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"Tornarono a Gerusalemme con grande gioia": lettera pastorale del cardinale Pizzaballa

Il patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, il 25 aprile ha indirizzato alla diocesi una lettera pastorale intitolata “Tornarono a Gerusalemme con grande gioia” e sottotitolata “Una proposta per vivere la vocazione della Chiesa in Terra Santa”. È un testo molto lungo (integrale a questo link) e uscirà nelle librerie in fascicolo l’8 maggio.

Riportiamo di seguito (i titoletti sono redazionali) vari brani tratti della riflessione del cardinale, – «proposta di riflessione» la chiama – premettendo che essa manifesta il desiderio dell’autore di tentare una risposta alla domanda: «come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto?». Pizzaballa precisa in apertura: «L’icona biblica intorno alla quale ruoterà la mia riflessione è la città, e in particolare la città di Gerusalemme», «il Luogo che custodisce il cuore della nostra fede – la Redenzione – ed è perciò anche il luogo geografico e spirituale che custodisce l’identità della nostra Chiesa, il centro al quale tornare per trovare l’ispirazione necessaria in questo tempo». Certo non può prescindere, il cardinale, di partire dalla drammatica situazione bellica della terra che ricade sotto la sua guida. Nella prima delle tre parti di cui si costituisce, infatti, Pizzaballa offre una sua valutazione dell’attuale stato di disordine; poi prospetta una visione per la comunità, ispirata e ancorata alla Scrittura, con una precisa connessione a Gerusalemme; infine una traduzione della stessa visione in implicazioni pastorali per la comunità ecclesiale (parrocchie, le famiglie, le scuole e le istituzioni).

7 ottobre e Gaza, eventi spartiacque

«Non è mia intenzione – inizia dunque – ricostruire la cronaca degli eventi, ma comprenderne innanzitutto la portata epocale. Il 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza hanno significato qualcosa di diverso e di dirompente per ciascuno dei due popoli di questa terra. Per i palestinesi rappresenta l’ultima, drammatica fase di una lunga storia di umiliazioni e di esodi. Per gli israeliani, invece, qualcosa di inedito: violenze che hanno fatto rivivere gli orrori accaduti in Europa ottant’anni fa. Senza entrare in questa discussione che esula dal nostro tema, vogliamo segnalare che il 7 ottobre e la guerra di Gaza sono ormai considerati universalmente eventi spartiacque che hanno chiuso un’epoca e ne hanno aperta un’altra, e lo hanno fatto nel peggiore dei modi possibili. (…)

Assistiamo al ritorno dell’uso della forza come strumento ritenuto decisivo per la risoluzione delle contese, laddove essa viene ridotta quasi esclusivamente alla sua forma violenta e militare, a scapito di ogni altra possibilità fondata sul diritto, sul dialogo e sulla responsabilità verso i civili», che «non sono più considerati vittime collaterali, ma diventano danni da imputare alla mancata resa del nemico o strumenti funzionali al raggiungimento del proprio scopo. La guerra agisce come fine a se stessa. Alcune potenze mondiali, che un tempo si presentavano come garanti dell’ordine internazionale, rivelano oggi un volto diverso: scelgono da che parte stare non in base alla giustizia, ma in base ai propri interessi strategici ed economici. Buona parte delle istituzioni – civili, politiche, religiose – finiscono così per rimanere spettatrici silenziose e impotenti di fronte all’emergere di questo nuovo disordine mondiale.

La logica della deterrenza come strumento di sicurezza, il ricorso alle armi e alla forza nella gestione dei conflitti, così come lo stesso concetto di difesa, sollevano oggi questioni etiche e politiche di grande rilievo: la loro legittimità, le modalità del loro impiego, i costi economici e sociali, le conseguenze concrete sulla popolazione civile e molto altro». (…)

Esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce

A questo si aggiunge un altro elemento, forse ancora più nuovo e inquietante. La guerra in corso ha sollevato altri interrogativi etici a cui non eravamo preparati. Penso, in particolare, all’uso dell’intelligenza artificiale nelle operazioni belliche. Non si tratta più solo di armi sempre più sofisticate o di droni telecomandati: stiamo entrando in una fase in cui sono gli algoritmi a selezionare obiettivi, a compiere scelte che fino a ieri rimanevano esclusivamente umane. Cosa accade quando a decidere chi vive e chi muore è una macchina? Quale responsabilità resta all’uomo? (…)

Di fronte alle tragedie e alle ingiustizie di questo tempo, il sentirsi vittima è una reazione profondamente diffusa. Ciascuno tende a percepire la propria tribolazione come unica e assoluta. Questo atteggiamento rende molto difficile riconoscere il vissuto dell’altro, e segna profondamente il modo in cui persone e comunità vivono e interpretano ciò che accade intorno. 

