Tante idee per cambiare il Congo: intervista a François Kamate, premio Langer
Tratto da: Adista Notizie n° 18 del 16/05/2026
42618 ROMA-ADISTA. Il vincitore del prestigioso Premio internazionale Alexander Langer 2026 (assegnato ogni anno dalla Fondazione Alexander Langer Stiftung di Bolzano a persone e gruppi impegnati nella promozione dei diritti umani, della pace, della lotta alle discriminazioni e della tutela ambientale) è François Kamate Kasereka, giovane attivista per l’ambiente, la pace e i diritti umani nella Repubblica Democratica del Congo (RdC). Collabora alle attività della rete mondiale Debt for Climate, guida la sezione congolese di Extinction Rebellion e fa parte dell'Amani Institute (amani significa pace in swahili), un movimento socio-culturale di giovani che lavorano per la costruzione della cultura della pace e lo sviluppo delle comunità, in particolare nel Kivu, l’area orientale colpita da un lungo conflitto causato dalle risorse e dalle ingerenze straniere.
Si è tenuta da poco in Colombia la conferenza internazionale per il superamento dei combustibili fossili (v. Adista Notizie n. 17/26). Ma nella RdC le trivelle minacciano anche aree protette importantissime come il parco nazionale del Virunga.
La campagna Fossil Free Virunga e altre alle quali abbiamo partecipato hanno attirato l'attenzione nazionale e internazionale sulle concessioni illecite per l’estrazione di combustibili fossili in aree protette. Nel maggio 2025 le autorità congolesi hanno rilanciato il progetto di assegnare concessioni in zone sensibili, in un contesto di necessità economica piuttosto elevata e di ricerca di entrate pubbliche. Lo sfruttamento non ha ancora avuto luogo ma la minaccia ci preoccupa, e preoccupa anche le comunità locali. Da poco il ministro degli idrocarburi e il presidente della Repubblica hanno espresso l’auspicio di aderire al progetto distruttivo dell'Eacop (East Africa Crude Oil Pipeline): se accadrà, di certo il petrolio che si trova nel parco attirerà gli appetiti.
Sono diversificate le minacce che colpiscono il parco del Virunga e anche altre aree protette africane...
Gruppi armati e interessi estrattivisti lo attaccano da tempo. Oltre all'M23, sostenuto dal Ruanda, ci sono anche i jihadisti dell’Adf (è di questi giorni un rapporto di Amnesty International sulla loro avanzata costellata di morti e torture…) e tante altre milizie. Il parco, oltre alla sua eccezionale biodiversità, ha risorse molto ambite e non solo nel sottosuolo. Quegli stessi uomini che compiono massacri di popolazioni locali, attaccano il Virunga tagliando il legname, abbattono gli animali per la loro sopravvivenza. Una guerra totale: alle persone e alla natura.
All’opposto, il vostro lavoro collega pace ed ecologia, comprese le energie alternative così come il ripristino ambientale.
Vorremmo promuovere le mini-reti solari nelle aree rurali, l'uso di kit solari domestici, le micro-dighe idroelettriche locali. Si spera che un giorno avremo i mezzi per applicare queste idee. Quanto alle nostre attività dirette, abbiamo avviato la campagna “Adotta un albero, non un’arma”, che consente a giovani che erano entrati in gruppi armati di reintegrarsi nelle comunità prendendo parte ad azioni ambientali. Questo progetto ha l’obiettivo di ridurre la deforestazione, i conflitti legati alle risorse e la dipendenza dai gruppi armati. Molti giovani ne sono effettivamente alla mercé per mancanza di posti di lavoro, vengono ingannati da false promesse. Abbiamo iniziato un primo esperimento nella località di Kanyabayunga, nel Nord Kivu, per passare poi a Kiwanja e nell’Uchuru.
Avete anche lavorato alla riconciliazione tra due comunità...
Era il 2020; nella mia città, Kiwanja, una comunità si è sollevata contro l'altra. Una dinamica presto degenerata fino a fare vittime; c'erano anche rapimenti, con accuse reciproche. Godendo della mia buona reputazione nella regione, insieme a giovani di entrambe le part sono andato alla radio. Abbiamo chiamato alla comprensione e ai valori che ci uniscono, improvvisato una canzone per la pacifica coesione sociale. Questo ha contribuito a risolvere il conflitto in modo pacifico.
Riguardo ai conflict minerals (“minerali di conflitto”) di cui la RdC è molto ricca e che sono necessari per la transizione energetica globale: come fare in modo che quest’ultima diventi ecologica, giusta e pacifica, nella valorizzazione dell'ambiente, dei lavoratori, delle comunità?
Per porre fine a uno sfruttamento illegale che finanzia anche la guerra nel Kivu, che crea condizioni di lavoro pericolose e che non dà benefici alle comunità, in primo luogo, è necessaria una vera tracciabilità nella catena di approvvigionamento. Voglio anche insistere sulla trasformazione locale, per la creazione di posti di lavoro. Essenziale la riduzione del consumo tecnologico, con l’economia circolare.
Tra le cose, voi sottolineate le responsabilità dell’Europa...
È inammissibile che il Ruanda sia riuscito a concludere partnership con l'Europa come fornitore e produttore di minerali che non ha nel suo territorio... L'Ue dovrebbe svolgere un ruolo determinante per porre fine al conflitto, sanzionando gli attori coinvolti e applicando una tracciabilità rigorosa sulle importazioni. Ha inoltre la possibilità di investire in progetti sostenibili e nelle energie rinnovabili nella Rdc. Insomma, passare da un ruolo indiretto nei problemi a un ruolo attivo nella loro soluzione. Altrimenti, dice ma non fa.
Quali le proposte di “Debt for Climate”?
Debt for Climate, un movimento per la giustizia climatica, è stato avviato da associazioni della società civile del Sud globale e del Nord ed è presente in oltre 30 Paesi di tutti i continenti. Nel caso della RdC, si chiede la cancellazione del debito in cambio di investimenti nella protezione della foresta del bacino del Congo, nelle energie rinnovabili, nell'adattamento climatico, in primis da parte delle comunità locali, le più colpite. Questo cambiamento permetterebbe anche di ridurre lo sfruttamento dei combustibili fossili e l’estrattivismo: infatti, ogni volta che si hanno debiti, legittimi o illegittimi, c'è una pressione, da parte delle istituzioni finanziarie internazionali, sul Sud globale per lo sfruttamento delle risorse del sottosuolo.
Che ne è del progetto istituzionale “Corridoio Verde Virunga-Kinshasa” e cioè l’idea di creare la più grande riserva forestale tropicale protetta al mondo?
In sé è un progetto di speranza, ma la sua messa in opera sarà problematica a causa dell'insicurezza, della mancanza di finanziamenti. E della contrapposizione con i progetti petroliferi e di gas nell’area detta Cuvette centrale. Inoltre, un progetto grande come questo richiede pace, volontà politica e sostegno nazionale e internazionale.
*Foto presa dal profilo Facebook Fondazione Alexander Langer Stiftung, immagine originale
Adista rende disponibile per tutti i suoi lettori l'articolo del sito che hai appena letto.
Adista è una piccola coop. di giornalisti che dal 1967 vive solo del sostegno di chi la legge e ne apprezza la libertà da ogni potere - ecclesiastico, politico o economico-finanziario - e l'autonomia informativa.
Un contributo, anche solo di un euro, può aiutare a mantenere viva questa originale e pressoché unica finestra di informazione, dialogo, democrazia, partecipazione.
Puoi pagare con paypal o carta di credito, in modo rapido e facilissimo. Basta cliccare qui!
