Papa Leone XIV in Africa denuncia le guerre per il potere e le ricchezze
ROMA-ADISTA. Nell’ultima tappa del suo lungo viaggio apostolico in Africa attraverso Algeria, Camerun, Angola e Guinea Equatoriale, papa Leone XIV torna a parlare di guerra e di ingiustizie sociali globali, ribadendo che la religione non deve essere utilizzata «per giustificare scelte e azioni di morte».
Lasciata l’Angola, ieri mattina il pontefice è atterrato a Malabo, nella piccola repubblica della Guinea Equatoriale, dove ha subito incontrato il presidente Teodoro Obiang Nguema Mbasogo, al potere da quasi mezzo secolo (1979). «Oggi l’esclusione è il nuovo volto dell’ingiustizia sociale, il divario tra una “piccola minoranza”, l’1% della popolazione, e la stragrande maggioranza si è ampliato in modo drammatico», ha detto Prevost, che ha denunciato «l’ingiusta ricchezza» e «l’illusione del dominio» recuperando l’affermazione centrale di Evangelii Gaudium, documento programmatico del pontificato di Bergoglio, di cui proprio ieri ricorreva il primo anniversario della morte: «Oggi dobbiamo dire no a un’economia dell’esclusione e della inequità, questa economia uccide».
Perché anche secondo il papa nato a Chicago è l’economia il motore delle guerre, comprese quelle attuali. «La rapidissima evoluzione tecnologica cui stiamo assistendo ha accelerato una speculazione connessa al bisogno di materie prime, che sembra far dimenticare esigenze fondamentali come la salvaguardia del creato, i diritti delle comunità locali, la dignità del lavoro, la tutela della salute pubblica», ha detto Prevost. «È infatti ancora più evidente oggi, rispetto ad alcuni anni fa, che la proliferazione dei conflitti armati ha tra i suoi principali moventi la colonizzazione di giacimenti petroliferi e minerari, senza riguardo al diritto internazionale e all’autodeterminazione dei popoli». Ma «senza un cambio di passo nell’assunzione di responsabilità politica e senza rispetto delle istituzioni e degli accordi internazionali, il destino dell’umanità rischia di venire tragicamente compromesso». Quindi una nuova scomunica della legittimazione religiosa dei conflitti: il nome di Dio «non può essere profanato dalla volontà di dominio, dalla prepotenza e dalla discriminazione, soprattutto mai dev’essere invocato per giustificare scelte e azioni di morte».
Se qualche giorno fa, in Camerun, Leone XIV aveva parlato di un «mondo devastato da una manciata di tiranni» e «tenuto insieme da una moltitudine di fratelli e sorelle solidali», ieri ha rilanciato: «In un mondo ferito dalla prepotenza, i popoli hanno fame e sete di giustizia. Bisogna stimare chi crede nella pace e osare politiche controcorrente, con al centro il bene comune», perché non si apparecchi un «banchetto riservato a un’élite» ma sia «condiviso fra tutti».
Non poteva mancare il ricordo di Bergoglio, morto il 21 aprile dello scorso anno. In volo da Luanda a Malabo, dialogando con i giornalisti, ha ricordato la principale delle eredità di papa Francesco: il continuo richiamo alla «fratellanza universale». Invece nel messaggio inviato al decano del collegio cardinalizio Giovanni Battista Re e letto ieri pomeriggio nella messa celebrata nella basilica romana di Santa Maria Maggiore – dove Bergoglio ha scelto di essere sepolto – ha rievocato alcune delle parole chiave dei dodici anni di pontificato del suo predecessore: «misericordia, pace, fratellanza, odore delle pecore, ospedale da campo». E l’essenza del suo ministero: annunciare «il Vangelo della misericordia a tutti, a tutti, a tutti», todos, todos, todos, per usare la stessa espressione di papa Francesco. Oggi fitto programma di appuntamenti in Guinea Equatoriale, fra cui la visita al carcere di Bata. Domani messa allo stadio di Malabo, poi in serata il rientro in Vaticano.
Foto di Luca Kocci
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