Occorre, però, riconoscere che l’esperienza di essere vittima può essere diversa, a seconda delle circostanze in cui ci si trova. C’è chi perde la vita mentre riposa tra le mura di casa, e chi invece muore coinvolto direttamente nei combattimenti. (…) Il dolore rimane sempre dolore, e non è nostra intenzione stilare una graduatoria della sofferenza. Pur nel rispetto delle varie situazioni e riconoscendone la complessità, tuttavia, non le possiamo considerare tutte identiche: esiste una differenza tra chi esercita il potere e chi lo subisce, tra chi governa e chi è governato, tra chi possiede le armi e chi ne è minacciato, tra chi occupa e chi è occupato. Le responsabilità sono diverse. Riconoscere questa differenza è un atto di rispetto verso la giustizia e la verità.  (…)

Dall’inizio della guerra la situazione economica è peggiorata ovunque. La mancanza di pellegrini ha lasciato centinaia di famiglie senza lavoro; la chiusura dei territori palestinesi ne ha paralizzate altrettante. Nelle comunità si fa fatica a fare progetti. I giovani non si fidanzano, si sposano sempre meno, non mettono al mondo figli. Anche la crisi degli alloggi per le famiglie è sempre più acuta. Molti guardano all’estero e sognano un futuro lontano dalla loro terra. L’emigrazione, ferita antica, oggi si riapre più profonda che mai. (…)

Polarizzazione e perdita di coordinate

A questa dissoluzione del legame si aggiunge un fenomeno che preoccupa: la crescente polarizzazione. Non solo tra israeliani e palestinesi – che ben conosciamo – ma all’interno di entrambi i tessuti sociali. Sempre più ci si rinchiude in gruppi chiusi, in enclave sociali dove si incontrano solo persone che la pensano allo stesso modo, che parlano lo stesso linguaggio, che condividono le stesse paure. (…)

La paura e la radicalizzazione generano frammentazione e chiusura. Ci si ritira nel proprio gruppo come in un rifugio. Si smette di frequentare chi è diverso, chi la pensa diversamente, chi appartiene a un’altra comunità, a un’altra fede, a un’altra fazione politica. Si formano bolle parallele che non comunicano tra loro.  (…)

Il terzo nucleo è il più profondo: la perdita delle coordinate che ci permettevano di orientarci. Abbiamo perso la fiducia in alcune parole. “Convivenza”, “dialogo”, “giustizia”, “diritti umani”, “due popoli e due stati”: questi termini, che per anni hanno nutrito il nostro discorso, oggi ci appaiono logori e svuotati di significato. (…) A questo si aggiunge «la perdita di significato del concetto di “bene comune”» che « viene sacrificato da tutti, seppure in modi diversi, sull’altare degli interessi particolari». (…) «Tuttavia, il linguaggio più forte resta quello della realtà. E la realtà, ben al di là di ciò che pensiamo, sentiamo o crediamo, ci ricorda che siamo destinati a trovare forme possibili di convivenza. Non esiste alternativa». «Siamo noi cristiani, in particolare, ad avere un mandato preciso: essere sale e luce là dove siamo. E questo significa non rinunciare a costruire occasioni di interazione tra le diverse comunità nazionali e religiose, perché, quando le parole non bastano più, è allora che occorrono gesti concreti». (…)

Un altro aspetto amaro riguarda la relazione con le altre comunità di fede. Il dialogo interreligioso – che per anni è stato centrale nella nostra missione – è in difficoltà. Non perché abbiamo smesso di incontrarci. Ma perché il terreno dell’incontro è stato investito da quanto abbiamo descritto fino ad ora: sospetto, disillusione, stanchezza». (…)

I Luoghi Santi, che dovrebbero essere spazi di preghiera, diventano campi di battaglia identitari. I testi sacri vengono invocati per giustificare violenze, occupazioni, terrorismo. Questo abuso del nome di Dio credo sia il peccato più grave del nostro tempo. Molte istituzioni religiose sembrano avallare, anziché arginare e denunciare queste derive, dimostrando così la loro debolezza profetica. 

