È morto p. Domenico Pizzuti, gesuita e sociologo innamorato di Napoli e sempre accanto agli ultimi
NAPOLI-ADISTA. Oggi è venuto a mancare p. Domenico Pizzuti, gesuita, sociologo, intellettuale rigoroso e cittadino appassionato. La sua scomparsa lascia un vuoto profondo non solo nella Compagnia di Gesù e nella comunità accademica, ma anche nella città di Napoli, che per decenni ha osservato, studiato, amato e servito con lucidità e dedizione.
Ho avuto il privilegio di incontrarlo negli anni della mia formazione alla Pontificia facoltà teologica dell’Italia meridionale – Sezione San Luigi, dove per lungo tempo è stato docente di sociologia. Le sue lezioni erano un laboratorio permanente di pensiero critico: unire rigore scientifico, attenzione ai fenomeni sociali e passione civile era per lui un’unica vocazione. Padre Pizzuti non insegnava semplicemente sociologia: insegnava a guardare la città, a leggerne le ferite e le risorse, a credere che ogni territorio – anche il più marginalizzato – custodisce energie di riscatto.
Tra i suoi campi di impegno privilegiati c’è stato il quartiere Scampia, osservato non come periferia-problema ma come luogo di possibilità, di intelligenze diffuse, di cittadinanza attiva. In questa prospettiva partecipò e sostenne il lavoro di tanti gruppi civici, tra cui il laboratorio politico “Scampia Felice”, nato nel marzo 2011, pochi mesi prima delle elezioni che avrebbero portato Luigi de Magistris alla guida della città.
Le pagine che seguono – tratte da un documento, poi pubblicato nel libro Le due Napoli (Giannini editore, 2011) elaborato da gruppo di liberi cittadini, tra cui il gesuita Fabrizio Valletti, Aldo Bifulco, Franco Maiello, Lino Chimenti e dallo stesso Pizzuti – restituiscono bene il clima culturale e sociale che padre Pizzuti contribuì a generare: un pensiero critico, concreto, orientato alla trasformazione.
1. La centralità della scuola
Il documento riconosceva nella scuola la presenza più significativa dello Stato nel quartiere: un presidio educativo, culturale e civile. Dirigenti e docenti venivano descritti come una risorsa permanente, capaci di offrire stabilità e orientamento a una popolazione giovanile vasta e complessa. Tra le proposte: una programmazione interscolastica che aprisse le scuole non solo ai genitori ma all’intera cittadinanza; una commissione permanente di docenti di ogni ordine e grado per condividere innovazione didattica e ricerca; un aggiornamento rigoroso e continuo per rispondere ai cambiamenti degli studenti e alle nuove forme della comunicazione; la necessità di formare giovani capaci di studio serio e di accesso all’università e al lavoro. Due principi guida venivano indicati come antidoto alla cultura del consumo: godere il vissuto con i ragazzi e camminare con loro.
2. La questione femminile
Il testo ricordava come il 1975 - anno internazionale della donna - avesse segnato un passaggio decisivo. Le donne avevano conquistato spazi di libertà, ma non sempre sostenuti da politiche adeguate. Le proposte includevano: iniziative positive per valorizzare il lavoro femminile; gruppi integrati di formazione e crescita culturale; un ruolo attivo delle donne nella gestione sociale del territorio, non in chiave assistenzialistica ma come motore di progresso.
3. Welfare per la città
Il documento denunciava il rischio di politiche sociali ridotte a mera assistenza, incapaci di generare autonomia. L’obiettivo era invece attivare processi virtuosi, formare cittadini capaci di governare la propria vita, non clienti dipendenti dalle erogazioni pubbliche. In questa prospettiva, la formazione diventava strumento per prevenire disagio e devianza, ma anche per valorizzare il capitale umano del territorio.
4. Ambiente e salute
Tra le preoccupazioni più diffuse venivano ricordati i roghi tossici e le emergenze ambientali ricorrenti. Il tema della salute pubblica era posto come priorità non negoziabile, parte integrante della dignità dei cittadini.
5. L’accoglienza dei Rom
Il documento si concludeva con un appello forte e attuale: non dimenticare la condizione dei gruppi rom che vivono ai margini da oltre venticinque anni. Non bastano volontariato e interventi episodici: serve una comprensione empatica, la capacità di superare stereotipi e costruire percorsi reali di integrazione. Una frase risuona con particolare forza: «Su questo fronte si misura la civiltà e la cristianità della popolazione di Scampia, che in verità si è dimostrata tollerante».
Queste pagine – frutto di un lavoro collettivo – portano la traccia del metodo che padre Pizzuti ha incarnato per tutta la vita: ascolto dei territori; analisi rigorosa dei fenomeni sociali; fiducia nelle energie popolari; rifiuto di ogni forma di assistenzialismo; impegno per una cittadinanza attiva, inclusiva, capace di futuro.
La sua eredità non è solo accademica: è civile, spirituale, profondamente umana. Padre Domenico Pizzuti ci lascia una lezione semplice e radicale: la sociologia è un atto d’amore verso la città, e la fede, quando è autentica, diventa responsabilità verso gli ultimi.
* Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto superiore di scienze religiose Interdiocesano, Capua
Foto dalla pagina Facebook di Domenico Pizzuti
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