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Cammino sinodale, donne e persone LGBTQ+: ne valeva la pena?

Cammino sinodale, donne e persone LGBTQ+: ne valeva la pena?

ROMA-ADISTA. La domanda: “ma ne vale la pena?” ha accompagnato tutto il cammino sinodale dai primi mesi del 2021, quando è iniziato. E fin dall’inizio è stato chiaro che donne e persone LGBTQ+ erano tra le questioni centrali, rispetto alle quali il Sinodo sarebbe stato giudicato. Va però detto anche che un cammino sinodale va giudicato nella sua interezza: non basta esaminare quello che dice il documento finale. Per questo nel mio intervento, che si concentrerà soprattutto sul Sinodo italiano a cui ho partecipato, voglio riportare qualche flash su ciò che in questo cammino ho visto succedere e su come l’ho vissuto io.

La Rete sinodale

Tutto è iniziato per me con la Rete sinodale, una Rete di una trentina di realtà di base della Chiesa cattolica italiana, che si sono messe insieme nel 2021 per fare un cammino comune che desse un contributo al Sinodo italiano e a quello universale. È stato via via sempre più chiaro che questo cammino insieme ci faceva crescere, che si era creata una sintonia tra le varie realtà per niente scontata e, per me che credo nella spinta al cambiamento che viene dal basso, quell’esperienza da sola bastava per dire che quel cammino valeva la pena farlo, qualunque cosa fosse venuta fuori alla fine.

Un invito inaspettato

E poi c’è stato un fatto completamente inaspettato. Nel 2024, il cardinale Matteo Zuppi ha voluto incontrare le Comunità cristiane di base, dopo più di cinquant’anni di emarginazione. Siamo andati all’incontro, non da “pentiti”, ma con la voglia di raccontare un cammino di cui siamo orgogliosi. Alla fine, dopo averci ascoltato, ci ha detto: non siamo d’accordo su tutto, ma si può essere compagni di cammino anche se non si è d’accordo su tutto. Ci ha anche proposto di inviare due rappresentanti alle Assemblee del Sinodo italiano. Conoscendoci non avrà certo pensato che saremmo stati zitti e buoni da una parte: con quell’invito si era esposto e questo lo abbiamo apprezzato.

La 1° Assemblea del Sinodo italiano nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura

La prima Assemblea si è svolta nella Basilica di San Paolo Fuori le Mura, che è il luogo dove è nata la nostra esperienza comunitaria, intorno all’allora abate Giovanni Franzoni. Ritrovandomi in quel luogo ho sentito forte il bisogno di portare in assemblea la nostra storia, e di riportare in quella Basilica Giovanni Franzoni, profeta scartato dalla sua Chiesa. La voce mi si strozzava in gola, ma l’ho fatto: “Caro Giovanni, ci hai messo le ali perché potessimo far volare alto il sogno di una Chiesa davvero evangelica. Di quelle ali ci siamo fidati e abbiamo volato senza reti…” E dopo quell’intervento, mi sono accorta che in tanti non si erano dimenticati di Giovanni Franzoni. Anche solo per questo, il Sinodo aveva già avuto senso.

La 2° Assemblea del Sinodo italiano e la reazione al documento

Questa Assemblea doveva concludere il cammino sinodale con la votazione del documento presentato dai vescovi, un documento povero, vuoto, che ha generato sgomento e disorientamento. Tutti gli interventi in assemblea andavano nella stessa direzione: critiche costruttive, ma forti. Il documento è stato bocciato: segno che il cammino sinodale non era una finta. Tutto rimandato di 6 mesi ad una 3° Assemblea, inizialmente non prevista.

