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“Carovana panafricana per la pace e l’unità nella Repubblica democratica del Congo”: giovani in cammino per la pace

“Carovana panafricana per la pace e l’unità nella Repubblica democratica del Congo”: giovani in cammino per la pace

La pace si costruisce (anche) dal basso: di fronte al fallimento dei negoziati mediati dagli Usa di Donald Trump e all’intensificarsi delle violenze nell’Est della Repubblica Democratica del Congo (RDC), una “Carovana panafricana per la pace e l’unità nella Repubblica democratica del Congo”, composta da giovani pacifisti e nonviolenti, attraversa il Paese da ovest a est per denunciare guerra e predazione delle risorse, invocare l’attenzione del mondo e chiedere alle istituzioni locali, regionali e internazionali di sostenere ogni sforzo di pace.

«Sono partiti il 24 marzo da Banana, sull’Atlantico, alla foce del fiume Congo», spiega Marinella Correggia sul manifesto del 7 aprile. «Percorreranno 2500 chilometri. Si spostano su pulmini di linea, in moto o a piedi, ospitati dalla popolazione. Via via, animano incontri con adulti e assemblee con studenti, partecipano a trasmissioni radiofoniche».

Per motivi di sicurezza, la carovana non entrerà nel Kivu sotto assedio e si fermerà sul lago Tanganika. I partecipanti hanno il sostegno di numerose organizzazioni della società civile congolese, spiega la giornalista, di Amnesty International Africa, di leader religiosi e anche di alcune autorità locali. Un’attivista ha spiegato che «il governo guarda altrove, è impegnato nella modifica della Costituzione in vista delle prossime elezioni», ma secondo un altro protagonista della marcia ciò che conta è «coltivare la coscienza collettiva; da lì e non solo dai negoziati verrà la pace».

Intanto, nell’Est Congo la violenza non si placa: nella Provincia dell’Ituri si registrano stragi e abusi ad opera delle milizie Adf (Allied Democratic Forces), aderenti allo Stato Islamico, nei Kivu del Nord e del Sud quelli dell’Alleanza Fiume Congo/M23, sostenuta dal Ruanda. E proprio l’accordo Congo-Ruanda siglato a Washington non ha portato alla fine delle violenze nella regione. «In compenso», spiega la giornalista, «uno dei “frutti” dell’altisonante intermediazione Usa è l’appena annunciato sì di Kinshasa ad accogliere, come fanno altri Paesi africani, i migranti arrivati irregolarmente negli Stati Uniti. Altro intento trumpiano è ottenere un accesso sicuro da parte delle multinazionali dell’high tech alle materie prime del Congo. Fra queste la miniera di Rubaya, uno dei principali giacimenti mondiali di coltan, da tempo nelle mani dell’M23».

Leggi sul manifesto


* Foto di aboodi vesakaran su Unsplash

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