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Usa: nasce un movimento di cittadini contro arresti e deportazioni degli immigrati

Usa: nasce un movimento di cittadini contro arresti e deportazioni degli immigrati

I cittadini statunitensi colpiti dalle politiche sull'immigrazione hanno dato vita a un movimento, il “Connected americans”, per lottare contro gli arresti e le deportazioni di massa che danneggiano le loro famiglie e destabilizzano le loro comunità.

A Filadelfia, provenienti da California, Florida, Illinois, Iowa, Massachusetts, Michigan, Missouri, New Jersey, New Mexico, New York, Carolina del Nord, Ohio, Pennsylvania, Texas e Washington DC, si sono impegnati a condividere le loro storie con milioni di persone, nonché a fermare le politiche di detenzione e deportazione che hanno avuto un impatto sulle loro famiglie.

I presenti hanno partecipato a corsi organizzativi, sessioni strategiche e impegni per la costruzione di coalizioni per fornire gli strumenti necessari per organizzarsi e agire nelle loro comunità. Ai membri del movimento sono state fornite istruzioni su come dare maggiore visibilità alle loro storie nei media, come coinvolgere i leader locali e come costruire reti di sensibilizzazione durature in tutto il Paese per informare le comunità sui pericoli e le conseguenze dell'applicazione delle leggi sull'immigrazione.

Sono milioni i cittadini statunitensi che soffrono per l’impatto della politica e della condotta dell’ICE (United States Immigration and Customs Enforcement, in italiano Controllo Immigrazione e Dogane degli Stati Uniti)

Il Migration Policy Institute (Istituto per le politiche migratorie) stima che 14 milioni di cittadini statunitensi, titolari di green card e titolari di visti temporanei, vivano in nuclei familiari con almeno un immigrato privo di documenti. E 4,2 milioni di immigrati privi di documenti sono sposati con un cittadino statunitense o un titolare di carta verde, il che rende lampante il riflesso che le politiche migratorie direttamente sulle famiglie americane.

Il quotidiano di lingua spagnola La Opinión, fondato nel 1926 a Los Angeles, riferisce (27/4/26) alcune testimonianze raccolte tra i partecipanti.

«Mio marito è stato trasferito 16 volte, in 11 strutture diverse, negli ultimi otto mesi, anche dopo aver vinto la causa», e in Stati diversi, sempre molto distati da casa, dice Angela, una madre e insegnante della Pennsylvania. «Sto solo cercando di tenere unita la nostra famiglia, e sento che il sistema ci sta costantemente separando. Essere qui questo fine settimana mi ha dimostrato che non siamo soli e che possiamo unirci, organizzarci e far sentire la nostra voce».

Joshua, pastore nel Texas, lamenta che le politiche stanno influenzando la sua congregazione. «Famiglie che conosco da anni ora rischiano detenzione e separazione, e alcuni dei nostri membri sono in custodia dell'ICE». «È questa la realtà che stiamo vivendo. La gente ha paura – aggiunge –, non sa cosa succederà dopo, ma questo incontro mi ha mostrato il potere dell'unità, e spero che più persone saranno incoraggiate a unirsi a noi».

Cristina Jimenez, direttrice di Shared Future (associazione impegnata a favore dell'emancipazione della comunità, dell'economia sociale e della partecipazione democratica), afferma che i cittadini americani sono stanchi e stanno alzando la voce perché le politiche sull'immigrazione colpiscono le loro famiglie e le loro comunità: «Si stanno organizzando, rafforzando il loro potere e si rifiutano di rimanere in silenzio mentre i loro cari rischiano la detenzione e la deportazione», «si tratta di americani che difendono coraggiosamente le persone a cui tengono e chiedono politiche che rispecchino la realtà delle loro vite».

Gli organizzatori hanno affermato che il movimento sta prendendo slancio man mano che sempre più cittadini aderiscono alla cristiana "Americans in Action" (che si definisce «organizzazione creata per portare speranza alle nostre comunità») e riconoscono l'impatto diretto delle politiche sull'immigrazione sulle famiglie e sulle comunità.

*Foto ritagliata di Fibonacci Blue tratta da Flickr

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