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“Che fine ha fatto il Board of Peace?”: analisi (impietosa) a tre mesi dal lancio

“Che fine ha fatto il Board of Peace?”: analisi (impietosa) a tre mesi dal lancio

“Che fine ha fatto il Board of Peace?”: così titola un approfondimento della community italiana della cooperazione internazionale e della sostenibilità, Info Cooperazione, pubblicato il 27 aprile a tre mesi dall’istituzione in pompa magna (22 aprile scorso) dell’organismo voluto da Donald Trump per stabilizzare e ricostruire la Striscia di Gaza devastata da Israele. Afferma Info Cooperazione che, a tre mesi di distanza, il Board «si trova già in una situazione di profonda difficoltà. I fondi promessi non arrivano, i negoziati sul disarmo di Hamas sono in stallo, la guerra americana contro l'Iran ha distolto attenzione e risorse e alcuni dei partner internazionali stanno minacciando di ritirarsi».

Nelle sue intenzioni originarie, ricostruisce il portale, l’organismo di Trump avrebbe dovuto offrire copertura politica ed economica al processo di transizione guidato dal “Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza”, l’equipe di 14 tecnici palestinesi incaricata di assumere il controllo del governo e delle forze di sicurezza nella Striscia dopo il disarmo e lo scioglimento di Hamas. Eppure, afferma il portale che ha citato fonti Reuters ben informate, «la realtà sembra essere drasticamente diversa dall'annuncio»: solo tre Paesi (Emirati Arabi Uniti, Marocco e, ovviamente, USA) su dieci hanno effettivamente versato i finanziamenti promessi, portando il budget disponibile a nemmeno un miliardo di dollari sui 17 promessi. Il primo esito della carenza di fondi – e anche dell’insicurezza persistente nella Striscia ancora sotto attacco dalle forze israeliane – è l’impossibilità di attivare il “Comitato Nazionale per l'Amministrazione di Gaza”, guidato da Ali Shaath (ex viceministro dell'Autorità Palestinese) e ora «confinato in un hotel del Cairo, sotto la supervisione di agenti americani ed egiziani, senza la possibilità di entrare fisicamente a Gaza». Info Cooperazione ricorda, in merito, che dopo il cosiddetto “cessate il fuoco” «gli attacchi israeliani hanno ucciso almeno 700 persone nella Striscia»; e che Hamas non accetta le condizioni del disarmo totale e della consegna delle mappe dei tunnel sulla fiducia, prima del ritiro di Israele e della cessazione delle aggressioni.

Di mezzo ci si è messa anche la guerra di USA e Israele all’Iran, che ha spostato l’attenzione internazionale su un altro fronte. La guerra all’Iran ha anche spinto diversi leader del Board a congelare la propria posizione: per esempio l’Indonesia avrebbe dovuto mandare 8mila soldati per stabilizzare l’area, ma ha fermato tutto chiedendo garanzie sui reali benefici del processo alla popolazione palestinese.

Critico è anche il ruolo dell’Unione Europea, considerata più un “portafogli” che un attore della transizione. «L'Alto rappresentante per la politica estera Kaja Kallas – si legge nell’approfondimento – ha annunciato la decisione di non aderire al meccanismo, indicando due condizioni non soddisfatte: un ruolo significativo per i palestinesi nel processo decisionale e un mandato esplicitamente temporaneo per il Board stesso».

Secondo Info Cooperazione, «il quadro che emerge è quello di un piano concepito più come strumento di proiezione del potere americano e delle ambizioni dei Paesi del Golfo che come risposta genuinamente umanitaria e politica ai bisogni di Gaza. La distanza tra i 71 miliardi necessari per la ricostruzione e il meno di un miliardo finora disponibile non è solo un problema finanziario: è la misura di quanto il divario tra retorica e realtà resti, per ora, incolmabile».

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