Eppure, per noi cristiani il dialogo non è un’opzione, bensì una necessità vitale. I nostri figli – cristiani e musulmani – vanno a scuola insieme, i nostri malati sono curati negli stessi ospedali, dove non si fanno distinzioni di appartenenza religiosa tra cristiani, ebrei, musulmani e di altre fedi. I nostri poveri condividono le stesse necessità. Senza relazione con le altre fedi non abbiamo futuro. Ma il problema è più profondo: il dialogo è la nostra vocazione e il nostro destino. È uno dei modi nel quale la nostra fede si manifesta e si alimenta.  (…)

Proviamo ora a guardare il volto tangibile della nostra Chiesa in questo tempo così difficile. A Gaza, i nostri fratelli sono immersi in una condizione di estrema tribolazione. Hanno vissuto per anni sotto le bombe, senza acqua, senza cibo, senza medicine. E ora vivono tra le macerie. Abbiamo perso giovani, vecchi, bambini. Eppure, la parrocchia della Sacra Famiglia e la Caritas sono stati e rimangono il Volto di Cristo in mezzo all’orrore. Nelle chiese trasformate in rifugi, centinaia di sfollati hanno condiviso la vita in tutto.

Palestinesi, di male in peggio

In Palestina la situazione si deteriora di giorno in giorno. Di questo abbiamo già parlato a lungo, ma gli eventi non sembrano calmarsi. È lì che si sta decidendo in modo silenzioso e strutturale il futuro del conflitto israelo-palestinese. Aumentano le aggressioni causate dall’occupazione e dalla totale assenza dello Stato di diritto, con un continuo aumento degli insediamenti. Se non si interrompe questa deriva, il rischio è la cristallizzazione di una situazione di occupazione permanente che erode ogni possibilità di una soluzione giusta e condivisa. Temo che questa sarà una preoccupazione e una situazione destinata a definire ancora a lungo le forme del nostro coinvolgimento.

Israeliani, una società in crisi

In Israele, i nostri fratelli e sorelle vivono in un contesto diverso, ma non privo di problemi: discriminazione sociale, disuguaglianze economiche e una crescente insicurezza. L’aumento della criminalità – che in certe aree controlla capillarmente il territorio, con un bilancio quotidiano di morti e feriti – sta creando una paura diffusa che rafforza in tanti la tentazione di partire. La società israeliana è traumatizzata dal 7 ottobre; questo trauma ha generato sospetto verso tutto ciò che è legato al mondo arabo, con una conseguente crescente diffidenza tra le due popolazioni. La comunità cattolica di espressione ebraica, in questa contesa così polarizzante, non si è sempre sentita ascoltata dalla propria Chiesa, e lo ha espresso chiaramente. I nostri fratelli e sorelle cattolici di lingua ebraica vivono una particolare solitudine ecclesiale. Sono parte di una Chiesa che forse non sentono totalmente loro. Nei prossimi mesi, cercherò occasioni per incontrare personalmente questa componente della nostra Diocesi, per ascoltarli meglio. (…)

Alla luce di tutto ciò, dobbiamo interrogarci anche su un altro aspetto importante della nostra missione. È vero, in questo tempo siamo stati presenti nel territorio di tutta la Diocesi con gesti di vicinanza e solidarietà. La nostra Chiesa ha fatto sentire la sua voce provando a pronunciare una parola di verità – onesta, chiara, con parresia – anche all’interno di questo disordine, spesso a costo di incomprensioni. Ma, mi chiedo, è stato sufficiente? Oppure, in questo periodo così duro, abbiamo a tratti privilegiato la prudenza e ricercato la sopravvivenza istituzionale, sacrificando la nostra testimonianza profetica? Come dire una parola di verità senza creare nuove barriere e nuove vittime? (…)

Gerusalemme, città da condividere

Come stare da cristiani dentro questa situazione di conflitto, che ora possiamo anche riformulare: qual è la volontà di Dio su Gerusalemme? Proviamo quindi a scrutare insieme l’immagine della Città Santa che Lui stesso ci offre.  (…)

Quando oggi parliamo di Gerusalemme, ci concentriamo prevalentemente sugli aspetti politici, storici e sociologici. Ma non va mai dimenticato il fatto che ciò che lega il mondo intero a questo luogo va oltre la storia, la geografia e le pietre. Quando parliamo della Città Santa in questo contesto, la intendiamo, oltre che come realtà fisica, anche e soprattutto come simbolo del Popolo di Dio e della Chiesa, nata a Pentecoste nel Cenacolo. (…)

La visione della nuova Gerusalemme, in definitiva, non costituisce un invito a evadere dalla storia, ma un’indicazione per camminare dentro la storia. È un modello, uno stile, un riferimento reale per la comunità cristiana e per tutti coloro che hanno a cuore la città terrena.

