Per il verso giusto. Lussureggianti rose
Tratto da: Adista Segni Nuovi n° 12 del 28/03/2026
Ma il giorno che ci apersero i cancelli, che potemmo toccarle come le mani quelle rose stupende, che potemmo inebriarci del loro destino di fiori. Divine, lussureggianti rose! Non avrei potuto scrivere in quel momento nulla che riguardasse i fiori perché io stessa ero diventata un fiore, io stessa avevo un gambo e una linfa.
Alda Merini
Il carcere di Montorio, a Verona, ospita più di seicento detenuti, il doppio della capienza prevista. Ogni tanto un suicidio abbassa, nel modo più tragico, quel numero: è la misura della disperazione.
La sezione femminile è molto più piccola: una cinquantina di donne. C’è qualche colore in più, qualche segno di bellezza appeso ai muri. Eppure il carcere delle donne sembra, se possibile, ancora più crudele: una camicia di forza che comprime l’energia vitale, la potenza generatrice.
Sono stato chiamato a parlare di Alda Merini.
Apro l’incontro con un brano da L’altra verità. Diario di una diversa.
Nella sala scende un silenzio denso.
Ci sono una trentina di donne, alcune insegnanti della scuola interna al carcere, qualche volontaria. Ci sono fogli, libri, mani nude. E un neon che non perdona. Qui la Merini non è un’icona: è una donna che ha conosciuto cancelli, divieti, fame d’amore – e li ha raccontati senza addolcirli.
Ho frequentato Alda per dieci anni, l’ho ascoltata quasi ogni giorno. Ma resto sullo sfondo: a parlare devono essere queste voci.
Una detenuta dice: «Le donne come noi sopravvivono alla cenere». Un’altra: «Di noi si pensa che siamo solo pericolose; il nostro ruggito è un suono che vuole farsi sentire perché sa di essere parte dell’universo».
Si commuovono, ridono.
Alda Merini le ha autorizzate a nominare il corpo – la fame, il desiderio, una maternità spesso braccata – senza chiedere scusa.
Qui sta il punto politico: Alda ha liberato anche le donne bibliche dal carcere del dogma e della morale borghese. Maria, che grida nella sua carne di madre che il figlio è vivo, liberato dalla tomba. Maria Maddalena, che canta senza censura il proprio amore. Veronica, che lo attende oltre le sbarre per asciugargli il volto. A tutte restituisce il gesto, il toccare, il seguire fino alla fine. Ridà alla tenerezza il suo rischio.
Nell’incontro accade lo stesso: misticismo e sensualità stanno sulla stessa riga. E così deve essere.
Alda Merini diceva di Gesù: «Era donna nel cuore». Non è dottrina: è esperienza di una compassione che si fa carne e non calcola.
Il carcere è un manicomio progettato per punire, non per educare: orari che tolgono il respiro, desideri e sessualità negati, figli lontani. Le biografie si riducono a reati; la Merini le restituisce alla loro dimensione di storie. Come lei con il manicomio, anche qui servirebbe una rivoluzione alla Basaglia: aprire, smontare la logica punitiva, riabilitare, riconoscere cittadinanza. Non “salvare con la poesia”, ma creare feritoie in cui la pena non cancelli la parola.
Le donne sentono che Alda parla a loro, recluse. Che ogni notte è anche la loro: «Ecco, sto qui in ginocchio / aspettando che un angelo mi sfiori / leggermente con grazia, / e intanto accarezzo i miei piedi pallidi / con le dita vogliose d’amore» (La Terra Santa).
Se ne vanno senza applausi. Le guardie chiudono.
Resta la poesia. Libera, anche in prigione.
Non è redenzione: è politica minima e concreta – tenere aperta una fessura oltre i cancelli, oltre le chiavi pesanti che chiudono il mondo.
Non serve portare mazzi di rose in carcere.
Solo oltre quei cancelli, un giorno, queste donne potranno davvero toccarle, quelle rose. Avere un gambo, una linfa.
Ritornare, finalmente, fiore.
*In foto, Alda Merini e Marco Campedelli
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