E allora, anche se il Sinodo si fosse fermato lì, qualcosa di grande era già successo. Era accaduto nella Chiesa italiana, tra persone che venivano da cammini diversi, ma che hanno trovato il modo di contribuire, ognuna con i propri argomenti, ad un risultato importante. Eppure non ho vissuto quell’Assemblea come un momento di contrapposizione tra base e vertici. Nell’intervento dell’ultimo giorno, mons. Erio Castellucci, Presidente del Cammino sinodale italiano, con grande onestà, ha riconosciuto apertamente quello che non aveva funzionato, ci ha risparmiato frasi tipo: “Un sì ti conferma, un no ti riaccende” e con serietà si è preso tutta la responsabilità dell’accaduto. È stato un gesto di verità, che molti hanno apprezzato, e di cui ho voluto personalmente ringraziarlo.

Un’esperienza a margine

Un’esperienza a margine di quella assemblea. Un vescovo ha chiesto di potermi parlare, dopo che mi ero presentata come mamma di un ragazzo gay. Ero pronta ad uno scambio di idee, ma mi ha spiazzata. Mi sono ritrovata in uno scambio di vissuti: il mio di madre di un ragazzo gay e il suo di vescovo schiacciato tra ciò che riteneva di dover dire come pastore della Chiesa e il desiderio forte di dare una risposta alla sofferenza che vedeva nelle persone LGBTQ+. Un pensiero mi ha attraversato la mente: quanti danni ha fatto la Chiesa cattolica con il suo insegnamento! Dovevamo portare la Buona Novella di Gesù agli emarginati e alle emarginate e i vescovi si ritrovano in mano un macigno da mettergli sulle spalle, che crea ferite e schiaccia anche loro.

La 3° Assemblea del Sinodo italiano e l’approvazione del documento

Ad Ottobre del 2025 la 3° Assemblea e la votazione di un nuovo documento, non un documento rivoluzionario, che d’altra parte non mi aspettavo, ma ben diverso dal precedente. Sono passate tutte le proposte a larga maggioranza. Si sarebbe parlato di maggioranza bulgara se non fosse stato che l’assemblea dei votanti era la stessa che 6 mesi prima aveva rimandato il documento al mittente. Quello che è successo nella 2° Assemblea ha dato valore ai risultati finali.

Andando più in dettaglio sulle singole proposte, quelle che hanno raccolto il maggior numero di voti non favorevoli, pur essendo passate come le altre, sono quelle che riguardano le questioni LGBTQ+ e donne, a conferma del fatto che sono le più spinose e della difficoltà a porre fine ad una discriminazione, forse la più inaccettabile, che colpisce le persone per la loro identità, per ciò che sono, non per quello che fanno. Donne e persone LGBTQ+ sono discriminate nella società e nella Chiesa per la loro natura (sappiamo che omosessuali o trans si è, non si diventa).

Le prime due proposte per numero di voti non favorevoli sono:

• La 71 c: in 188 (23% dei votanti) hanno detto no ad un approfondimento sulla questione diaconato delle donne. Sottolineo, non al diaconato femminile, ma al solo fatto di approfondire la cosa. Sembra che alcuni di quei voti venissero “da sinistra”. Non potendoli però distinguere dagli altri voti, con motivazioni sicuramente molto diverse, mi sembra di poter dire che la scelta sia stata un po’ infelice

• La 30 d: in 185 (22.5% dei votanti) hanno detto no a sostenere con la preghiera e la riflessione le giornate contro la violenza e discriminazione di genere, la pedofilia, il bullismo, il femminicidio, l’omofobia e transfobia, etc.

Diaconato femminile

Sull’argomento diaconato femminile a guidare è stato il Sinodo universale che ha delegato la materia ad una commissione di studio. Il documento prodotto dalla commissione a dicembre 2025 - se di documento si può parlare - è vergognoso e rozzo, gli argomenti presentati a favore della tesi sostenuta sono a dir poco imbarazzanti. Conclude che allo stato attuale non esiste un consenso che giustifichi l’ordinazione diaconale delle donne e che la Tradizione della Chiesa rimane contraria a questa possibilità.

