Non c'è più religione
TRENTOLA DUCENTA (CE)-ADISTA. La scena che si è verificata durante la processione di San Michele Arcangelo a Trentola‑Ducenta, in provincia di Caserta e Diocesi di Aversa, non è un semplice episodio di maleducazione pubblica. È il sintomo di un malessere più profondo, che riguarda il rapporto, sempre più ambiguo, tra politica locale e religione popolare.
Che amministratori come l'attuale sindaco Michele Apicella o aspiranti tali come il suo sfidante Michele Griffo, già sindaco della città negli anni passati, arrivino a scontrarsi con parole offensive nel pieno di una manifestazione religiosa non è solo inopportuno: è un segnale di deriva culturale. Lo scontro tra i due candidati è stato di natura politica, visto anche l'avvicinarsi delle elezioni amministrative di fine maggio. Potremmo dire uno scontro banale ma che ha creato un vero disagio a tutta la comunità trentolese.
Oggi, in molte realtà, il problema è diventato strutturale.
Troppi sindaci si sono trasformati in una sorta di chierichetti istituzionali, pronti a indossare la fascia tricolore in ogni processione, festa patronale, benedizione o rito pubblico. Una presenza costante, quasi compulsiva, che non risponde più a un dovere istituzionale, ma a una strategia di visibilità.
Questa dinamica rivela una confusione crescente tra trono e altare, due sfere che la storia, civile e religiosa, ha sempre tenuto distinte per il bene di entrambe.
Le processioni sono momenti delicati: portano il sacro nelle strade, attraversano la vita quotidiana, uniscono la comunità attorno a un simbolo condiviso.
Ma proprio per questo richiedono sobrietà, rispetto, silenzio.
Quando invece diventano palcoscenici per amministratori e candidati, accade qualcosa di grave. Negli ultimi anni assistiamo ad una strumentalizzazione del sacro e purtroppo a pagarne le conseguenze sono sempre le comunità, che vorrebbero unità e non divisioni.
La scena di Trentola‑Ducenta non è un incidente: è la conseguenza di una lunga abitudine a usare le processioni come luoghi di visibilità, non di fede.
La responsabilità non è solo dei politici.
È anche di una parte del clero che, per comodità o per tradizione, accetta, e talvolta incoraggia, questa presenza costante delle istituzioni civili nei riti religiosi.
In questo caso è la stessa Chiesa a pagarne le conseguenze perché perde la sua voce profetica.
La soluzione non è rompere il dialogo tra istituzioni e comunità ecclesiale.
Il dialogo è necessario, ma deve essere ordinato, sobrio, rispettoso dei ruoli.
Serve recuperare la distanza, non creare ostilità. La politica torni a occuparsi di servizi, diritti, trasparenza. La Chiesa torni a essere voce critica, non scenografia istituzionale
Solo così trono e altare potranno incontrarsi senza confondersi.
Solo così la comunità potrà ritrovare la dignità dei suoi riti e la credibilità delle sue istituzioni.
*Arturo Formola è docente di Sociologia generale presso l’Istituto Superiore di Scienze Religiose Interdiocesano, Capua
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