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Il riarmo globale causa insicurezza, guerra e povertà: la Rete Pace e Disarmo legge i dati SIPRI

Il riarmo globale causa insicurezza, guerra e povertà: la Rete Pace e Disarmo legge i dati SIPRI

La spesa militare nel mondo ha raggiunto un nuovo record storico nel 2025, toccando quota 2.887 miliardi di dollari (+2.9% sul 2024). È quanto emerge dai dati diffusi il 26 aprile scorso dal SIPRI (Stockholm International Peace Research Institute). Nella grande corsa agli armamenti rallentano gli USA (-7.5%), che da soli rappresentano il 33% dell’intera spesa globale, ma accelerano Europa, Cina (+7,4%) e Russia (+5,9%). L’Italia, spiega la Rete italiana Pace e Disarmo leggendo i dati SIPRI, «fa un balzo del 20% (pur con un "trucco" contabile)».

Di fronte alle crisi internazionali di questi ultimi anni una crescita del 2.9% sembrerebbe del tutto comprensibile, ma bisogna considerare che quella percentuale è viziata dal comportamento “provvisorio” degli Usa e che Trump ha già annunciato di voler innalzare la spesa federale in armi da meno di 1.000 a 1.500 miliardi di dollari, cosa che nei prossimi anni porterà l’aumento della spesa globale a percentuali da capogiro.

Probabilmente puntando a una spartizione del pianeta in aree di influenza, USA, Cina e Russia rappresentano, da soli, il 60% della spesa militare mondiale: questa «concentrazione di risorse destinate alla guerra», secondo la RiPD, «non ha precedenti nella storia recente, e che rende ancora più urgente un cambio di rotta verso il disarmo e la diplomazia multilaterale».

Intanto, dalle retrovie, si assiste all’accelerata constante dell’Europa, che nel 2025 supera tutti in termini percentuali con un +14% di crescita della spesa militare. Dentro l’Europa, spiega la RiPD, «l'Italia non fa eccezione: con un aumento del 20%, il nostro Paese è tra i principali contributori della spirale militarista europea». C'è da sottolineare che l’incremento della spesa italiana «è frutto di un'operazione contabile più che di un reale aumento delle spese per armamenti e Forze Armate: il Ministero della Difesa ha incluso nel conteggio comunicato sia alla NATO che al SIPRI voci aggiuntive generiche e non verificabili, che hanno consentito di raggiungere formalmente la soglia del 2% del PIL senza un corrispondente aumento reale della spesa militare (che secondo le stime dell'Osservatorio Mil€x, resterebbe intorno all'1,5%). Si tratta comunque di scelte politiche precise, che sottraggono risorse enormi a sanità, scuola, transizione ecologica e politiche sociali».

Intanto, alcuni numeri rendono particolarmente inquietante lo scenario fotografato dal SIPRI: l’Ucraina ha speso nel 2025 84.1 miliardi di dollari (+20% sul 2024); Israele ha speso 48,3 miliardi di dollari (-4.9% sul 2024 «ma comunque su livelli elevatissimi rispetto a qualsiasi dinamica storica e in special modo ai parametri di spesa pro capite»). I 32 Paesi membri della NATO, insieme, hanno speso ben 1.581 miliardi di dollari (il 55% del totale mondiale), «con i membri europei che contribuiscono per 559 miliardi».

Amara è la «contraddizione di fondo» che denunciano i dati del SIPRI, ammette la RiPD: «Questa spirale di riarmo non sta producendo un mondo più sicuro», non sta fermando i conflitti che continuano a moltiplicarsi nel mondo, ingenerando nuove esigenze di spesa, «in un ciclo vizioso che non ha nulla a che fare con la costruzione della pace».

La Campagna globale GCOMS (Global Campaign on Military Spending), che raccoglie l’adesione di centinaia di organizzazioni tra cui l’italiana RiPD, ha diffuso un “Appello 2026” per le Giornate Globali di Azione contro le Spese Militari (GDAMS, v. Adista Notizie n. 15/26) nel quale chiede ai governi, Italia compresa, «di operare riduzioni sostanziali delle spese militari e riorientare quei fondi verso i settori sociali e ambientali, affrontando le sfide globali del nostro tempo e finanziando la sicurezza umana».

Il disarmo globale è la vera sfida da raccogliere per una reale sicurezza umana, spiega in conclusione la RiPD: «La riduzione degli arsenali nucleari e dei fondi loro destinati, l'arresto del commercio di armi e la cessazione delle forniture di armamenti alle nazioni coinvolte in conflitti, in situazioni di instabilità regionale, o a quelle che violano sistematicamente i diritti umani e il diritto internazionale». Bisogna lavorare per una sicurezza internazionale fondata «sulla sicurezza comune, il disarmo e la giustizia globale, con un impegno rinnovato per la diplomazia, il multilateralismo e la riforma delle Nazioni Unite». Decidere di destinare fondi al riarmo e non alla sicurezza sociale dei popoli è una scelta politica non irreversibile: «Si definisce nelle leggi di bilancio, quando la pressione della società civile obbliga i governi a destinare le risorse alla cooperazione e alla sicurezza umana, non a una militarizzazione che alimenta nuove insicurezze». Per questo il governo e il Parlamento in Italia devono «aprire un dibattito pubblico trasparente su queste scelte, invertendo una rotta che ci allontana dalla pace».

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