Conferenza sulla transizione di Santa Marta: l'analisi di "Nigrizia"
Si è tenuta in Colombia, a Santa Marta, tra il 24 e il 29 aprile, la prima Conferenza sulla transizione per l’abbandono dei combustibili fossili, promossa dal governo colombiano e da quello dei Paesi Bassi. Obiettivo della Conferenza, che ha riunito 57 Paesi (rappresentanti un terzo del PIL mondiale), è stato quello di «avviare un processo concreto» «per attuare una transizione progressiva verso l'abbandono dei combustibili fossili, creando società ed economie sostenibili». Un processo capace di mettere insieme governi nazionali e subnazionali, mondo accademico e scientifico, popoli popoli indigeni, comunità contadine, società civili, settore privato e finanziario (v. sito ufficiale).
In un’analisi della Conferenza pubblicata il 5 maggio sul periodico missionario Nigrizia, il comboniano Dario Bossi ricorda che «a Santa Marta non erano presenti alcuni dei principali Paesi emettitori globali, come Cina, Stati Uniti, India e Russia, la cui partecipazione resta decisiva per qualsiasi strategia efficace».
Sullo sfondo, a condizionare i lavori in Colombia, la guerra in Iran ha spinto i convenuti a cercare soluzioni di autonomia e sicurezza energetica, con la Francia che ha proposto una road-map per il phase-out dai combustibili fossili (sto al carbone nel 2030, stop al petrolio nel 2045, stop al gas nel 2050). «Si tratta però di una proposta non concertata con gli altri Paesi e che appare legata soprattutto a esigenze di autonomia e sicurezza energetica, in un contesto di crisi globale del petrolio». La posizione della Francia non convince anche perché il Paese produce circa il 70% della propria energia da nucleare, «fonte altamente controversa per i rischi che comporta».
P. Bossi ha raccontato anche la grande mobilitazione parallela di tre giorni “People’s Summit for a Fossil-Free Future”, che ha riunito «comunità, sindacati, popoli indigeni, afrodiscendenti, movimenti femministi, giovani, agricoltori, pescatori e organizzazioni sociali da tutto il mondo» e che ha avuto come esito una dichiarazione comune dal titolo: “Dichiarazione dei popoli per una transizione rapida, equa e giusta verso un futuro libero dai combustibili fossili”. Una dichiarazione, scrive Bossi, «particolarmente netta e può essere sintetizzata in alcuni punti chiave: stop a nuovi progetti di carbone, petrolio e gas, e nessun finanziamento per la loro espansione; piani nazionali di phase-out con scadenze precise, socialmente equi e allineati all’obiettivo di 1,5°C, integrati nelle NDC e sottoposti a verifica indipendente; un trattato vincolante sui combustibili fossili, basato su giustizia e responsabilità differenziate tra Nord e Sud globale». Tra i temi trattati anche «il legame tra combustibili fossili e guerra. Il conflitto tra Israele, Stati Uniti e Iran è stato citato come esempio di come la dipendenza dal petrolio incida su sicurezza energetica, sovranità ed economia. Le guerre e la militarizzazione sono responsabili di circa il 5,5% delle emissioni globali: reindirizzare la spesa militare verso una transizione giusta non è solo una scelta morale, ma una necessità climatica».
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