Nessun articolo nel carrello

Chemin Neuf, Famiglia di Maria: le ambiguità delle

Chemin Neuf, Famiglia di Maria: le ambiguità delle "associazioni di fedeli"

ROMA-ADISTA. La questione dello statuto giuridico delle laiche consacrate all’interno delle comunità è ormai in primo piano con l’esplodere del caso di Chemin Neuf, investendone direttamente la figura più pubblicamente più in vista, l’influencer “soeur” Albertine. La zona grigia costituita dall’ambiguità del termine “soeur” (sorella, ma anche suora) favorisce infatti la confusione tra le associazioni di fedeli e le congregazioni religiose, nascondendo tutte le problematiche poste dalla mancanza di garanzie di tutela, anche economiche, per le laiche.

Le associazioni di fedeli – come la Famiglia di Maria, di cui ci siamo occupati negli ultimi quattro anni – giocano proprio su questa ambiguità, che apre la porta ad abusi, tanto psicologici e spirituali (spesso le laiche consacrate non sono consapevoli di non essere religiose) quanto economici (non vi è tutela sul piano della retribuzione e della pensione). Nel caso della Famiglia di Maria, l’utilizzo di una veste e di un nome religiosi, e di una consacrazione davanti a un vescovo o comunque a un superiore, che non ha affatto la valenza dei voti religiosi e corrisponde solo a un impegno personale, rappresentano da sempre un terreno scivolosissimo.

I rischi collegati a questo status giuridico sono stati ben rappresentati in un messaggio su X (ex Twitter) il 18 aprile scorso da Natalia Trouiller, esperta di abusi, che l’ha definito un doppio standard nell’uso del diritto canonico nella Chiesa. Secondo quanto riporta anche il quotidiano francese La Croix (27/4), in riferimento a un comunicato del vescovo di Tolone che contestava l’uso ingannevole dello status di religiosa da parte di una giovane donna della sua diocesi, Trouiller ha sottolineato che «Ci si si vuole liberare di una laica consacrata, quindi si ricorda che non è nulla dal punto di vista canonico». Allo stesso tempo, invece, nel caso di “soeur” Albertine di Chemin Neuf, «si sfrutta la popolarità, quindi le si è permesso di farsi chiamare “suora” e di presentarsi come religiosa». Il 19 aprile Trouiller ha ribadito che, a suo avviso, suor Albertine non è «né suora né religiosa», accusando Chemin-Neuf di «mentire consapevolmente sul suo status, con la complicità passiva» della Chiesa.

Si tratta dunque con ogni evidenza di una confusione spesso mantenuta deliberatamente in molte nuove comunità, tra lo status di religioso e quello, più vago e molto meno protetto, di consacrata.

L’espressione “vita consacrata” è un termine ampio ma «un po’ generico», avverte su La Croix il canonista p. Cédric Burgun. Per un battezzato, la vita consacrata indica qualsiasi forma di impegno a seguire più radicalmente Cristo, nel celibato. L’espressione si è affermata dopo il Concilio Vaticano II, trovando una conferma ufficiale nell’esortazione Vita consecrata di Giovanni Paolo II (25 marzo 1996). Un religioso, uomo o donna, pronuncia «un impegno pubblico e definitivo a vivere secondo i voti di povertà, castità e obbedienza, in comunità», all’interno di ordini o congregazioni, spiega suor Catherine Sesbouë, segretaria generale della Conferenza dei religiosi e delle religiose di Francia (Corref). Poi, però, la Chiesa riconosce anche altre forme di vita consacrata: gli istituti secolari, le società di vita apostolica, le vergini consacrate e gli eremiti.

Molte nuove comunità però non rientrano in queste forme ufficiali, o perché in attesa di uno status definitivo (attraverso un processo che però non approda automaticamente a un passaggio di “categoria”) oppure perché sperimentano forme inedite di vita consacrata, come previsto da Giovanni Paolo II, che nell’esortazione scriveva: «Sembra opportuno creare una Commissione per le questioni riguardanti le nuove forme di vita consacrata, allo scopo di stabilire criteri di autenticità, che siano di aiuto nel discernimento e nelle decisioni. Tra gli altri compiti, tale Commissione dovrà valutare, alla luce dell'esperienza di questi ultimi decenni, quali nuove Nuove forme di consacrazione l'autorità ecclesiastica possa, con prudenza pastorale e a comune vantaggio, riconoscere ufficialmente e proporre ai fedeli desiderosi di una vita cristiana più perfetta». «Le nuove forme – aggiungeva papa Wojtyla - sono anch'esse un dono dello Spirito, perché la Chiesa segua il suo Signore in perenne slancio di generosità, attenta agli appelli di Dio che si rivelano mediante i segni dei tempi. Così essa si presenta al mondo variegata nelle forme di santità e di servizi, quale “segno e strumento dell'intima unione con Dio e dell'unità di tutto il genere umano”. «Il vigore delle varie istituzioni di vita consacrata, dalle più antiche alle più recenti, come pure la vivacità delle nuove comunità, alimenteranno la fedeltà allo Spirito Santo, che è principio di comunione e di perenne novità di vita».

