La guerra dimenticata del Sudan: il grido di pace di un leader cattolico
Con 150mila morti e 12 milioni di sfollati la guerra dimenticata del Sudan entra nel terzo anno (v. Adista Notizie n. 16/26) e sembra lontana dall’avviarsi a conclusione. Il 5 maggio Crux Now intervista p. John Gbemboyo, coordinatore della comunicazione pastorale e sociale della Conferenza episcopale cattolica del Sudan, che denuncia una drammatica evoluzione “etnica” del conflitto e l’anelito tradito di pace a seguito del fallimento degli sforzi di pace internazionali.
Il conflitto è nato dallo scontro al vertice tra due leader militari che volevano mettere le mani sul processo di transizione dopo aver collaborato per la caduta del trentennale regime di Omar al-Bashir. Da Khartoum, poi, il conflitto si è allargato a tutto il territorio nazionale, saldandosi a nuovi e vecchi conflitti locali, spesso a carattere etnico. «L'ascesa delle milizie etniche potrebbe derivare dalla politica del divide et impera – spiega p. Gbemboyo –, volta a indebolire la popolazione. Il mio messaggio ai leader rimane questo: mostrino preoccupazione per il popolo per cui dichiarano di combattere. Se lo scopo è governare i sudanesi, è meglio preoccuparsi della loro incolumità e del loro benessere». Nel corso dell’intervista il sacerdote denuncia anche una sostanziale perdita di controllo da parte dei generali sui miliziani delle “periferie”, autori di razzie, saccheggi, violenze etniche e stupri indiscriminati.
Nonostante le Nazioni Unite abbiano più volte definito quella sudanese la più grave crisi umanitaria del pianete, e nonostante il coinvolgimento di potneze straniere nel conflitto, la guerra in Sudan resta sostanzialmente ignorata: secondo il rappresentante dei vescovi sudanesi, «le guerre in Ucraina e ora in Iran hanno oscurato la sofferenza dei sudanesi; il Sudan non è una priorità per la comunità internazionale. Non c'è un organismo intermediario che persuada le parti alla pace. Le agenzie umanitarie sul campo sono testimoni di questa tragedia: devono essere ascoltate e aiutate dall'Unione Africana e dall'IGAD».
Leggi l'intervista originale in lingua inglese
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