “no” popolare espresso nei due referendum del 1987 e del 2011. Così spiega una nota dell’associazione precedente all’incontro online: «L’associazione contrasterà questo disegno restauratore del governo con tutte le possibilità democratiche a disposizione, per questo il sito verrà dedicato a denunciare le scelte del governo, a sensibilizzare l’opinione pubblica, a chiedere a tutti i parlamentari, deputati e senatori, di respingere la proposta del governo anzitutto perché incostituzionale poi perché nel merito è sbagliata e controproducente».
L’azione di retroguardia del governo risulta pesantemente anacronistica perché rilancia il nucleare civile proprio nel momento in cui dovrebbe puntare tutto sulle rinnovabili, energie sulle quali però «si registra un ritardo che sta peggiorando il mix energetico italiano».
Il governo cerca di far passare il nucleare come «energia rinnovabile», in linea con l’Unione Europea, che nel 2022 ha ceduto alle pressione delle lobby, inserendo il nucleare civile nella Tassonomia verde europea, il regolamento comunitario che indirizza i finanziamenti verso le attività “green” nel continente. In realtà, spiega l’invito alla presentazione online del sito, «il nucleare non è energia rinnovabile»; per di più, «aggraverebbe la condizione di subalternità e dipendenza dall’estero dell'Italia, come è già avvenuto prima con il petrolio e poi con il gas» e «aggraverebbe la situazione irrisolta del mancato smaltimento delle scorie nucleari».
Insieme al comunicato stampa relativo alla pubblicazione del sito web, l’associazione ha diffuso anche l’intervento integrale di Maria Agostina Cabiddu (costituzionalista, docente del Politecnico di Milano, esperta di diritto dell’ambiente, energie rinnovabili e comunità energetiche), pronunciato il 3 febbraio in audizione di fronte alle Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera nell’ambito dell’esame dei due dispositivi chiave per il rilancio dell’atomo in Italia (il Disegno di Legge 2669 recante «Delega al Governo in materia di energia nucleare sostenibile» e la Proposta di Legge 1742 recante «Disposizioni per l'adozione di una strategia nazionale di sviluppo delle tecnologie nucleari di nuova generazione»). In Audizione la professoressa, dati alla mano, ha sottolineato i rischi e i costi dell’energia nucleare prodotta da fissione e ha poi approfondito gli aspetti di incostituzionalità di una decisione governativa che scavalca la volontà popolare espressa nei due referendum del 1987 e del 2011 (estratto e integrale dell’intervento sul sito rinnovabilisinucleareno.it).
Segnali inquietanti
Intanto, anche in Italia sta circolando in questi giorni una notizia piuttosto inquietante: il 23 febbraio scorso, i ricercatori della Harvard T.H. Chan School of Public Health – la scuola professionale della prestigiosa università di Harvard, dal 1913 dedita agli studi sulla salute pubblica – hanno pubblicato uno studio (urly.it/31d_1z) che indaga la correlazione tra prossimità abitativa alle centrali nucleari e mortalità per tumori. Secondo lo studio, «le contee degli Stati Uniti situate in prossimità di centrali nucleari (NPP) operative presentano tassi di mortalità per cancro più elevati rispetto a quelle situate più lontano».
Per condurre questo primo grande studio del XXI Secolo sulla materia, i ricercatori hanno incrociato diversi dati: i codici postali per definire la distanza dalle centrali e l’impatto cumulativo di tutte le centrali vicine (considerate anche quelle canadesi), le date di operatività delle centrali, le informazioni sulla mortalità per cancro fornite per ogni contea dai Centers for Disease Control and Prevention, fattori ambientali, sociali, demografici e sanitari (per esempio età, stili di vita, obesità, fumo, vicinanza a strutture sanitarie, inquinamento atmosferico, ecc).
Secondo la Scuola di salute pubblica di Harvard, si legge sul suo sito, dall’indagine risulta che «circa 115.000 decessi per cancro negli Stati Uniti (ovvero circa 6.400 decessi all'anno) siano attribuibili alla vicinanza alle centrali», con una più forte correlazione tra adulti e anziani.
Secondo i ricercatori, i quali non si ritengono ancora nella posizione di stabilire un nesso di causalità certo, l’incidenza dei tumori in relazione alla vicinanza abitativa con le NPP è un tema non sufficientemente indagato a livello internazionale, e questo rappresenta un problema soprattutto nel momento in cui quella atomica è promossa da molti governi come “energia pulita”, e rilanciata come panacea nel superamento delle fonti fossili e nella transizione energetica.
Lo conferma l'autore senior dell’indagine, Petros Koutrakis (docente di Environmental Health and Human Habitation): «Il nostro studio suggerisce che vivere vicino a una centrale nucleare possa comportare un rischio di cancro misurabile, che diminuisce con la distanza. Raccomandiamo lo svolgimento di ulteriori studi che affrontino la questione delle centrali nucleari e degli impatti sulla salute, in particolare in un momento in cui l'energia nucleare viene promossa come una soluzione pulita al cambiamento climatico».
*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza
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