Chi viene consacrato in queste associazioni assume tutte le apparenze della vita religiosa (nome, abito, regola…), ma restano “laici” dal punto di vista del diritto canonico, anche perché i loro voti sono privati e «impegnano solo la persona che li pronuncia, non la Chiesa come istituzione», spiega padre Burgun, anche se pronunciati pubblicamente durante celebrazioni solenni.

«Il problema di fondo – avverte il canonista – è che oggi si moltiplica il linguaggio della consacrazione, con impegni al celibato visibili, in abito religioso e alla presenza di vescovi “amici della comunità”, senza interrogarsi sul riconoscimento e sulla protezione di questi impegni», avverte il canonista.

Ma cosa succede quando nascono problemi, soprattutto per la componente femminile delle comunità?

In caso di conflitti o derive, chi lascia la comunità si ritrova in una condizione quanto mai precaria: «Queste persone che hanno dato tutto alla comunità, facendo un presunto voto di povertà non protetto, quando sorge un problema, cosa succede?», si chiede Burgun.

È quanto accaduto nella Famiglia di Maria, ma anche nella comunità Verbe de vie, sciolta nel 2022 per gravi disfunzioni, tra cui la confusione degli stati di vita: le cosiddette “suore” si sono rivolte al Vaticano, per scoprire di non esserlo secondo il diritto canonico.

“Suor” Albertine, che vive come una religiosa, il 26 aprile ha pubblicato un video di chiarimento in cui non si presenta più come “religiosa”, ma come “suora consacrata”. Ma poco rassicurante appare il comunicato pubblicato sul sito di Chemin Neuf, nel quale si afferma che non si tratta di usurpazione di un titolo, ma di esprimere una nuova forma di vita sperimentata dal 1973, e che formalizzare una struttura femminile equivalente a quella dei ministri ordinati comporterebbe la separazione tra uomini e donne, contraria allo spirito della comunità, che prevede la convivenza tra uomini e donne, sacerdoti e laici, famiglie, con apertura ecumenica. «Non c’è nulla di vergognoso nell’essere laico consacrato. Ma voler cambiare il linguaggio perché corrisponda alla propria visione della Chiesa è abusivo», afferma Trouiller.

Il modello di Chemin Neuf permette anche di separare sacerdozio e responsabilità: una donna può guidare una casa comunitaria in cui vivono anche sacerdoti. Il problema, però, come ampiamente dimostrato nel caso della Famiglia di Maria, è che questo status serve ad attribuire alle sorelle ruoli di pura manovalanza quando non di reale schiavitù all’interno delle case. In ogni caso, si assiste a una lampante discriminazione di genere, che coinvolge anche il trattamento economico.

 

La Famiglia di Maria e il Fondo pensione del buon cuore

A questo proposito, è utile tornare alla Famiglia di Maria, comunità dalla storia complessa di cui abbiamo lungamente parlato (v. i numerosi articoli a partire dal dicembre 2022).

Il 21 febbraio scorso, una lettera circolare interna alla comunità – che, lo ricordiamo, da quattro anni è commissariata dal Vaticano e il cui co-fondatore e presidente p. Gebhard “Paul Maria” Sigl è stato condannato da un tribunale ecclesiastico per abuso dell’ufficio ministeriale – comunica che è stato approvato un «progetto del Fondo pensioni della Comunità» e l'impegno «preso con i Dicasteri per il Clero e per i Laici è stato adempiuto».

Il 19 novembre 2025 la sede svizzera della comunità, o meglio, l’associazione civile costituita a suo nome, PDF-FMM Svizzera (“Pro Deo et Fratribus, Familie Mariens der Miterloserin”: il nome conserva il titolo mariano “corredentrice”, vietato dal Vaticano. Ma questo è ancora un altro discorso) , ha costituito un Fondo pensioni denominato "Internationaler Vorsorgefonds IVF" dinanzi a un notaio, procedendo alla nomina della Direzione del Fondo, affidata «ai suoi membri P. Jean-Marie Simar - economo storico della comunità - Sr. Ida e Sr. Fabiola» (ecco tornare il titolo di “suora”), «così come previsto dall'articolo 5.1 del Regolamento del Fondo». Sono poi stati aperti tre conti correnti «dedicati alla raccolta dei contributi pensionistici presso la banca UBS Switzerland AG di San Gallo, nei quali PDF-FMM Svizzera ha già versato il Capitale iniziale di CHF 150.000, così come previsto dall'articolo 3.1.1 del Regolamento del Fondo».

Di qui l’obbligo, continua il comunicato, di versare già dal 1 ° gennaio di quest’anno «i contributi periodici dovuti dai membri della nostra Comunità che godono di uno stipendio, così come previsto dall'articolo 3.1.2 del Regolamento del Fondo». E qui sorge la prima, grande, perplessità. E chi non ha un lavoro stipendiato, come la maggior parte delle laiche consacrate?

