Invece degli idoli
Cari amici,
ci siamo lasciati nell’ultima newsletter con la tesi che ci giunge dal Novecento, secondo cui oggi le sole forze umane non bastano a scongiurare il peggio, e che “solo un Dio ci può salvare”: ciò non vuol dire che debba avvenire in virtù di un evento straordinario, di un “Deus ex machina” che irrompa dall’alto, bensì grazie a una rinnovata cooperazione tra Dio e l’uomo.
Le cose accadute in questi giorni dimostrano quanto sia necessario uno sforzo straordinario. I dirigenti europei e i governanti di tutti gli Stati membri dell’Unione, venuto meno il dissenso dell’Ungheria, hanno stanziato un credito di guerra di 90 miliardi per l’Ucraina, finora a lungo bloccato, di cui a carico dell’Italia sono 13 miliardi (ovvero 13.000 milioni, venti volte di più del presunto sforamento del nostro bilancio, un importo che rappresenta più di un terzo della legge finanziaria 2026). Che si tratti di un intervento per finanziare la guerra in Ucraina è dimostrato dal fatto che contemporaneamente è stato deciso dalla UE un inasprimento delle sanzioni contro la Russia, per impoverirla e così affrettarne la sconfitta, che è il solo modo in cui finora l’Unione Europea ha concepito che possa finire la guerra. Naturalmente si tratta di un calcolo sbagliato, perché quando mancano i soldi gli Stati non li tolgono alle spese militari e agli armamenti, ma alle spese sociali e civili, tanto più quando c’è una guerra in corso; anche Meloni che deve ridurre le spese per scendere sotto il 3 per cento del rapporto tra debito e PIL, nello stesso tempo incrementa i fondi per il riarmo fino al 5 per cento del PIL.
Cosa c’entra Dio in tutto questo? Naturalmente non c’entra niente, la politica economica e militare non è affar suo. Però “è infelice per la nostra sorte”, dice il poeta David Maria Turoldo; finanziare la guerra dell’Ucraina è un atto di straordinaria crudeltà, visto il carico immenso di dolori e di lutti in ambedue i campi che la guerra comporta, e data la insensatezza della presunzione che per terminarla la Russia accetti o subisca la sconfitta, mentre è precluso il negoziato. Naturalmente è possibile che quanti così agiscono non lo facciano per crudeltà, e che lo stesso Zelensky non sia guidato dall’odio ma non voglia perdere la guerra per non perdere la sua gloria. Altrettanto è a dirsi per i responsabili della disperata situazione del Medio Oriente con la guerra all’Iraq, lo sterminio del popolo palestinese e le attuali politiche dello Stato di Israele, nonché per le conseguenze su tutta la popolazione mondiale della chiusura dello stretto di Hormuz. Non tutto si può attribuire all’iniquità personale di quanti provocano tutto ciò: chi siamo noi per giudicare? Se però si fosse disponibili a una cooperazione con Dio, facendolo entrare nelle nostre scelte umane, soprattutto quelle che hanno impatto sulla vita di molti, e ci fosse una corrispondente docilità al cambiamento, la corsa del mondo verso l’abisso e la sofferenza di milioni di persone potrebbero finire.
Questa ipotesi non comporta che tutti pensino Dio allo stesso modo. Dio non è conoscibile; a un “Dio ignoto” innalzavano altari i Greci nell’Areopago; e Michea, un profeta ebreo che sapeva benissimo che Dio è uno solo, gioiva contemplando i popoli salire alla montagna del Signore ciascuno camminando “con il suo Dio”; nella dichiarazione comune di Abu Dhabi di papa Francesco e del grande Imam di Al Azhar si diceva che la diversità di religione è una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani. E nella Repubblica di Utopia, descritta da Tommaso Moro, vigeva l’ipotesi che fosse Dio stesso, “per ottenere una gran varietà e molteplicità di culti, a ispirare a chi una cosa e a chi un’altra”. Per i cristiani vale l’“esegesi” fattane dal Cristo. Questo non è politeismo, perché si tratta di uno stesso Dio compreso in molteplici modi, una sorta di monoteismo pluralistico, nel pluralismo delle molte culture. Anche le religioni monoteiste sono nate da diverse rivelazioni del medesimo Dio.
Certo non può essere un Dio per tutti gli usi, non può essere un Dio che, come dice papa Leone, “ascolti le preghiere di chi ha mani che grondano sangue". Se si coopera con un Dio ai fini della salvezza non si possono fare guerre, embarghi, sanzioni, soprusi, scacciare o far annegare gli immigranti, e così via. E in ogni caso l’avere anche solo come ipotesi un Dio con noi, e scendere in campo con lui e con il cuore di lui porta con sé il gran bene di destituire gli idoli, che rischiano di sopraffare l’uomo, di dilaniare i popoli, di devastare il mondo, di interrompere la storia: idoli quali l’Intelligenza artificiale incontrollata nel suo sviluppo, lo Stato Leviatano, nato per definizione come il “Dio mortale”, la guerra, proclamata da millenni, da Troia a Gaza, come padre e re di tutte le cose, il denaro che giudica tutti e pretende di non essere giudicato da nessuno.
Tornando dal suo viaggio in Africa, a una domanda sul perché abbia incontrato anche “alcuni dei leader più autoritari del mondo” papa Leone ha risposto che lo fa “per promuovere la giustizia, per promuovere cause umanitarie, per cercare – a volte – situazioni in cui potrebbero esserci prigionieri politici, e trovare un modo per liberarli”, per dire ai capi che di fronte a certe situazioni la risposta non è subito che “bisogna entrare con la violenza, con la guerra, attaccando”. Per esempio nel caso dell’Iran la questione “non è il cambio di regime”, è che tanti innocenti sono morti, “c'è tutta una popolazione in Iran di persone innocenti che stanno soffrendo per questa guerra”. Se si avesse “la capacità di pensare in questo modo” non accadrebbe quello che è successo tra l’uno e l’altro viaggio del Papa: “Porto con me una foto di un bambino musulmano che, nella visita in Libano, stava lì aspettando con un cartello dicendo: ‘Benvenuto Papa Leone!’, e poi, in quest'ultima parte della guerra, è stato ucciso lui”.
Nel sito riportiamo questa conferenza stampa in aereo del Papa, un intervento di Raniero La Valle al “Punto de réunion”, incontro promosso a Roma da “Il coraggio della pace” e “Disarma”, e un articolo di Fawaz Gerges del “Guardian”, sulla vittoria iraniana.
Con i più cordiali saluti,
da “Prima Loro” (Raniero La Valle)
*Immagine generata con IA
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