Nessun articolo nel carrello

Kiev considera morti i soldati dispersi. I parenti manifestano e chiedono verità

Kiev considera morti i soldati dispersi. I parenti manifestano e chiedono verità

KIEV-ADISTA. Mi chiamo Mauro Zanella e vivo e insegno al Trullo, una borgata nata negli anni trenta, che era formata inizialmente da case popolari, che oggi sono abbellite da grandi e significativi murales.

La borgata dal dopoguerra in avanti si è ingrandita con palazzi costruiti da privati senza alcun piano regolatore; inoltre i prezzi degli affitti e o delle vendite degli appartamenti sono, rispetto ad altre zone di Roma, sensibilmente meno cari, così il Trullo è diventato un vero e proprio quartiere multietnico in cui risiedono immigrati provenienti da oltre 40 Nazioni sia dall'Europa dell'Est, sia dall'Africa, dall'Asia e dall'America.

La mia scuola elementare fa parte dell'Istituto comprensivo “Antonio Gramsci” ed è l'unico luogo di incontro tra bambini e famiglie delle diverse comunità, italiani compresi. Qui, tra i banchi di scuola, è nata la mia “avventura” di reporter volontario dell'Agenzia internazionale di stampa Pressenza, un media indipendente con redazioni in quattro continenti e che dà voce in particolare alle lotte nonviolente per affermare i diritti umani, civili e sociali e la fraternità tra i popoli in cui si articola l'umanità (www.pressenza.com). 

La mia alunna Maria (il nome è di fantasia) è venuta in Italia con la famiglia ben prima della guerra per curarsi, come del resto molti altri bambini che si sono ammalati ancora oggi, dopo quaranta anni, per i veleni sprigionati a seguito dell'incidente alla centrale nucleare di Chernobyl, che si trova ad un centinaio di chilometri da Kiev. Insomma se Maria e la sua mamma quando ci sono le vacanze vanno a trovare i nonni, allora i rischi sono meno gravi di quanto uno possa immaginarsi e dunque posso andarci anche io, ho pensato. Il papà invece resta a Roma per evitare così di finire al fronte. Maria mi spiega che dove abita lei, nell'Oblast di L'viv (Leopoli) ossia la regione più occidentale di questo vastissimo Paese non ci sono segni della guerra. Ogni tanto suona la sirena ma nessuno ormai ci fa più caso.

Scopro che a Roma Tiburtina passa un pullman che fa servizio quotidianamente tra Salerno e Kiev e così decido di partire nell'Agosto del 2024 per il mio primo viaggio in Ucraina (chi fosse interessato può facilmente recuperare tutti i miei articoli cercando su un motore di ricerca le parole “Zanella Ucraina Pressenza”).

Arriviamo quindi al mio quarto viaggio che risale alle vacanze di Pasqua 2026. Avendo poco tempo a disposizione ho preso l'aereo che mi ha portato a Chisinau, la capitale della Moldavia. In Ucraina, come si può ben immaginare, gli aeroporti sono dall'inizio della “guerra su vasta scala” chiusi al traffico civile. Da Chisinau ho preso un pullman diretto a Odessa. Il viaggio non è breve e il confine è “caldo”, con una serie di posti di blocco militari. Questo non dipende dal confine tra Moldavia e Ucraina, ma perché si lambisce l'autoproclamata Repubblica Moldava della Trasnistria. Uno Stato che non è riconosciuto ufficialmente da nessun altro Stato e in cui la maggioranza della popolazione è formata da russi. Ma più che una enclave russa si presenta come un'isola rimasta sovietica sia nella bandiera rossa con falce e martello (e una striscia verde orizzontale al centro) sia per i monumenti che tuttora campeggiano nelle piazze principali, a partire da quello a Lenin. Qui nel 1992 c'è stata una guerra che si è conclusa con una pace di fatto, poiché la Moldavia rivendica questi territori che sono sotto la protezione della Federazione Russa.

La prima tappa è a Odessa dove mi incontro con la segretaria del sindacato degli insegnanti e con il segretario di quella che potremmo definire la Camera del Lavoro. L'incontro avviene all'interno della Casa dei sindacati, imponente edificio sovietico degli anni trenta, in cui avvenne l'orrenda strage operato da neonazisti ucraini, seguaci del criminale di guerra Bandera che fece strage di ebrei, rom e polacchi in nome di una Ucraina etnicamente uniforme, contro i manifestanti regionalisti ed antifascisti di Campo Culicovo grande Piazzale adiacente alla sede dei sindacati che venne incendiato con un fitto lancio di molotov. Era il 2 maggio del 2014 e il massacro di decine di manifestanti fu uno dei motivi che portò alla secessione delle due repubbliche del Donbass e alla guerra civile. Il mio scopo è quello di documentare la distruzione dei piani superiori della parte centrale dell'edificio perché vi sia un contributo dei sindacati Italiani ai lavori di restauro da tempo iniziati, ma che richiedono un notevole sforzo economico.

La tappa successiva, dopo ore di viaggio in treno è Kiev. Qui il 6 aprile casualmente e fortuitamente mi imbatto in una manifestazione di protesta contro il presidente, il governo e il Parlamento di un migliaio di persone che si sono date appuntamento. Comprendo subito che si tratta dei famigliari (mogli, figli, fratelli e sorelle, nonne e nonni) dei soldati dispersi di cui da mesi e da anni non si hanno più notizie. Il governo ha fatto approvare dal Parlamento una legge che li considera morti, attuando così un colpo di spugna perché siano di fatto dimenticati o relegati a un dolore e a una memoria privata.

Migliaia di famigliari giunti da ogni parte dell’Ucraina chiedono che la legge venga abrogata. Rifiutano i sussidi previsti per i caduti in guerra e vogliono la verità: sperano nello scambio di prigionieri che, essendo la guerra in pieno svolgimento, procede con il contagocce grazie alla mediazione della Croce Rossa. Chiedono pertanto un cessate il fuoco, una vera tregua e vere trattative che portino ad una pace giusta. Chiedono innanzitutto la liberazione dei loro cari e il ritorno a casa se come sperano sono prigionieri dei russi.

Sono quasi soltanto donne, a parte bambini, ragazzini e qualche anziano; tutte portano la bandiera nazionale con i colori azzurro e giallo, il cielo e un campo di girasoli con impressa l’immagine dei loro cari – migliaia e migliaia di volti – e reggono uno striscione lunghissimo, con scritte ripetute in diverse lingue.

Sono contro la guerra, ma rifiutano l’umiliazione di una resa o di una capitolazione, vogliono la fine dell’aggressione e che sia garantita l’indipendenza dell’Ucraina, che è il motivo per cui i loro cari hanno combattuto. In seconda istanza chiedono di avere le salme dei loro cari per celebrare il funerale, dar loro una degna sepoltura che consenta loro di elaborare il lutto e poter trovare un po' di serenità. Si tratta di una mobilitazione che nasce dal basso come furono questa estate le mobilitazioni contro la legge che voleva mettere sotto il controllo del governo gli enti anti corruzione. La mia impressione è che questa protesta si allargherà rapidamente a macchia d'olio e che sia quindi in grado di dare forza ad una Pace che sembra lontana.

Intanto le auto che passano suonano il clacson in segno di solidarietà.

Foto di Mauro Carlo Zanella

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.