I principi emersi – il radicamento nella realtà, la custodia del sacro, l’universalità dell’accoglienza, la forza della mitezza, il primato della relazione sul possesso, la necessità di una redenzione della memoria, l’apertura a tutte le nazioni – hanno implicazioni politiche, sociali e interreligiose immediate. (…)

Il carattere storico di Gerusalemme ci fa comprendere che la città è la patria sia degli israeliani che dei palestinesi, ed è rivendicata da entrambi come propria capitale. Tuttavia, le rivendicazioni esclusive sono in contrasto con la vocazione di Gerusalemme. Essa è piuttosto una città da condividere, un luogo di incontro.

Il carattere religioso di Gerusalemme non può essere ignorato in nessun accordo politico. I fallimenti passati lo dimostrano. Bisogna prendere coscienza che la caratteristica principale della Città Santa è quella di essere il luogo della rivelazione di Dio.  (…)

Ancora oggi, la comunità cristiana di Gerusalemme conserva questo carattere universale che non va confuso con una semplice dimensione “internazionale”, ma rimanda a una realtà più profonda, che viene descritta in modo esemplare negli Atti degli Apostoli. Ancora oggi la maggior parte delle Chiese ha il proprio centro ecclesiastico altrove nel mondo, ma ciascuna custodisce a Gerusalemme il suo cuore e una presenza viva. In questa città, le diverse confessioni cristiane si trovano a condividere spazio e tempo, dando vita a un cammino imperfetto ma vitale verso l’unità dei credenti. (…)

Il possesso, “memoria tossica”

Questo è un punto decisivo anche per noi oggi. La violenza nasce spesso dall’incapacità di rileggere la propria storia in modo redento. Accade quando la memoria diventa una narrazione chiusa, costruita contro l’altro e difesa come un possesso esclusivo. La preoccupazione per il possesso di proprietà assunto come criterio per definire le relazioni, già emersa in precedenza, si riflette anche nel rapporto con la memoria storica. Si tende a voler possedere la narrazione degli eventi, come un territorio da difendere, mettendo continuamente in discussione la narrazione storica dell’altro. Così facendo, non è più una memoria che aiuta a migliorare le relazioni, ma al contrario diventa una “memoria tossica”, che inquina le relazioni. Negare la memoria storica dell’altro è una forma sottile ma potente di esclusione. (…)

Non si tratta di negare i fatti del passato, ma di verificarne le interpretazioni, affinché queste non determinino in modo violento le scelte di oggi. Solo attraverso questo onesto riesame si può redimere la propria lettura storica a beneficio di tutta l’umanità. (…)

Il cuore del mondo è a Gerusalemme, come testimoniano i milioni di pellegrini che giungono da ogni dove nella Città Santa. (…)

Il mondo ha il diritto e la responsabilità di interessarsi a Gerusalemme. Non per imporre soluzioni dall’alto, mancando di rispetto alla sovranità e all’autodeterminazione dei popoli che vi risiedono, ma per esercitare una pressione costante e discreta – diplomatica, culturale e spirituale – affinché nessuna logica di esclusione, di sopraffazione o di possesso esclusivo possa prevalere. La comunità internazionale dovrebbe garantire la missione universale di Gerusalemme, ricordando a tutti che ciò che accade tra le sue mura riguarda il cuore di miliardi di credenti e l’intera famiglia umana. (…)

Che fare? Innanzitutto, operiamo un esame di coscienza sul nostro linguaggio. Nelle omelie, nella catechesi, in famiglia: impariamo a chiamare le cose con il loro nome senza mai ridurre l’altro a nemico. In qualsiasi circostanza, l’altro resta sempre una persona da rispettare. (…)

Nella prima parte di questa Lettera abbiamo parlato di scetticismo. È un sentimento diffuso nelle nostre comunità: scetticismo verso le istituzioni, la politica, le parole, e talvolta persino verso il futuro. Dobbiamo però riconoscere che lo scetticismo, quando diventa atteggiamento permanente, finisce per paralizzare. A questo scetticismo siamo chiamati a rispondere con la fiducia.

Non si tratta di un ottimismo ingenuo o di un atteggiamento che ignora la durezza della realtà. La fiducia cristiana nasce dalla fede ed è una scelta controcorrente. È la certezza che Dio non ha abbandonato la storia al caos e rimane vicino a chi soffre, a chi è perseguitato, a chi è scartato. È la convinzione che una vita spesa e donata per amore non è mai perduta.

Torniamo a Gerusalemme con gioia. Torniamo alla nostra vita con passione. Portiamo nel cuore il sogno di Dio per la sua città, e lasciamo che quel sogno diventi, passo dopo passo, giorno dopo giorno, la nostra stessa vita. (…)».

* Foto presa da Wikimedia Commons, immagine originale e licenza 

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