«Il nostro Commissario – prosegue il documento, riferendosi al gesuita mons. Daniele Libanori, assistito, nel suo compito, dall’avvocato Roberto De Felice, già difensore di mons. Pavol Hnilica (cofondatore della Famiglia di Maria) all’epoca in cui era imputato nel processo per la sottrazione della valigetta di Roberto Calvi, v. Adista Notizie n. 3/23) - ha ritenuto equo quantificare il contributo da versare nel Fondo nella misura del 5% dello stipendio netto percepito da ogni Padre, Sorella o Fratello». E qui nasce la seconda, grande perplessità: in base a quali criteri è stata definita questa percentuale, inferiore persino a quella detratta dal Vaticano dallo stipendio dei preti?

«Naturalmente, a tali contributi dovranno aggiungersi quelli dovuti dalle singole comunità afferenti alla Famiglia di Maria e dalla PDF-FM sulla base del bilancio aggregato della Comunità, così come previsto dagli articoli 3.1.2 e 3.2 del Regolamento del Fondo». Come si può notare, il regolamento a cui si fa riferimento è puramente interno. Non si parla di Inps o di altri enti preposti alla previdenza.

Dunque, per riassumere: i membri che percepiscono uno stipendio devono versare, a partire dal 1 ° gennaio 2026 il 5% del proprio stipendio mensile netto su uno dei conti correnti di Pro Deo et Fratribus, Familie Mariens der Miterloserin nella valuta in cui viene corrisposto lo stipendio (euro, dollari o franchi svizzeri) e con causale "Contributo pensionistico".

Il comunicato, che porta le firme di p. Jean-Marie Simar e di sr. Maria Lucia, a nome della Pro Deo et Fratribus - Famiglia di Maria" - Associazione civile di diritto italiano con personalità giuridica, si conclude con un augurio: che «il Fondo pensioni della nostra Comunità diventi un virtuoso e concreto esempio per tutto il mondo cattolico». Peccato che i criteri siano del tutto arbitrari e del tutto insufficienti a coprire il trattamento pensionistico dei membri che lavorano nella comunità, ma senza uno stipendio: ossia la maggior parte, soprattutto donne. Che sarà di loro? Che sarà di quante e quanti sono usciti dalla comunità senza aver mai ricevuto trattamenti pensionistici per decenni? E che sarà, in ogni caso, di quanti lavorano con uno stipendio e che finora non hanno accantonato somme per la pensione?

Il comunicato riporta in calce uno scritto che esprime la soddisfazione del commissario vaticano mons. Libanori. Il Fondo pensioni così concepito (ossia all’interno di un’associazione di diritto civile su cui la Chiesa non può intervenire in alcun modo, e con cifre risibili), sarebbe «uno strumento prezioso, che potrà fornire a tutti i Membri dell'OJSS e della PDF-FM l'assistenza che la Chiesa vuole che sia assicurata a chi ha voluto consacrare la vita al servizio del Vangelo».

Questa, afferma Libanori, «deve essere ritenuta da tutti come la via ordinaria attraverso la quale la Provvidenza opera a favore della vita consacrata nelle società moderne, che hanno previsto il sistema assicurativo nel loro ordinamento. Essa si coniuga necessariamente con quella sobrietà di vita e distacco dai beni materiali che tutti intendiamo vivere secondo i Direttori che ci siamo dati».

Libanori pare dunque consapevole che questo fondo non basterà mai a coprire le reali necessità: «A tutti – aggiunge infatti – vorrei inoltre rivolgere un invito a tenere presente che bisogna sentire la responsabilità di alimentare il Fondo pensioni presentandolo ad amici e benefattori come un modo concreto per venire incontro alle esigenze della nostra missione». La pensione affidata al buon cuore.

* Ordinazione sacerdotale nella Famiglia di Maria (2024). Foto di Ludovica Eugenio*

Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.

Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!

Condividi questo articolo:
  • Chi Siamo

    Adista è un settimanale di informazione indipendente su mondo cattolico e realtà religioso. Ogni settimana pubblica due fascicoli: uno di notizie ed un secondo di documentazione che si alterna ad uno di approfondimento e di riflessione. All'offerta cartacea è affiancato un servizio di informazione quotidiana con il sito Adista.it.

    leggi tutto...

  • Contattaci

  • Seguici

  • Sito conforme a WCAG 2.0 livello A

    Level A conformance,
			     W3C WAI Web Content Accessibility Guidelines 2.0

Sostieni la libertà di stampa, sostieni Adista!

In questo mondo segnato da crisi, guerre e ingiustizie, c’è sempre più bisogno di un’informazione libera, affidabile e indipendente. Soprattutto nel panorama mediatico italiano, per lo più compiacente con i poteri civili ed ecclesiastici, tanto che il nostro Paese è scivolato quest’anno al 46° posto (ultimo in Europa Occidentale) della classifica di Reporter Senza Frontiere sulla libertà di stampa.