Paolo scriveva nella lettera ai Romani (16,1): “Vi raccomando Febe, nostra sorella, diaconessa della Chiesa di Cencre”. Non è paradossale che nel primo secolo Febe fosse diaconessa e per il diaconato alle donne non siamo ancora pronti dopo 20 secoli? Romano Penna, professore di Nuovo Testamento alla Pontificia Università Lateranense e grande studioso di Paolo, parlando delle prime comunità cristiane, scrive: “Un dato comune è che i ministeri sono intesi come ‘diakonìe’ al servizio della comunità, e nelle chiese paoline anche le donne hanno una funzione di rilievo. Inoltre nessun ministero è qualificato come sacerdotale”.

Sacerdozio a parte, è difficile immaginarsi che nelle prime comunità cristiane, quando si spezzava il pane di casa in casa all’interno di una cena, non fossero le donne che servivano la cena a portare il pane in tavola e spezzarlo, ripetendo il gesto Gesù nell’ultima cena. Il cammino da fare è davvero lungo! Le donne mettono in crisi l’intero assetto. Ma tutto questo non è un problema delle donne, ne va dell’autorevolezza della Chiesa.

Vale la pena soffermarci un momento sulle diverse posizioni delle donne a proposito di diaconato e sacerdozio femminile. A coloro che sono favorevoli si affiancano altre contrarie per motivi diversi:

• Alcune si dichiarano contrarie facendo propri discorsi portati avanti dagli uomini per liquidare la questione (qualche donna con questa posizione l’ho incontrata nelle assemblee sinodali)

• Alcune, soprattutto tra le religiose, sentono di avere già un’autorità femminile, di esprimere un diverso carisma e non sono interessate a “gareggiare” su diaconato e sacerdozio

• C’è poi chi, in particolare rispetto al tema sacerdozio, è contraria perché, sulla base di approfondimenti biblici, ritiene che il sacerdozio non sia stato né voluto né istituito da Gesù.

Questa differenziazione di posizioni potrebbe avere una parte nella difficoltà a scalfire la rigidità dell’Istituzione sulla questione? Esiste un’altra posizione, non saprei dire quanto gettonata, di donne contrarie al sacerdozio, ma disponibili ad appoggiare le donne che lo richiedono. Potrebbe essere questa una mediazione possibile? 

Motivo di speranza ci può venire forse da un’iniziativa nata nel Sinodo italiano: Sorelle diocesi. Le delegate che la portano avanti sono tutte donne. A oggi vi aderiscono 13 diocesi e sono in continuo aumento. Il progetto ha come obiettivi, tra gli altri:

• Potenziare ministeri e servizi pastorali affidati anche ufficialmente alle donne

• Attivare percorsi formativi su esegesi femminista e teologia delle donne

• Attivare pratiche e moltiplicare percorsi formativi per combattere l'emarginazione delledonne, la loro discriminazione, le violenze che subiscono

• Incrementare il dialogo interreligioso.

La questione LGBTQ+

Sul fronte LGBTQ+ è andata meglio, le proposte contenute nel documento sinodale costituiscono un passo avanti, a cominciare dalle parole usate. Si parla di: 

• Superare l’atteggiamento discriminatorio a volte diffuso negli ambienti ecclesiali e nella società

• Riconoscimento e accompagnamento delle persone omoaffettive e transgender

• Sostegno con la preghiera e la riflessione alle giornate promosse dalla società civile per contrastare ogni forma di violenza (violenza e discriminazione di genere, pedofilia, bullismo, femminicidio, omofobia e transfobia, etc.)

• Èquipe che valorizzino le buone prassi pastorali già in atto e che coordinino nuovi percorsi di formazione alle relazioni e alla corporeità-affettività-sessualità – anche tenendo conto dell’orientamento sessuale e dell’identità di genere – soprattutto di preadolescenti, adolescenti e giovani e dei loro educatori

Da osservare che a seguito del Sinodo:

• è crescente il numero di veglie di preghiera per il superamento dell’omostransfobia presiedute da vescovi

• è stato deciso di costituire un gruppo di lavoro, coordinato da un vescovo, per lo studio degli aspetti teologici, antropologici e pastorali relativi all'accoglienza di persone omoaffettive e transgender.

Se non c’è nessun cambiamento al livello dottrinale, nonostante richiesto pressantemente, la partecipazione delle persone LGBTQ+ e la conoscenza delle loro storie nella realtà ecclesiale, rese possibili da queste aperture, è uno step importante per aprire a futurI cambiamenti. Questo risultato che, se non esaltante, va però nella direzione giusta, viene fuori da un’incredibile pressione dal basso, da parte dei cristiani LGBTQ+, dei genitori di figli e figlie LGBTQ+ e di operatori pastorali, presbiteri, religiosi e religiose, convintamente impegnati in questo cammino: un mondo variegato ma che sui punti da chiedere alla Chiesa ha spinto nella stessa direzione.

Ma è la Chiesa che ha fatto qualcosa per le persone LGBTQ+ o le persone omoaffettive e transgender che hanno fatto qualcosa per la Chiesa? Proviamo a rifletterci con l’aiuto di un brano a me caro del Vangelo di Luca, quello che racconta l’incontro tra Zaccheo e Gesù. Dopo il coming out di mio figlio Emanuele, complice Padre James Martin, gesuita statunitense molto attivo con la comunità LGBTQ+, mi è capitato di rileggere con occhi diversi questo brano del Vangelo. Zaccheo è il capo dei pubblicani, coloro che riscuotevano le tasse per conto degli occupanti, i romani. Il brano racconta che Gesù, incontrando Zaccheo, gli chiede di andare a casa sua, attirandosi addosso le critiche della folla lì presente. A casa di un peccatore e non un peccatore qualunque: un collaborazionista degli occupanti! La parola “pubblicano” non ci fa smuovere niente nella pancia, ma se ci spostiamo di qualche secolo e pensiamo ad un collaborazionista dei tedeschi durante l’occupazione nazista, le cose cambiano! E molti di noi si ritroverebbero dalla parte della folla a criticare Gesù. Io per prima. Quella di Gesù è un’accoglienza gratuita – peggio: è una richiesta di accoglienza nella casa di un peccatore - che non pone condizioni, che non chiede nulla in cambio, che precede il pentimento. La conversione di Zaccheo seguirà, ma Gesù è allo Zaccheo peccatore che chiede ospitalità, e così facendo lo salva.

Padre James Martin, riflettendo su questo brano, prova a sostituire i personaggi: le persone LGBTQ+ al posto di Zaccheo e la Chiesa al posto di Gesù per chiedersi: qual è l’accoglienza che la Chiesa fa alle persone LGBTQ+? È un’accoglienza che non pone condizioni come quella di Gesù a Zaccheo?

Io propongo un rovesciamento di ruoli. Proviamo a mettere la Chiesa, nella sua espressione gerarchica, al posto di Zaccheo, e dall’altra parte, al posto di Gesù, ci mettiamo le persone LGBTQ+, non quelle sagge che si sono salvate allontanandosi dalla Chiesa, ma quelle un po’ folli, che seguitano a chiedere alla Chiesa, come Gesù fa con Zaccheo, di essere accolte nella sua casa. La loro richiesta precede la conversione della Chiesa: lo chiedono ad una Chiesa peccatrice, che umilia e sporca la loro sessualità, i loro amori, parlando di “gesti” invece che di relazioni d’amore, e di “gesti intrinsecamente disordinati”. È a questa Chiesa peccatrice che chiedono ospitalità. E così facendo la salvano. La salvezza può arrivare da dove non te l’aspetti. La parabola del samaritano insegna.

Un cammino aperto

Il Sinodo si è concluso, il cammino sinodale no. Si tratta ora di lavorare soprattutto sui punti del documento finale che ci stanno più a cuore, e una proposta di collaborazione in tal senso è stata fatta ai vescovi dalla Rete sinodale. A me, che un po’ visionaria lo sono, piace pensare che in questo cammino coloro che sono vissuti come problemi da risolvere e spine nel fianco, come le donne, le persone LGBTQ+, da pietre scartate diventino testate d’angolo.

*Foto presa da Unsplash, immagine originale e licenza 

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